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Analisi Strategica sulla “Double Transition”: intervento di Dario Denni al Digital Ethics Forum 2025


Per comprendere la fragilità del sistema industriale europeo nella sfida della doppia transizione tecnologica ed ambientale, occorre guardare alla tavola periodica degli elementi. Ho scelto il nome Europio per la mia società proprio perché questo elemento (numero atomico 63) rappresenta perfettamente il nostro legame critico con la tecnologia. L’Europio è una terra rara fondamentale per la vita moderna: grazie alla sua luminescenza, è presente in ogni monitor, televisione e dispositivo digitale che utilizziamo quotidianamente. Ha inoltre un ruolo vitale nella sicurezza finanziaria, essendo il componente principale dell’inchiostro anti-contraffazione delle nostre banconote.

Il dato politico allarmante è che l’Europa non produce europio. Seguo il tema dei minerali strategici da oltre dieci anni e oggi appare chiaro che non possiamo parlare di obiettivi sfidanti come la double transition senza ammettere le nostre vulnerabilità di base. Se non controlliamo le materie prime che alimentano l’innovazione e la sostenibilità, i nostri programmi rimarranno sulla carta, mentre il pianeta si restringe attorno a logiche di potere che ci vedono spettatori.

Geopolitica del Lavoro e i Pilastri della Democrazia

L’Europa è attualmente schiacciata tra la potenza finanziaria e militare degli Stati Uniti e il modello autocratico della Cina, dove lo Stato permea totalmente l’economia attraverso catene decisionali strettissime. Ma anche gli USA hanno scoperto che il capitale non basta. Con il Chip Act e l’Inflation Reduction Act, l’amministrazione Biden ha tentato di riportare la produzione di semiconduttori in patria (nella cosiddetta Desert Valley in Texas), offrendo spazio ed energia elettrica in abbondanza. Tuttavia, si sono scontrati con un ostacolo imprevisto: la mancanza di manodopera specializzata.

Il tentativo di importare lavoratori da Taiwan ha fatto emergere conflitti insormontabili legati alla cultura del lavoro. Le nostre democrazie avanzate si reggono su tre pilastri irrinunciabili: eguaglianza, terzietà del giudice e riconoscimento. Questi valori, che includono garanzie consolidate contro lo sfruttamento e il rifiuto della manodopera minorile, ci impediscono di adottare i ritmi o i modelli di paesi che non condividono la nostra area culturale. Senza questi “pillars”, è impossibile trovare un terreno comune di cooperazione industriale con nazioni che operano fuori da questo perimetro di diritti.

La Vertigine del Capitale: Taiwan, OpenAI e il PIL Italiano

Dobbiamo acquisire consapevolezza sulla reale scala degli investimenti globali, poiché siamo di fronte a numeri che superano la capacità di immaginazione del capitalismo industriale classico.

  • Taiwan ha investito nel suo Chip Act circa 200 miliardi di dollari, una cifra che da sola equivale all’intero PNRR italiano (220 miliardi).
  • OpenAI e Oracle hanno annunciato piani da 300 miliardi, con proiezioni che raggiungono la cifra mostruosa di 1.000 miliardi di dollari per i prossimi anni.

Esiste oggi un’azienda privata capace di movimentare capitali pari a mezzo PIL italiano (il nostro prodotto interno lordo è di circa 2.500 miliardi). Mentre il mondo tecnologico si sposta su queste cifre, in Italia il dibattito democratico si concentra su una manovra da 18,5 miliardi di euro, i cui fondi devono essere frazionati per coprire necessità urgenti come la sanità. Questa sproporzione evidenzia una distanza siderale tra la nostra realtà nazionale e le potenze che stanno ridisegnando il futuro del pianeta.

Teoria dell’Interpretazione: Il Green Deal e la Regola di San Francesco

Citando il professor Enrico Giovannini, osservo che documenti come il Green Deal del 2019, così come i rapporti di Letta e Draghi, sono stati letti da pochi ma interpretati da tutti. Per spiegare il pericolo di questa deriva, utilizzo la metafora di San Francesco. Prima di morire, il Santo lasciò una Regola basata sulla povertà e il rispetto del creato (un’anticipazione del concetto moderno di sostenibilità), chiedendo esplicitamente che non venisse interpretata. Tuttavia, il giorno dopo la sua morte, l’ordine si divise: i “spirituali” rimasero fedeli alla regola, mentre i “conventuali” iniziarono a interpretarla per mitigarne il rigore.

Oggi accade lo stesso con il Green Deal: l’eccesso di interpretazione ideologica non sta solo posticipando le scadenze (dal 2030 al 2099), ma sta attaccando i principi fondamentali del piano. Se si agisce sui principi attraverso l’interpretazione, si distrugge l’esecuzione (execution) e si costringe il sistema a riniziare tutto da capo, favorendo spinte regressive come il “drill baby drill”.

Realtà Ambientale e il Silenzio dei Media

Esiste un silenzio gravissimo intorno alle vere notizie ambientali. I dati scientifici che emergeranno con la prossima COP indicano che l’immissione di CO2 nell’aria è aumentata, non diminuita. Questo incremento è riconducibile a due fattori principali: l’aumento degli incendi boschivi e la ridotta capacità degli oceani di assorbire anidride carbonica. Nonostante l’importanza rivoluzionaria di queste informazioni, esse appaiono quasi esclusivamente su testate internazionali come l’Economist, mentre il resto del mondo prosegue come se fossimo sulla strada del piano sperato.

Sostenibilità come Piano Economico e la Trappola della Compliance

È fondamentale ribadire che il Green Deal non è un piano ambientale, ma un piano economico. Sebbene implementare la sostenibilità sia conveniente per le aziende, dobbiamo chiederci chi abbia effettivamente previsto questi adempimenti come un centro di costo ricorrente. Il nostro tessuto produttivo, composto prevalentemente da piccole imprese, ha difficoltà oggettive non solo a comprendere certi fenomeni, ma soprattutto ad attuarli. Rischiamo di escludere le nostre aziende dal ciclo produttivo perché non hanno previsto i costi di compliance necessari per acquisire le nuove procedure.

Invece, i grandi gatekeeper globali adottano una strategia di “super compliance”. Dopo essersi inizialmente opposti alle regole, queste multinazionali decidono di adempiere prima e meglio degli altri, annunciando nei loro “simposi” il raggiungimento degli obiettivi green con anni di anticipo rispetto alle scadenze legali. Questa super compliance diventa un fattore escludente a livello concorrenziale: se le regole sono orizzontali e non proporzionali, i giganti diventano “più green” degli altri per definizione, distruggendo la competitività delle imprese più piccole che non hanno la stessa forza finanziaria.

Questa sfida non riguarda solo l’Italia. Economie avanzate come Francia e Germania si sono riscoperte deboli di fronte a questi fattori oggettivi. La non proporzionalità delle regole e la mancanza di una visione strategica sui minerali e sul capitale rischiano di danneggiare irreparabilmente il valore delle nostre imprese. Dobbiamo tornare a riconoscere il valore di ciò che abbiamo, proteggendo la nostra industria da dinamiche globali che tendono all’esclusione sistematica dei player meno strutturati