Il Piano Banda Ultralarga nelle aree bianche rappresenta uno dei più ambiziosi interventi pubblici per ridurre il digital divide in Italia degli ultimi 10 anni, ma oggi si trova ancora in una fase critica che rischia di vanificare miliardi di euro investiti con fondi europei e nazionali. Come osservatore attento del settore delle telecomunicazioni ormai da 20 anni, ritengo che sia urgente un cambio di rotta: Infratel e AGCOM devono intervenire con decisione per ripristinare un vero spazio economico tra le offerte wholesale attive e passive sulla rete pubblica gestita da Open Fiber come concessionaria. Senza questo riequilibrio, messo in crisi dalle promozioni sulle offerte attive (un servizio completo e vestito che è pronto alla rivendita) il modello wholesale-only che ci è tanto caro, rischia solo di smantellare il ruolo degli operatori locali, trasformandoli in meri rivenditori di un’offerta standardizzata e poco remunerativa, con conseguenze dirette sul basso take-up (adozione reale) della fibra.
Il problema principale non è solo tecnico o infrastrutturale: è economico e concorrenziale. Nelle aree bianche – zone rurali o a bassa densità dove il mercato privato non investe – lo Stato ha speso miliardi per realizzare una rete FTTH di proprietà pubblica. Open Fiber, come unico concessionario, offre accesso wholesale agli operatori alternativi, ma le condizioni attuali schiacciano i margini per i piccoli provider territoriali. Questi operatori, che conoscono il tessuto locale e sono i primi clienti nelle aree bianche attesa la loro presenza principalmente in quelle zone, hanno storicamente garantito penetrazione elevata grazie a relazioni dirette con cittadini e imprese, marketing mirato e assistenza personalizzata, differenza tecnologica grazie anche alle connessioni FWA Fixed Wireless Access particolarmente gradite dagli italiani.
Oggi, invece, l’offerta wholesale attiva è “piatta” e appiattisce il ruolo fondamentale degli ISP territoriali – con prezzi e termini che lasciano poco spazio per differenziazione o profitti – li riduce a semplici rivenditori. Il risultato? Si disincentiva l’accesso all’offerta passiva che vedrebbe gli operatori nel ruolo tipico dell’imprenditore di telecomunicazioni che sa come vestire un servizio di valore aggiunto. Pochi incentivi a spingere la vendita, grandi incentivi a spingere la ri-vendita, ritardi nelle attivazioni e un take-up deludente nonostante la copertura sembra crescere ma le unità immobiliari realmente attive restano basse rispetto alle aspettative. Prova ne siano i numerosi KO tecnici che ancora in molti riscontrano nella fase di attivazione.
Le cause di questa inefficacia sono chiare e multiple e devo dire che sono state più volte segnalate dagli Operatori Internet alle diverse Istituzioni coinvolte. Prima di tutto, i ritardi cronici, non solo nei cantieri ma soprattutto nelle attivazioni: processi burocratici lenti, collaudi prolungati, errori in provisioning e assurance fanno sì che una fibra pronta resti inutilizzata per mesi o anni. Questo scoraggia sia gli operatori che gli utenti finali che a volte aspettano mesi dopo la sottoscrizione del contratto per poter avere il servizio. E spesso non ci riescono.
In secondo luogo, i frequenti KO (fallimenti di attivazione) dovuti a problemi tecnici o amministrativi erodono fiducia e aumentano i costi. Sarebbe opportuno che i civici in KO fossero rimossi dai database e dalla visibilità pubblica per evitare al cittadino di cadere in errore e credere che il suo civico sia attivabile quando non lo è.
Al terzo posto, la qualità di assurance (assistenza post-vendita) e provisioning che abbiamo ricordato è spesso insufficiente: guasti lenti da risolvere, ticket non gestiti con efficacia, rendono la fibra meno affidabile agli occhi del cliente rispetto ad alternative come FWA o rete proprietaria di altri operatori locali che hanno iniziato a costruire una rete parallela a quella sussidiata in molte micro aree dove la fibra dello Stato non arrivava, non arriva, e non arriverà nel prossimo periodo.
Quarto punto, e forse il più controverso: alcune pratiche commerciali di Open Fiber sarebbero meritevoli di un approfondimento. I camper itineranti che girano nei comuni per promuovere vendite dirette e i buoni da 100 euro (voucher o incentivi per chi attiva FTTH) rischiano di distorcere il mercato che è vero è in zone economicamente svantaggiate ma potrebbe comunque innescare dinamiche locali su cui sarebbe opportuno un faro dell’Antitrust anche a tutela consumatore. Queste iniziative, camper e voucher, sembrano un gesto semplice, ma sono comunque lodevoli perchè mostrano uno “sforzo di farcela”, di impegnarsi a far funzionare le cose, quindi non sembrano in questo momento prioritarie anche per non creare ulteriore conflittualità rispetto alle dinamiche ben più grandi che coinvolgono i grandi operatori nazionali e sono ancora oggetto di scrutinio a Bruxelles. E’ evidente l’interesse di tutti gli attori a concludere finalmente la rete BUL ed ad attivare il massimo numero di utenze possibili, quindi va assolutamente evitato ogni contenzioso cercando di mediare tra le parti coinvolte.
Nonostante i meriti indiscutibili di Corte dei Conti e MIMIT nel monitoraggio e nel controllo – che hanno segnalato criticità e spinto correttivi – il sistema resta insoddisfacente. Il basso take-up non deriva solo da scarsa domanda (molti cittadini nelle aree bianche hanno ancora redditi modesti o poca consapevolezza digitale), ma da un modello wholesale che premia la rivendita di offerte attive e sembra penalizzare chi potrebbe vendere meglio: gli operatori locali. Senza margini adeguati su offerte passive (fibra spenta, accesso fisico) rispetto a quelle attive (VULA, bitstream), non c’è incentivo a investire in marketing locale, assistenza o bundle personalizzati.
La soluzione? Infratel e AGCOM devono agire subito: rivedere i listini wholesale per creare un vero differenziale economico tra passivo e attivo, tutelando gli operatori alternativi e garantendo prezzi equi ma remunerativi. Aggiornare i processi di provisioning e assurance con standard più stringenti, ridurre i KO con controlli preventivi migliori e bonifica degli elenchi dei civici non attivabili, e porre limiti chiari alle iniziative che sembrano dirette al mercato consumer operate con ogni buona fede dal concessionario.
Stiamo inoltre assistendo in questi mesi all’ingresso di non-operatori nelle telecomunicazioni, ovvero di aziende provenienti da altri mercati che guadagnano visibilità e vogliono espandersi nelle TLC, attirati da un’offerta wholesale “flat” di tipo attivo che non richiede know-how locale ma solo marketing nazionale. Questo potrebbe ulteriormente marginalizzare i provider territoriali, riducendo la concorrenza vera e la qualità del servizio nelle zone più fragili.
L’Italia ha bisogno di una banda ultralarga diffusa e adottata, non solo posata. Il Piano BUL può ancora salvarsi, ma richiede realismo: tutelare gli operatori locali è garanzia di penetrazione efficace e coesione territoriale. Senza intervento regolatorio rapido, il digital divide resterà, e con esso l’opportunità persa per lo sviluppo economico delle aree interne.











