Vai al contenuto
Home » MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ DIGITALE

MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ DIGITALE

  • di

Anticipazione del discorso di Dario Denni all’evento Sloweb porta a Terra Madre Salone del Gusto 2026, dal 24 al 27 settembre 2026 a Torino, una nuova idea: integrare l’esperienza di Slow Food con quella di Sloweb per uno stile di vita più sobrio, pulito e giusto anche nell’uso del digitale.

Vorrei iniziare con una presa di posizione chiara: chi possiede la conoscenza ha il dovere civile di parlare.

Non possiamo più permetterci di ignorare i segnali di allarme che ci circondano: siccità, incendi boschivi, impennata della CO2, disuguaglianze sociali, polarizzazione del dibattito, guerre ed emergenza energetica. Per chiunque abbia chiara la gravità della situazione, impegnarsi non è una scelta accademica: è una missione civile.

Oggi parliamo di sovranità digitale anche come forma di impegno personale. Le dipendenze esterne espongono direttamente la sicurezza degli Stati e dei cittadini. Pensare di risolvere questi problemi agendo solo sulla leva fiscale è una strategia fattibile nel breve periodo, ma del tutto insostenibile nel lungo. Per nessuno. È difficile credere a un ipotetico sillogismo tra il prezzo dei carburanti e la resilienza di una nazione quando manca la visione di fondo: ridurre, fino ad azzerare, le dipendenze strategiche. Altrimenti, dipendenti si resta comunque.

La scoperta della vulnerabilità: dalla produzione alla “sovranità cognitiva”

Dalla pandemia in poi abbiamo finalmente scoperto cosa siano davvero le filiere produttive e le catene del valore in tutti i settori economici: dai sedili delle auto ai minerali strategici, dai farmaci e principi attivi fino al digitale, ai microchip e al cloud.

Abbiamo commesso un errore concettuale drammatico: abbiamo confuso la semplice disponibilità di un bene sul mercato con la capacità di produrlo internamente.

I pledge e le dichiarazioni d’intenti non bastano più. Nei rapporti bilaterali vige la legge del più forte. Quella che dobbiamo difendere oggi non è solo una confini territoriali, ma è una sovranità cognitiva e immateriale.

La fine della globalizzazione e il nuovo disordine mondiale

Siamo entrati a tutti gli effetti in un mondo multipolare. Bisogna saper riconoscere i segni del nuovo disordine, ma occorre anche capire se da questo disordine possa derivare un nuovo ordine, e di quale natura.

Oggi ci troviamo di fronte a una trasformazione epocale: per la prima volta nella storia del mondo si sono sviluppati poteri mondiali privi di radici pubbliche. Le Big Tech sono organizzazioni private, nate come poteri universali, che esercitano funzioni storicamente proprie degli Stati. È un nuovo colonialismo?

I dazi e le barriere diventano il prezzo da pagare per la libertà. Una vera trasformazione potrà derivare solo dall’impegno collettivo nel superare le disuguaglianze globali, la distruzione ecologica e l’ascesa dei nuovi autoritarismi.

Il venir meno del servizio e l’illusione della sicurezza

Cosa succede quando un servizio essenziale viene meno? Lo vediamo con la corrente elettrica o con l’interruzione improvvisa dei servizi cloud a seguito di un incidente di cybersecurity. L’indisponibilità diretta paralizza un Paese. Questo vale per lo Spazio come per le tecnologie dual use.

Qual è oggi il vero bene giuridico da proteggere?

  • I dati: ce li hanno già, frutto di oltre vent’anni di scraping indisturbato.
  • L’uso dei dati: spesso, dopo averli elaborati, ce li “riaffittano” o ce li ridanno (si pensi alla gestione delle cartelle cliniche nel Regno Unito).

Nel frattempo, dai soliti noti sentiamo continuamente parlare di “Apocalisse AI” e dei rischi sistemici. Chiedono standard minimi di sicurezza, ma spesso l’intento reale è evitare di competere sul terreno del prodotto più sicuro ed efficiente. Inoltre, limitare l’accesso a un servizio non lo rende automaticamente più sicuro — basta guardare all’efficacia reale di misure come il Kids Act o l’introduzione dei metal detector nelle scuole. L’indipendenza digitale e l’autonomia strategica sono ben altro.

Gli obiettivi UE alla prova della realtà: i numeri della sproporzione

In Europa guardiamo costantemente a Stati Uniti e Cina, ma dobbiamo prendere atto di ciò che siamo: non siamo una potenza economica, finanziaria, tecnologica e militare comparabile a loro.

  • La Cina è un’autocrazia con una catena decisionale brevissima, in cui lo Stato permea completamente l’economia.
  • Gli Stati Uniti sono la massima potenza finanziaria, militare e politica.

Guardiamo agli investimenti strategici: parliamo di 1, 2, 10, 30, 100, 200 fino a 1.000 miliardi.

  • Il PNRR stanziato da Taiwan sui soli semiconduttori è pari all’intero PNRR italiano.
  • OpenAI annuncia investimenti fino a 1.000 miliardi di dollari, ovvero la metà dell’intero PIL italiano.

Chi sa davvero ragionare con questi ordini di grandezza nelle nostre amministrazioni, dove una manovra economica complessa vale circa 20 miliardi? Negli USA si progettano data center grandi quanto Central Park o l’intera città di Dallas.

