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QUESTIANNI il nuovo ebook del Commissario AGCOM Antonio NICITA

REGALO DI NATALE da parte del Commissario Antonio Nicita: una summa di due anni di regolamentazione in AGCOM – per ora ho letto solo la prefazione di Decina e l’indice che mi sembra gustosissimo.

C’è anche una mia citazione (pag.44), che ovviamente mi lusinga molto e mi onora. Detto questo , buona lettura!

Per scaricare #questianni andate a QUESTO LINK sul blog di Antonio Nicita

 

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Sul ricambio generazionale nei posti chiave della pubblica amministrazione

Non mi è chiaro perché alla guida di un operatore telefonico debba andare un manager in palese conflitto di interessi visto che nei dieci anni precedenti ha guidato un gruppo con all’interno un concorrente diretto.

Né mi è chiaro perché in un’autorità indipendente debba andare a coprire l’incarico di commissario un professore che magari non pubblica da oltre due lustri su materie di cui dovrà andare ad occuparsi ma che ha solidi contatti con la politica.

E così via anche in radio: perché si deve affidare una rubrica quotidiana a un anziano giornalista che nella TV pubblica ha vivacchiato per anni con risultati non molto brillanti?

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Liberalizzazioni WiFi in Italia: un grande rischio per gli esercenti?

di Dario Denni

Evviva! Il Governo Letta-Alfano potrebbe passare alla storia per inconcludenza su tutto ma non su un punto, quello di aver liberalizzato il WiFi, ossia il collegamento senza fili ad Internet. Vediamo perchè.

E’ un grande merito aver chiarito in una legge che gli albergatori non sono operatori di rete se offrono servizi Internet ai clienti.

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Sei Autorità della Privacy Europee indagano su GOOGLE: anche l’Italia apre l’istruttoria

I Doctores europei hanno unanimità di visione su Privacy e Competition: Google è il solo l’indiziato – di Dario Denni

Nell’antica Roma il processo veniva celebrato portando in giudizio gli Iura, ossia i pareri dei giuristi a sostegno della propria tesi. Ecco: se i pareri di Paolo, Gaio, Paolo, Ulpiano e Modestino erano concordi allora si poteva procedere al giudizio di condanna. La famosa Legge delle Citazioni ce la ritroviamo anche oggi a sostenere che Google potrebbe soccombere in un giudizio dove i giuristi italiani ed europei piu’ prestigiosi, all’unanimità, sono in procinto di condannarla ad adeguarsi con sanzioni economiche, impegni e altri remedies competitivi.

Ormai ogni giorno ci arrivano notizie in merito all’avvio di un procedimento a carico di Google per abusi nei vari comparti in cui opera.

Questa volta, a differenza delle altre, siamo di fronte a un fatto epocale perchè 6 Autorità della Privacy contemporaneamente hanno deciso di indagare su Google. In Europa dunque le piu’ grandi Authority della Privacy stanno infondendo ogni possibile sforzo per far applicare a Google la normativa della protezione dei dati personali. Sembra proprio che il gigante guidato da Eric Schmidt abbia fatto della profilazione degli utenti e dell’abuso di posizione dominante sul mercato, un fatto permanente che caratterizza il suo operare in ogni servizio e in ogni settore su cui opera. Non solamente il fisso ma anche il mobile con la piattaforma Android.

A volte è come se Google non temesse le sanzioni per le violazioni della disciplina sulla riservatezza perchè irrisorie rispetto al suo fatturato multimiliardario, ma ai problemi sulla privacy, di cui a breve parleremo in maniera diffusa, ci si aggiungono inevitabilmente i concerns degli altri operatori che hanno chiesto all’Antitrust Europea di intervenire perchè con la dominanza assoluta sulla ricerca, Google commette abusi nei confronti degli altri servizi, privilegiando i propri. Ed è chiaro che – come avevamo già scritto su Blog4privacy, i campi su cui si deve accendere un faro sanzionatorio, sono davvero molti, perchè si spazia un po’ ovunque, dalla pubblicità con Google Adsense, fino ai cellulari che hanno Android on board.

