Le prime reazioni negative al servizio “Buy For Me” di Amazon confermano un timore sistemico: siamo forse di fronte a un dropshipping mascherato, orchestrato da un’intelligenza artificiale che scavalca deliberatamente la volontà dei rivenditori. Molti retailer hanno scelto consapevolmente di non essere presenti sulla piattaforma di Bezos per preservare margini e identità; eppure, l’agente AI di Amazon riesce oggi a “fagocitare” i loro cataloghi, trasformando siti indipendenti in semplici magazzini di rifornimento per il suo ecosistema globale.
Il rischio è un’estinzione accelerata dei retailer digitali, speculare a quella già avvenuta per i negozi fisici come le librerie. Se l’agente AI può infiltrare il carrello di un e-commerce terzo, concludendo l’acquisto per conto dell’utente dietro lo schermo di Amazon, il venditore perde il rapporto diretto con il cliente qui inteso anche come eyeball, che entra nel webshop e sceglie, e tutto diventa un ingranaggio anonimo di una filiera controllata da un singolo gatekeeper che è Amazon.
A questo punto, la questione non è più solo normativa. Non c’è tempo per attendere che un Legislatore, spesso in ritardo o condizionato da lobby, intervenga con regolamenti che arriverebbero a mercato già morto. La difesa deve essere tecnologica e immediata. Occorre implementare sistemi di difesa attiva — una sorta di “nuovo CAPTCHA” per agenti autonomi — capaci di ostacolare l’acquisto automatizzato prima che il carrello venga infiltrato. Bloccare gli agenti AI non è un atto di luddismo, ma un necessario esercizio di sovranità digitale commerciale per evitare che l’intero web diventi un’immensa, unica vetrina di Amazon.