Nel frattempo, andiamo contro gli stessi obiettivi che ci siamo dati: l’aumento della CO2 e il riscaldamento globale vengono affrontati con finte soluzioni tecnologiche (incapsulare il carbonio, schermare la radiazione solare), mentre continuatichiamo a destinare il 100% del procurement cloud pubblico a operatori extra-UE.

Diritto, burocrazia ed esternalizzazione della sovranità

Il nostro ordinamento si fonda su principi fondamentali: eguaglianza, terzietà e diritto. Quando uno di questi elementi viene meno, la tenuta del sistema vacilla. I diversi sistemi giuridici mondiali non sono interoperabili, la terzietà del giudice sfuma e le sanzioni amministrative mostrano tutta la loro inefficacia.

Abbiamo vantato l’efficacia della regolamentazione europea (il cosiddetto Brussels Effect), ma oggi tutti regolano. Guardiamo a paradossi come l’Arabia Saudita che concede la cittadinanza a un robot.

Soffriamo di un’iper-regolamentazione e di delegificazione selvaggia: abbiamo troppe regole e scritte male. Se la norma diventa un labirinto inestricabile, ogni tentativo di autonomia viene abortito sul nascere. Prendiamo gli ultimi testi sul Codice degli Appalti o norme correlate: centinaia di pagine di burocrazia invece di articoli chiari. L’errore di fondo è macroscopico.

Abbiamo perso anni preziosi dietro a normative e report (DSA, DMA, AI Act, i rapporti Letta e Draghi). Come ha ricordato Mario Monti al Financial Times:

“L’unico rapporto che dovrebbe essere prodotto in futuro è un rapporto sul perché, di norma, le raccomandazioni contenute nei rapporti non vengono seguite. Tali rapporti vengono solitamente accolti da un applauso che dura circa un giorno, prima che governi, imprenditori e amministrazioni nazionali comincino la mattina seguente a fare tutto il necessario per smantellare le proposte.”

La sovranità non è una dichiarazione solenne né un mero auspicio: la sovranità è volontà e va perseguita con atti concreti. Nessuno ci ha imposto di affidare il 100% del nostro procurement cloud a Microsoft, AWS o Google. È stata una scelta dettata dall’inerzia e da una presunta debolezza che abbiamo accettato come dogma. E nel frattempo abbiamo la pretesa di voler regolare gli altri, dimenticando che l’amministrazione americana rifiuta il DSA e minaccia ritorsioni.

Il mito dell’arretratezza e il modello di sviluppo

Dobbiamo superare il “mito dell’arretratezza”: descrive la situazione attuale, ma non la giustifica e soprattutto non riconosce il valore del nostro tessuto.

Qual è la vera “medicina” per la Pubblica Amministrazione?

  • Non dobbiamo “guarire dal cloud US” (invocando solo strumenti normativi come il GDPR o la Cloud Act americana).
  • Non dobbiamo “guarire il cloud US” (creando complessi livelli di sovranità come nel CADA).
  • Dobbiamo guarire da noi stessi e puntare sulle nostre PMI.

Perché una startup statunitense scala da 0 a 1 trilione di dollari? Non nasce nei laboratori accademici isolati, nasce nei garage perché l’ecosistema americano e lo Stato stesso creano le condizioni per farla prosperare, scommettendo sulla sua crescita. Lo Stato americano è il primo finanziatore e committente, spesso attraverso il complesso militare-industriale.

Il mercato guarda alla creazione di profitto o quantomeno all’attesa di profitto futuro (nessun grande player dell’IA generativa è attualmente in break-even). E noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo escluso le nostre imprese. Se l’artigiano è il primo a disprezzare il proprio prodotto, come può pensare di venderlo? Se lo Stato è il primo a non credere nel valore del proprio tessuto imprenditoriale, come possiamo pretendere che il mercato globale ci rispetti?

Achille e la tartaruga: cosa fare ora

La sovranità digitale non è un augurio benevolo; è un obiettivo che va perseguito con azioni muscolari.

Come nel paradosso di Achille e la tartaruga, dobbiamo compiere passi concreti e veloci per avvicinarci a un traguardo tecnologico che si sposta continuamente in avanti. Il problema tragico e attuale è che, al momento, non ci stiamo neppure muovendo.

La vera strada da percorrere richiede decisioni precise:

  1. Fare scelte sostenibili che generino profitto interno e autonomia digitale nel lungo periodo. Una classe dirigente che si limita a selezionare fornitori stranieri è una classe dirigente che ha abdicato al proprio ruolo.
  2. Investire nella formazione tecnica e politica. Formarsi significa acquisire la forza per costruire alternative nazionali, trasformando la consapevolezza in vantaggio competitivo.
  3. Distinguere nettamente l’innovazione dal progresso. L’innovazione è fare le cose in modo diverso o migliore. Il progresso, invece, è un miglioramento di processo che genera un profitto attuale e futuro distribuito per tutti. Senza ricaduta collettiva, l’innovazione è un esercizio fine a se stesso.

La tecnologia non deve servire a drenare risorse primarie verso l’esterno: deve tornare a servire per generare profitto, competenze e benessere distribuito per l’intero sistema Paese.