La riforma della data protection proposta dal Commissario europeo Viviane Reading sta per essere stravolta dai tremendo attacchi lobbistici che stanno tentando di cancellarla, e forse riusciranno davvero a ridurne la portata. Ed è forse per questo che è intervenuto il primo grande Doctores italiano della privacy, l’ex Garante Franco Pizzetti secondo cui la grande attenzione di tutte le Authority europee si è concentrata proprio su Google per via dei tentativi distorsivi messi in campo dal colosso americano sul testo normativo europeo in discussione.

In una recente intervista rilasciata al giornale online Key4biz leggiamo infatti:

Key4biz. Il riferimento normativo usato dai Garanti è quello della Direttiva europea sulla protezione dei dati personali. E’ una direttiva di molti anni fa. Perché non si è intervenuti prima?

Franco Pizzetti. Potrei dirle semplicemente perché la decisone di Google relativa a questa nuova policy privacy è solo del 1 marzo 2012, ma sarebbe una risposta troppo sbrigativa.
Voglio essere più completo.
Credo che le ragioni siano due.
La prima, che ovviamente la scelta fatta da Google con la nuova policy privacy rappresenta un fortissimo salto di qualità nella possibilità di acquisire dati relativi agli utenti.
La novità sta nel fatto che una sola password di accesso a tutti i servizi consente di ricondurre tutti i dati usati nell’accesso ai diversi servizi, e indipendentemente dal device utilizzato, a un unico utente, quello appunto che ha adottato la password usata.
Non è difficile capire come questo costituisce un enorme salto di qualità nella pericolosità della ritenzione dei dati e dei loro trattamenti.
Una pericolosità tanto più preoccupante se si tiene conto che molti dei servizi offerti ai quali si può accedere con una sola password implicano anche possibilità di geolocalizzazione e di controllo degli spostamenti sul territorio.
In secondo luogo va detto che il 1 gennaio 2012 è stato presentata la bozza del nuovo Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali.
Questo regolamento è ora in corso di esame e dovrebbe essere approvato entro l’anno. Contiene norme molto precise in materia di protezione dei dati da parte dei gestori di servizi in rete e prevede anche forme normali di collaborazione tra gruppi di Autorità per assicurarne il rispetto.
Contro questo Regolamento è in atto una resistenza fortissima da parte di molti grandi gestori di servizi, finalizzata se possibile a bloccarne l’adozione, e se non è possibile almeno ad annacquarne molto gli effetti.
E’ possibile che lo scontro in atto tra Google e le Autorità trovi una qualche, anche indiretta, ragione in questo contesto, che segna una svolta epocale nella effettività della protezione dei dati personali in Europa.

Parole molto chiare quelle del Professor Pizzetti a cui si affiancano subito quelle del Garante italiano della Privacy, Presidente Antonello Soro che alla medesima rivista on line ha dichiarato:

Il Garante italiano Antonello Soro ha commentato “Google non può raccogliere e trattare i dati personali dei cittadini europei senza tenere conto del fatto che nell’Unione europea vigono norme precise a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Ue”.

A questo punto i primi due migliori Doctores italiani ci hanno chiarito quello che l’Europa intera si sta chiedendo con una mobilitazione di sforzi davvero incredibile che speriamo porti a qualcosa di sostanzioso.

Ci sentiamo di chiedere qualcosa di concreto ai decisori europei che si occuperanno, ciascuno per la sua parte, degli abusi di Google. Se di abusi si tratta e se le sanzioni sono così basse da NON essere temute dal fondatore multimilardario Sergei Brin, allora è certo che si devono trovare altre strade.

Il diritto della concorrenza nei mercati a rete ne offre moltissime, ma ne parleremo in maniera piu’ estesa in un prossimo post sull’Osservatorio della Rete.

