De Benedetti delinea 3 soluzioni (sbagliate) per la banda larga

Articolissimo di Franco De Benedetti sul Sole di oggi, in cui delinea 3 soluzioni tutte egualmente sbagliate per la banda larga in Italia.

1- soluzione bernabe’… 1 mld di euro l’anno sulla rete. Soluzione minimale da rigettare a mani piene.

2- aumento di capitale per Telecom Italia (strategia, fuori Telefonica). De Benedetti stesso riconosce che questa via non è praticabile. Se la propone è solo per rafforzare l’idea di Bernabe’.

3- rimonopolizzazione di Telecom Italia – è un’altra cialtroneria. Non si è dato in nessun Paese al mondo un fenomeno simile. Non vedo come si possa auspicare in Italia.

____________________
Sole 24 Ore di venerdì 18 dicembre 2009, pagina 18
Banda larga nel vicolo Telecom
di Debenedetti Franco

Se la banda larga è diventata un tormentone, è perché ha due grossi nodi. (…)
Il primo sta nella vagheana di ci di cui si parla. Con le nostre varietè geografiche, sociali ed economiche, un progetto uniforme, tipo Finlandia, sarebbe insensato, dobbiamo mirare a soluzioni mirate, qui schematicamente ridotte a due.

Una permette di vedere filmati in alta definizione (50 Mbit/sec), l’altra consente di connettersi alla rete (2 Mbit/sec). Una è possibile nelle aree del paese dove il numero di utenti disponibili a pagare per la prestazione !ricca assicura un ccishflow sufficiente per rendere finanziabile l’investimento. L’altra è destinata alle zone in cui con le attuali tariffe non si assicura neppure quella prestazione minima, Tante parole, ma numeri – di utenti, di tariffe – pochi: diciamo pure nessuno:

che sia possibile finanziare una rete moderna, lo deduciamo dal fatto che così è in tutto il mondo. Quanto alla prestazione minima, gira la cifra di 8oo milioni: ma quante e dove sono le località da collegare? Saranno gli utenti della rete a dover fmariziare la fornitura di un servizio anche in località dove province e regioni sovvenzionano latticini, funivie e traghetti? Il digital divide che ci dovrebbe preoccupare è quello verso il resto del mondo e, per ridurlo, sarebbe pi utile insegnare pi matematica, informatica e scie ze nelle scuole.

Utilizzare la rete esistente costa meno che farne una nuova di zecca. La rete è di Telecom. Lo è in senso giuridico: gli azionisti l’hanno comperata e pagata. Lo è in senso tecnico: rete sono anche i computer e il software che gestiscono il traffico convogliato sulla rete fisica di cavi e di ponti radio. a ragione Franco Bernabè, la rete è l’azienda, senza di essa l’azienda non esiste.

In quanto monopolio naturale, la rete è una essentiatfacility fruibile da tutti gli operatori in condizioni di parità. Iregolatori, in Inghilterra e in Italia, hanno dimostrato che è possibile una gestione soddisfacentemente neutrale.

In tutto il mondo l’incumbent resta il proprietario della rete: anche negli Usa è passato il tempo in cui andava di moda l’integrazione verticale tra produttori di contenuti e i network di cavi.

Il traffico sulla rete è la sola cosa che cresce anche nella crisi; chi ha la rete do- vrebbe essere interessato a espanderla. Ma Telecom non pu : non pu fare aumenti di capitale senza rompere i delicati equilibri della sua governance, provocare lo show down sul premio al controllo, quindi l’abbattimento del valore della partecipazione nel bilancio dei grandi azionisti; non pu aggiungere nuovo debito senza downgrading di quello esistente, con conseguenze deleterie sul conto economico; non pu finanziaral con il proprio cashflow perché gli azionisti hanno richiestopay outesorbitanti.

E con questo siamo al secondo nodo. Ilpaese sembra ostaggio di azionisti miopi che gli impediscono di dotarsi di un’infrastruttura essenziale per il suo sviluppo. In realtà agli azionisti di Telco non è stato chiesta lungimiranza tecnologica, ma impegno di capitali pergarantire l’italianità di un’azienda, per rilevarla da chi l’aveva pagata un prezzo irrealistico, e ulteriormente indebitata con la fusione con Tim, per scongiurare possibili scalate.

Il paese è sì ostaggio, ma dell’ossessione di preservare l’i:alianità, di custodire il sistema nervose del paese. Così, per avere la rete italiana dobbiamo tenercela debilitata dalla senescenza. Per la paranoia che qualcuno potesse limitare il nostro sviluppo, lo limitiamo due volte, tenendoci una rete inadeguata e bloccando soldi delle nostre maggiori istituzioni finanziarie per garantire il controllo in mani italiane.

Ci siamo cacciati in una impasse. Non possiamo neppure pi liberarci dalla nostra ossessione: un àumento di capitale di Telecom peserebbe sui bilanci di azionisti a cui è stato chiesto il piacere di fornire l’ancoraggio. E allora l’aumento di capitale sipensa di farlo al piano disotto:

ci s’inventa-una società di secondo livello, a cui Telecom conferirebbe la rete mantenendone pet la maggioranza assoluta. Ma alla sola idea di trasferire il debito si solleverebbero i creditori, scatterebbero le acceleration clczuses, si imporrebbe il rimborso iimnediato, e quindi il rifinanziamento per decine di miliardi, E se così non fosse, peggio sarebbe il resto.

Peggio i contorsionismi per separare rete fisica e rete lcgica, per distinguere trasporto da servizio; peggio le acrobazie contabili per allocare asset, ricavi e costi di pertinenza dell’uno e dell’altro; peggio i conflitti d’interesse con azionisti di minoranza, o concorrenti oproduttori di contenuti. Ma sarebbero foglie di fico, è chiaro che a contare sarebbe l’azionista pubblico. Un pasticcio indecoroso, una ripubblicizzazione senza onore: il riacquisto della minoranza di una società di secondo livello, valutata in proporzione probabilmente cli pi di una Telecom, assai pi ricca, quando fu venduta.

Cisono quindi solo tre soluzioni possi:

bifi. O Telecorri destina alla rete fisica un miliardo l’anno, come ha detto Bernabè. Battezziamola banda larga. Una bugia:

mane abbiamo sentite di peggiori.O Telecom fa un mega-aumento di capitale: le banche consolidano le minusvalenze, negoziano l’uscita di Telefonica o almeno la obbligano a lanciare un’Opa. Una soluzione di mercato: che quindi non vedremo. O Telecom viene rinazionalizzata, e le si assicurano i profitti da monopolista, come alle altre aziende pubbliche. Una sconfitta: ma almeno pulita.

Giocare il gioco della privatizzazione, senza accettare le regole del mercato, compresa la mobilità del controllo, costa caro.