Dario Denni: Gino Paoli disse: la poesia è un flash emozionale, è quello che non si dice, che sta dietro alla parola. E’ la frase più potente di Lacan. « Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende» sulla impossibilità di dire tutto, sul fatto che la verità si manifesta solo a metà, e che l’analisi lavora proprio su ciò che resta dimenticato dietro ciò che si dice. Gino forse non sapeva nemmeno chi fosse Lacan quando ha scritto “Il cielo in una stanza”. Eppure ancora Lacan: « Tra l’uomo e la donna c’è l’amore. Tra l’uomo e l’amore c’è la donna. Tra l’uomo e la donna c’è un mondo. Tra l’uomo e il mondo c’è un muro. » L’amore non è fusione né annullamento della differenza sessuale; è ciò che si costruisce sopra quel muro, o meglio attraverso quel muro.
Esiste un filo invisibile che collega i vicoli di Genova, dove l’odore del sale si mescola al fumo delle sigarette, e le aule parigine in cui Jacques Lacan scardinava le certezze del secolo scorso. Questo filo ha un nome: l’impossibilità di dire tutto.
Quando Gino Paoli definisce la poesia come un “flash emozionale”, qualcosa che abita “dietro la parola”, non sta solo facendo teoria estetica. Sta, forse inconsapevolmente, dando voce a uno dei pilastri della psicoanalisi: la verità si manifesta solo a metà, come un lampo che illumina la stanza per poi lasciarla nuovamente nel mistero.
La Stanza senza Pareti: Una Topologia dell’Amore
Nel 1960, Paoli scriveva “Il cielo in una stanza”. Mentre l’Italia ballava al ritmo del boom economico, lui cantava il crollo delle coordinate spaziali: “questa stanza non ha più pareti, ma alberi infiniti”.
Per Lacan, l’amore non è la fusione idilliaca di due metà che si incastrano perfettamente. Al contrario, il maestro francese era lapidario: “Tra l’uomo e la donna c’è un muro”. L’errore contemporaneo è credere che l’amore serva ad abbattere quel muro. Paoli ci suggerisce il contrario: l’amore è ciò che si costruisce attraverso quel limite. Il soffitto che scompare non è un atto di magia, ma l’effetto di un incontro che accetta il vuoto e lo trasforma in infinito.
Quello che resta “Dimenticato”
La frase più potente di Lacan «Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende» risuona con una precisione chirurgica nelle intuizioni di Paoli. In analisi, come in poesia, non conta il contenuto letterale del discorso (il “detto”), ma l’atto stesso del parlare (il “dire”).
Il “flash” di cui parla il cantautore è esattamente quel residuo che sfugge alla catalogazione del vocabolario. È il punto in cui la parola fallisce e, proprio in quel fallimento, permette all’emozione di esistere. La verità non è mai l’intero enunciato, ma quel soffio che resta impigliato tra una sillaba e l’altra.
“La poesia è quello che non si dice.” — Gino Paoli
Oltre il Narcisismo
Oggi, in un’epoca che ci impone la trasparenza totale e la visibilità h24, riscoprire il “muro” lacaniano attraverso la lente di Paoli è un atto rivoluzionario. Accettare che tra l’uomo e la donna ci sia un mondo, e che questo mondo sia spesso incomprensibile, è l’unico modo per non annullare l’altro nel proprio specchio narcisistico. L’amore, insomma, non è la fine della differenza, ma la sua celebrazione. È saper vedere il cielo proprio lì dove gli altri vedono solo un soffitto viola. In Il cielo in una stanza questo meccanismo è perfetto: le parole sono semplicissime («quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti ma alberi… io vedo il cielo sopra noi»), eppure producono un effetto di sublimazione quasi magico. Il muro della stanza (reale, simbolico, immaginario) scompare, e appare il cielo. È un piccolo miracolo di linguaggio che fa intravedere ciò che sta dietro.
Testo completo (versione originale di Gino Paoli):
Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti
ma alberi, alberi infiniti. Quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola, no, non esiste più.
Io vedo il cielo sopra noi
che restiamo qui abbandonati
come se non ci fosse più niente, più niente al mondo. Suona un’armonica: mi sembra un organo
che vibra per te e per me
su nell’immensità del cielo…
Per te, per me, nel ciel.
Lettura lacaniana, verso per verso
- «Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti»
Il muro fisico (la stanza chiusa, il bordello reale secondo lo stesso Paoli) viene immediatamente negato.
Non è che il muro scompaia per magia: è che l’amore (o il desiderio) lo attraversa, lo rende trasparente.
Lacan: tra l’uomo e la donna c’è un muro, ma l’amore si costruisce attraverso quel muro.
Qui il soggetto dice: “io vedo gli alberi infiniti” ? vede l’Altro come infinito, come foresta che sfonda la chiusura della stanza (e della differenza sessuale). - «Questo soffitto viola, no, non esiste più»
Il soffitto è il limite superiore, il tetto simbolico che chiude il godimento.
Paoli lo cancella con un semplice «no».
È il momento in cui il detto (la stanza reale con soffitto viola) viene attraversato dal dire poetico: ciò che si intende è infinitamente più grande di ciò che si dice. - «Io vedo il cielo sopra noi che restiamo qui abbandonati come se non ci fosse più niente, più niente al mondo»
Qui arriva il cuore lacaniano.
I due restano abbandonati (non fusi, non Uno).
L’amore non annulla la differenza: li lascia lì, esposti, nudi di fronte al reale.
Eppure, proprio in quell’abbandono, appare il cielo – ciò che sta “dietro” la parola, il flash emozionale di Paoli.
È l’incontro con l’Altro che non si possiede mai del tutto: “come se non ci fosse più niente al mondo” = il mondo (il muro) viene sospeso, ma non distrutto. - «Suona un’armonica: mi sembra un organo che vibra per te e per me su nell’immensità del cielo»
L’armonica (strumento povero, popolare, “di strada”) diventa organo (strumento sacro, immenso).
Paoli stesso ha detto in interviste recenti: «È l’orgasmo».
Lacan sorriderebbe: il godimento passa attraverso il significante (armonica ? organo), si sublima, sale “su nell’immensità”.
Ma resta sempre per te e per me – separati, mai completamente fusi.
Il “vibra” è il tremore del soggetto di fronte al reale che sfugge.
Forse senza saperlo, Gino Paoli ha scritto una delle più belle illustrazioni popolari della tesi lacaniana sul linguaggio, sul desiderio e sull’amore.