I Google Glass possono danneggiare la vista?

Un paio di anni fa ho acquistato le migliori lenti oftalmiche ZEISS pagandole circa 300 euro l’una (ma costavano di piu’!). Mi ero detto: “La vista è importante, dal momento che uso gli occhiali, tanto vale investirci e prendere le migliori lenti in assoluto per tutelare la mia vista e vederci bene”.

Fatto sta che le lenti ZEISS hanno inciso un microscopico marchio a forma di Z dentro un cerchio, che si vede in maniera impercettibile all’angolo della lente in controluce, producendo un fastidiosissimo ologramma che – come fosse un prisma – disturba l’occhio perchè la pupilla, inconsapevolmente, va a cercare quel punto distorcendo la vista dal punto focale. E’ successo a me. Ho sofferto per questo. Sembravo strabico. Ho escluso ZEISS dalla lista di ogni mio possibile acquisto futuro, non solo di lenti, ma di qualsiasi prodotto altro sul mercato col marchio Z (.

Detto questo, che fastidio immenso possa dare all’occhio umano un prisma posizionato con informazioni all’angolo di una lente dell’occhiale, io posso ben immaginarlo perchè Dio solo sa quanto ho sofferto in passato. Per questo – vedendo le foto dei primi Google Glass – inizio a preoccuparmi. Se non porranno sufficiente attenzione agli aspetti legati alla sicurezza per la salute, prevedo una possibile class action contro Google per eventuali danni alla vista dei molti americani che compreranno questa tecnologia border line che secondo il mio parere, e guardando ai recenti accadimenti, probabilmente servirà a Google anche per catturare infinite altre informazioni della nostra vita privata.

Ma la privacy è davvero morta?

Ma la privacy è morta? Ecco, questo si domandano da 10 anni gli americani. Blogger, professori, esperti si interrogano sul possibile tramonto della riservatezza dei nostri dati personali. E mai nessuno che offre motivi validi per ritenere che sia davvero finita l’era in cui dover lasciare a una normativa specifica, l’espansione sociale della nostra vita.

A terrorizzare maggiormente gli osservatori dei primi anni 2000, erano le tecnologie. Questo rincorrersi di strumenti di geolocalizzazione, di riconoscimento facciale e di altri dati biometrici inquietava non poco, tanto quanto il diffondersi di telecamere di sicurezza e di monitoraggio satellitare. Il pericolo era allora identificato in qualcosa di fisico, di potenzialmente dannosissimo oppure utilissimo a seconda dei punti di vista.

Si diceva: il dato una volta raccolto in un database perde la sua corporeità specifica e diventa sistema. Qualcosa di esponenzialmente più efficace di un semplice tratto distintivo, una collazione di elementi pronti a diventare un puzzle perfetto. Rimanendo ancora per un attimo nel sistema americano, il pericolo era proprio lo Stato che catturando, conservando e trattando i dati dei cittadini poteva ad esempio predire chi era nelle condizioni di commettere un crimine aprendo così la strada a uno Stato di polizia, in cui vige il regime del sospetto.

Dettagli trascurabili che prima non avevano alcun rilievo costituzionale, diventarono immediatamente contraddittori con i principi di libertà inviolabili. Un affastellarsi di dati raccolti con il pagamento delle tasse, piuttosto che con il rilascio delle patenti hanno assunto da subito i connotati specifici di una torta lievitata in fretta e male, scappata dal forno e finita in mani anonime, di privati terzi rispetto allo Stato, e quindi totalmente fuori controllo.

