Il greggio venezuelano è fangoso, denso e viscoso come melassa. Si estrae soprattutto dalla vasta Faja Petrolifera del Orinoco, una zona enorme nel cuore del paese. Questo petrolio extra-pesante è scuro, appiccicoso, ricco di zolfo e metalli pesanti. Non scorre facilmente dai pozzi e richiede processi complicati per essere pompato, diluito con oli più leggeri e trasportato.

Raffinarlo costa di più rispetto ai greggi leggeri e dolci che dominano il mercato globale. Per anni questo ha limitato il Venezuela, tecnicamente e al netto di tutte le altre cause che invece hanno portato la produzione a crollare sotto Maduro: da oltre 3 milioni di barili al giorno negli anni Novanta a circa 1 milione oggi. Le infrastrutture sono vecchie, trascurate, corrose. Le sanzioni occidentali hanno bloccato investimenti e esportazioni facili, spingendo il petrolio “sanzionato” verso mercati come Cina e India a prezzi scontati.

Ora, con la caduta di Maduro e l’arresto da parte degli Stati Uniti, tutto cambia. Washington promette di revocare sanzioni in modo selettivo. Aziende americane potrebbero rientrare in grande stile. Forse anche l’italiana ENI. Il greggio venezuelano, fangoso ma abbondante, ha potenzialità enormi. Il paese vanta le riserve provate più grandi al mondo: oltre 300 miliardi di barili, concentrati nell’Orinoco. Con una transizione politica stabile, investimenti stranieri e riparazioni, la produzione potrebbe salire rapidamente.

Analisti stimano un aumento di 500 mila barili al giorno nei prossimi due anni, arrivando a 1,5-2 milioni. A lungo termine si parla di tornare verso i 3-3,5 milioni, grazie a tecnologie moderne e capitali. Il greggio pesante venezuelano si adatta bene alle raffinerie Usa specializzate, che già processano tipi simili dal Canada. Lo sconto attuale sul prezzo potrebbe ridursi.

Il Brent oggi oscilla intorno ai 63-64 dollari al barile, con un mercato in surplus. L’arrivo di barili venezuelani non farà crollare i prezzi subito, ma a medio termine rafforzerà l’offerta globale. Per la Cina, che comprava scontato, sarà più caro sostituirlo con alternative come Canada o Colombia, al netto di ulteriori risvolti geopolitici in atto tra grandi potenze mondiali. Il greggio fangoso del Venezuela resta una sfida tecnica. Ma con un governo diverso e investimenti freschi, le sue enormi riserve possono trasformare il Venezuela in un attore chiave del petrolio mondiale se si riuscisse a dare stabilità istituzionale al paese. Il potenziale c’è: basta sbloccare infrastrutture e investimenti per far emergere questa ricchezza nascosta, ma nemmeno tanto, che fa gola a tutti gli attori internazionali.

Tutto questo al netto di quanto sta accadendo in Iran. Il 12 gennaio 2026, il presidente USA Donald Trump ha annunciato su Truth Social nuovi dazi del 25% su tutti i beni importati negli Stati Uniti da qualsiasi paese che fa affari con l’Iran. La misura è “effettiva immediatamente” e punta a isolare economicamente Teheran per la repressione violenta delle proteste antigovernative in corso da fine dicembre 2025, con centinaia (o migliaia) di morti e arresti. La Cina ha inevitabilmente reagito con decisione: Pechino, che compra la maggior parte del petrolio iraniano (circa 1,38 milioni di barili al giorno nel 2025, l’80-90% delle esportazioni di Teheran), ha minacciato ritorsioni. Ha detto che “le guerre commerciali non hanno vincitori” e che difenderà i suoi interessi con “tutte le misure necessarie”. Il nuovo dazio si aggiungerebbe ai dazi già esistenti sulle merci cinesi portando il totale potenzialmente molto più alto e rischiando di rompere la fragile pace commerciale USA-Cina.

Ovviamente anche India, Emirati Arabi e altri partner dell’Iran sono a rischio delle tariffe di Trump e non si sa ancora se siano costituzionali o meno e quali impatto potrebbero avere se fossero annullate. Il prezzo del petrolio intanto sale ai massimi da due mesi: le tensioni in Iran spingono i mercati. Exxon Mobil e altre compagnie USA potrebbero essere escluse o costrette a investire per riparare infrastrutture venezuelane, ma c’è incertezza. Massima. Mai come oggi.

La Casa Bianca non crede che la Corte Suprema USA possa decidere di annullare i dazi universali imposti il 2 aprile 2025 (“Liberation Day”), con tariffe dal 10-50% su molte importazioni. Trump li ha varati usando una legge del 1977 per “emergenza nazionale” sul deficit commerciale. Trump avverte: “Sarebbe un disastro totale, ci vorrebbero anni per capire chi paga quanto, e gli USA potrebbero dover rimborsare trilioni di dollari a paesi e aziende”.

Ecco un articolo di approfondimento che analizza le dinamiche descritte, cercando di legare i fatti tecnici a una narrazione più ampia sulla sicurezza energetica globale.

