Cosa intende Antonio Sassano per reti-servizio?

Sabato 14 Novembre su Prima Comunicazione è apparsa una bella intervista al prof. Antonio Sassano presidente della Fondazione Ugo Bordoni, secondo il quale la direzione da prendere è quella di una rete universale, non verticalmente integrata, gestita da un’unica mano che si connetta a tante reti servizio sulle quali si sposta la competizione tra operatori.

In via preliminare è opportuno chiarire che il termine inglese “independent” è stato tradotto male in Italiano, non significa tanto neutrale, ma identifica una rete svincolata dall’incumbent. Al di là di questa precisazione, è chiaro che una rete “neutrale” è sempre auspicabile, non fosse altro perchè l’aggettivo “neutrale” riguarda il rapporto tra rete e servizi, anche se con risvolti di pluralismo dell’informazione e non solamente competitivi.

E’ bene chiarire che l’Italia sta affrontando solo politicamente il tema della rete unica “FISSA” in fibra ottica, dove nel progetto del Governo con Tim e Cassa Depositi e Prestiti, la parte di rete mobile è tenuta ben distinta dal perimetro infrastrutturale e societario dell’ex monopolista.

Il prof. Sassano è un grande esperto di frequenze e quindi nella sua speculazione sul tema della rete unica ci fa ricadere pure il 5G: nella prima parte dell’intervista, il professore propone chiaramente una rete di servizi specializzati che lui chiama reti-servizio, ed identifica la rete mobile come una delle reti-servizio differenziate dalla rete unica neutrale.

Infatti secondo Sassano: “la rete neutra si ferma dove comincia una rete di servizio. O, per dirla meglio, dove c è un servizio che ha bisogno di una infrastruttura di rete supplementare”. 

Non si capisce molto l’esigenza dottrinale di introdurre la nuova categoria delle reti-servizio, anche se il dibattito mondiale ormai è aperto, mi sembra tuttavia che i servizi di accesso e i servizi digitali siano da tenere sempre ben distinti. In Europa peraltro, già ci sono servizi (sottinteso “di accesso”) specializzati e seguono una loro regolamentazione specifica, godendo pure di qualche deroga.

Per rimanere nel contesto dell’intervista, se SKY (fornitore di contenuti e con licenza da operatore TLC) acquista wholesale da Open Fiber ed insieme all’abbonamento di accesso ad Internet veste l’offerta con l’abbonamento alla sua TV, non sta facendo solo per questo una rete-servizio. Rete-servizio in realtà potrebbe essere la sua CDN e non certamente il bundle accesso+TV che invece ha una sua rilevanza commerciale, magari in termini di competizione e  regolamentazione non solamente infrastrutturale. E’ da valutare semmai,  se questa fattispecie possa ricadere tra i servizi (di accesso) specializzati previsti dalla regolamentazione e dal BEREC (i.e. specialized service).

Rileva inoltre, nel contesto generale, il titolo autorizzatorio con cui si erogano questi servizi, e gli obblighi di interconnessione che ne derivano per evitare che le reti-servizi diventino dei piccoli walled garden dove gli effetti rete diretti ed indiretti potrebbero far rientrare dalla finestra, quello che con la supposta rete neutrale volevamo escludere dalla porta.

Non è un caso che proprio all’inizio del mese di Dicembre è atteso il digital service act dall’Europa, affinchè dietro le principali reti-servizio, ovvero le piattaforme digitali, non si nascondano, monopoli e abusi di posizione dominante.

Meriterebbe un approfondimento specifico a tal proposito la CDN di un grande fornitore di contenuti, quella si è da considerarsi come una rete-servizio come potrebbe essere ad esempio quella di un ospedale, ma c’è una forte differenza pure tra reti-servizio fisse e reti-servizio offerte su architettura mobile, anche per i mille risvolti regolamentari proprio in tema di net-neutrality (una definizione che adesso ricade sotto la nuova dizione codicistica di “open Internet”).

Le reti-servizio, esattamente come le piattaforme digitali, possono abusare di un forte potere di intermediazione verso il cliente finale, tale da mettere a rischio la possibilità di godere di un ambiente digitale aperto e competitivo. Pensiamo ad un fornitore di contenuti che permetta la visione degli stessi solamente agli abbonati alla sua rete e non ad altri. Se ad esempio SKY permettesse la visione del suo telegironale solamente agli utenti di TIM e non a quelli di Vodafone, oppure solamente a quelli che sottoscrivono il suo stesso abbonamento di accesso ad Internet. Oppure pensiamo se Netflix fosse fruibile solo agli utenti di AT&T. 

Anche per queste ragioni non si ravvisa la necessità di introdurre nuove categorie ibride con terminologie promiscue che abilitano a generalizzazioni perniciosissime.

E’ da studiare invece il riferimento che il Prof. Sassano fa alla Germania (caso BMW e Basf), per capire meglio la sua intuizione. Tra le altre cose, Sassano fa l’esempio molto attuale di una Netflix che si fa trasportare i contenuti da TIM partecipata da Vivendi: questo per essere chiari non è un caso di scuola ma è quello che già accade, e continuerà ad accadere anche nella futura ete neutrale (i.e. independent) perchè sarà difficile tenere lontani i broadcaster e gli OTT come investitori.

In realtà stiamo procedendo verso una situazione diametralmente opposta, quantomeno in Italia, sulla base delle regole appena introdotte dal nuovo Codice Europeo che non cambieranno certamente nel breve, nemmeno a fronte di nuove speculazioni giuridiche. 

Si può partecipare al coinvestimento a vario titolo e con risvolti regolamentari totalmente diversi, di questo abbiamo già scritto in precedenza. Del resto, l’abrogazione dei limiti della Legge Gasparri ha chiaramente portato a un doppio binario dove sarà molto difficile tenere i televisivi fuori dall’infrastruttura. Già oggi, dicevamo, è così: c’è una tendenza mondiale all’ingresso di operatori internet nel settore dei contenuti e viceversa però di questo, stranamente, non si fa cenno.