Insomma ci sono ben quattro salti logici da compiere per capire cosa è successo e dove ci troviamo adesso in questo settore. Il primo salto logico da compiere va dalla raccolta del singolo dato alla formazione di un database. Non sfuggirà la differenza sostanziale tra le due cose in termini non puramente quantitativi ma qualitativi e di ricadute. Il secondo salto logico si ha con la profilazione attraverso i servizi e il data mining, ossia un automatismo per riesumare dati prima non considerati che assurgono a sistema e utilizzarli per compiere scelte mirate. Il terzo è nell‘uso per pubblica utilità dei dati da parte dello Stato. Ci sono infinite applicazioni ma quella per fini di giustizia appare la sola credibile. Ed eccoci finalmente arrivati al quarto salto logico che consta nel guardarsi le spalle dalla profilazione operata dai privati terzi. E su questo dovremmo soffermarci un pochino.

Facciamo un esempio a caso: i big data di Google. Il colosso di Mountain View sa tutto di tutti. Non solo di chi usa i suoi servizi on line, ma anche di chi usa i dispositivi Android ed Apple a cui paga profumatamente un miliardo di dollari pur di rimanere il motore di ricerca di default. Una dominanza in lungo e in largo, sulla ricerca on line e sui servizi verticali, recentemente operata anche attraverso i prodotti e con le piattaforme. Un controllo totale dei dati con cui si esprime la nostra esistenza che si vivifica ogni giorno con miliardi di email indicizzate e ritenute con documenti, allegati e foto.

Google conosce il nostro volto taggato in miliardi di foto che cediamo e che può essere usato per sbloccare il cellulare. Google ha piena visibilità di spostamenti, calendari, viaggi, pagamenti elettronici, gusti, orientamenti. La quantità e la qualità dei dati è esplosa negli ultimi anni al punto che nessuno sa veramente cosa Google stia effettivamente raccogliendo, usando, o vendendo. Né si conoscono le modalità di trattamento, i tempi. Si sa solo, perché ce lo dicono le Autorità della privacy europee, che Google sta abusando di questi dati e della sua dominanza danneggiando il mercato e la concorrenza e ponendo interrogativi sulla consistenza della democrazia su Internet.

Google non è l’ISTAT, insomma. Usa quei dati per scopi precisi, e da quanto risulta al Commissario europeo Almunia, ha sviluppato effetti anticompetitivi per rafforzare ancora di più la sua dominanza e farla diventare rapidamente abuso e monopolio. Per questo credo che la privacy non sia morta. Va solo diversamente assistita con un pacchetto di norme che chiariscano alcuni punti e statuiscano alcuni principi. Trasparenza e chiarezza delle condizioni. Opportunità per l’utente di sapere in ogni momento quali dati vengono raccolti, come vengono trattati e chiedere di poterli modificare o distruggere. Si tratta di diritto all’oblio. Su questo c’è ancora molto da fare per farlo diventare un diritto effettivamente esercitabile dal cittadino. Qualcosa in tal senso è arrivata con una riforma della data privacy proposta dalla Reading a Bruxelles ma non sappiamo cosa uscirà dopo l’assalto delle lobby. Seguiremo con attenzione i prossimi sviluppi.

Internet delle cose?

Si sente spesso parlare di INTERNET DELLE COSE. Oggetti che dialogano. Cose che comunicano tra loro. Traffico M2M. Internet non è mai delle cose ma delle persone. E’ funzione dell’uso delle persone. Sarebbe piu’ corretto parlare di Internet alle cose. Anche nel caso di trasmissione di dati sollecitata al verificarsi di una causa. Quella stessa è frutto di un senso dell’uomo sulle cose che alle cose non appartiene. Il dato ci racconta qualcosa di reale. Contiene qualcosa che si è consolidato. Nel trasferimento dello stesso da una macchina a un’altra macchina non abbiamo comunicazione. Nemmeno in caso di reazione a catena. Sarebbe una ripetizione in serie. Una serie non è mai l’inizio di un significato diverso da quello che già c’è. Solo l’uomo, essere pensante, attribuisce alle cose un significato, un senso, una funzione. Portando Internet alle cose, l’uomo comunica. Non c’è comunicazione tra oggetti, quindi Internet non è mai delle cose. Internet è alle cose.