Crisi in Iran a Marzo 2026: l’illusione delle Riserve USA. Ecco perché il Petrolio non scende

Nel delicato scacchiere dell’economia mondiale, poche mosse sono considerate “pesanti” come l’apertura delle riserve strategiche di petrolio. Quando l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) annuncia il rilascio coordinato di 400 milioni di barili, il mondo si aspetta un segnale forte: un argine contro il rincaro della benzina e una boccata d’ossigeno per le industrie. Eppure, la cronaca recente ci consegna un paradosso inquietante. Nonostante l’immissione di una quantità di greggio che sulla carta appare mastodontica, i prezzi non solo non sono crollati, ma hanno ripreso a correre verso l’alto.

Per capire perché questa “medicina” sembri non funzionare, bisogna spostare lo sguardo dalle tabelle dei ministeri alla geografia del Medio Oriente. Il cuore del problema non è quanto petrolio abbiamo nei depositi, ma quanto petrolio non riesce a muoversi. Il vero protagonista di questa crisi non è un presidente o un amministratore delegato, ma una sottile striscia d’acqua: lo Stretto di Hormuz. Attraverso questo passaggio transita una quota vitale dell’energia mondiale. Gli analisti stimano che, a causa delle attuali tensioni, tra i 9 e i 10 milioni di barili al giorno siano attualmente “intrappolati”. Si tratta di un volume immenso, che oscura completamente i 3 milioni di barili al giorno che il piano dell’AIE promette di aggiungere al mercato.

Siamo di fronte a un semplice problema di aritmetica applicata: se il mercato perde dieci e la politica risponde con tre, il deficit rimane profondo. Gli investitori e i trader di petrolio lo sanno bene. Ecco perché, il giorno dopo l’annuncio del rilascio delle riserve, il Brent non è sceso, ma è balzato da 90 a oltre 100 dollari al barile. Il mercato non reagisce alle promesse, ma alla realtà fisica della scarsità.

La Fisica delle Caverne di stoccaggio di petrolio: le riserve e il fattore tempo

C’è poi un limite tecnico che spesso sfugge al dibattito pubblico. Le riserve strategiche, in particolare quelle degli Stati Uniti (la Strategic Petroleum Reserve o SPR), non sono rubinetti che si aprono con un clic. Gran parte di questo petrolio è stoccato in enormi caverne di sale sotterranee in Louisiana e Texas. Estrarre greggio da queste strutture è un processo complesso che dipende dalla pressione interna.

Dopo i massicci prelievi effettuati dall’amministrazione Biden nel 2022, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, le riserve sono scese a circa il 60% della loro capacità. Man mano che le caverne si svuotano, la pressione diminuisce e l’estrazione diventa fisicamente più lenta. Inoltre, queste riserve utilizzano le stesse infrastrutture — oleodotti e porti — usate dai produttori privati. In un sistema già saturo, aggiungere milioni di barili statali crea un “ingorgo” logistico. Il risultato è frustrante: potrebbero servire fino a quattro mesi prima che il petrolio annunciato arrivi effettivamente nelle raffinerie.

Finanza contro Realtà: Il Peso dei Derivati del petrolio

Un altro elemento di distorsione è la natura stessa del mercato petrolifero moderno. Ogni giorno vengono scambiati circa 100 milioni di barili di petrolio reale, quello che finisce nelle navi e nei serbatoi. Tuttavia, nello stesso arco di tempo, sui mercati finanziari vengono scambiati contratti “derivati” (scommesse sul prezzo futuro) per un volume che raggiunge i 6 miliardi di barili.

Questa enorme massa di denaro speculativo rende il prezzo del petrolio estremamente volatile e, paradossalmente, meno sensibile alle scorte fisiche. Se i grandi fondi d’investimento temono un’escalation bellica con l’Iran, continueranno a comprare petrolio “di carta” per proteggersi, spingendo il prezzo verso l’alto anche se i governi svuotano le loro riserve. In questo scenario, l’intervento dell’AIE è come tentare di spegnere un incendio boschivo con un secchio d’acqua: un gesto nobile, ma sproporzionato rispetto alla vastità del rogo.

Il Paradosso del Futuro, il prezzo non scenderà per lungo tempo se tutti aumentano le riserve

Mentre l’Occidente cerca di svuotare i serbatoi per calmare i mercati, molti altri paesi stanno imparando la lezione opposta. Le nazioni che non producono energia in proprio hanno visto quanto sia fragile il sistema globale. La conseguenza prevedibile è che, appena la situazione si stabilizzerà, assisteremo a una corsa frenetica all’accumulo di scorte di sicurezza. Qui scatta il paradosso finale: la paura della scarsità spinge i governi a comprare petrolio per metterlo da parte. Questa domanda aggiuntiva, alimentata dalla necessità di sicurezza, manterrà i prezzi elevati molto più a lungo di quanto previsto. In un mondo in cui l’energia è diventata l’arma geopolitica definitiva, le riserve strategiche non sono più solo un paracadute per le emergenze, ma un elemento di tensione costante in un equilibrio sempre più precario.

In molti hanno messo a sistema l’azione di Trump sul Venezuela e la Crisi in Medio Oriente ma il rapporto, if any, è a saldo negativo. Profondamente negativo.