Il recente vertice di Roma tra il Cancelliere tedesco Friedrich Merz e la Premier italiana Giorgia Meloni segna un passo decisivo verso l’autonomia strategica europea. Con la firma di un nuovo piano d’azione, Italia e Germania hanno risposto direttamente al disimpegno degli Stati Uniti di Donald Trump, che hanno recentemente tagliato i ponti con diverse organizzazioni internazionali. Di fronte a questo vuoto di leadership, i due leader hanno scelto di blindare la difesa del continente potenziando il Centro di eccellenza per la lotta alle minacce ibride di Helsinki e la Hybrid Fusion Cell dell’intelligence UE.

L’accordo non si limita alla protezione diplomatica, ma affronta le nuove frontiere del conflitto moderno, dove attacchi informatici, sabotaggi e disinformazione rappresentano le sfide principali. Il piano prevede infatti una collaborazione stretta sulla sicurezza delle infrastrutture critiche e sulla resilienza digitale, promuovendo al contempo l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle piccole e medie imprese per renderle meno vulnerabili. Rafforzando la cooperazione tecnologica e la prevenzione del crimine informatico, Roma e Berlino mirano a costruire uno scudo europeo più solido, dimostrando che la sicurezza dell’Unione dipende ormai sempre più dalla coesione e dall’iniziativa dei suoi Stati membri.

Dopo il bilaterale a Roma tra Meloni e Merz e la lettera congiunta è arrivato il momento di dare seguito alle dichiarazioni di indipendenza strategica dei servizi digitali. Il Bundestag tedesco si trova attualmente a un bivio strategico che definirà il futuro dell’amministrazione pubblica in Europa. La Commissione per le tecnologie dell’informazione e la digitalizzazione (Commissione IuD) sta esaminando una strategia che mira a sradicare la dipendenza cronica dai fornitori di software proprietario, in particolare Microsoft. Questa iniziativa non è solo una questione di aggiornamento tecnico, ma un atto di autodeterminazione politica.

Con circa 10.000 postazioni di lavoro da gestire, il Parlamento tedesco riflette le difficoltà di ogni grande istituzione statale. La dipendenza da Microsoft ha creato un effetto “lock-in” dove la continuità operativa sembra dipendere esclusivamente dal rinnovo dei contratti con una singola entità privata straniera. Il problema è triplice:

  • Sicurezza e Riservatezza: I dati parlamentari, che includono bozze legislative e comunicazioni sensibili, non possono essere soggetti a giurisdizioni extraterritoriali (come il CLOUD Act statunitense).
  • Obsolescenza e Costi: La fine del supporto per i prodotti on-premise spinge le istituzioni verso il cloud proprietario, aumentando i costi ricorrenti e la perdita di controllo fisico sui server.
  • L’alternativa Open Desk: Il centro Zendis sta promuovendo una suite basata su software libero (Collabora, Open Project). Nonostante l’adozione sia ancora parziale, rappresenta il primo vero tentativo di creare un ecosistema di lavoro “sovrano”.

La sveglia per il Governo Meloni: Perché l’Italia deve seguire l’esempio tedesco

La scelta della Germania non deve essere vista come un caso isolato, ma come un monito per l’intera Unione Europea, e in particolare per l’Italia. Il nostro Paese versa in una condizione di dipendenza tecnologica persino più marcata, rendendo urgente una riflessione sulla sovranità digitale italiana.

1. La fine del colonialismo digitale

Per decenni, l’Italia ha delegato la propria infrastruttura critica a fornitori d’oltreoceano. Questo “colonialismo digitale” ha trasformato lo Stato in un semplice consumatore di licenze, privo di voce in capitolo sullo sviluppo del software che gestisce la vita dei cittadini. Seguire il modello del Bundestag significa riappropriarsi della capacità di decidere come e dove i dati vengono elaborati. Se l’Italia non sviluppa o adotta soluzioni open source come Open Desk, rimarrà un vassallo tecnologico, vulnerabile a decisioni commerciali prese a migliaia di chilometri di distanza.

2. Sicurezza Nazionale e Cyberspazio

In un’epoca di guerra ibrida, il software è un’arma. Affidare la totalità della Pubblica Amministrazione (PA) a un unico fornitore crea un Single Point of Failure (unico punto di vulnerabilità). Se venisse scoperta una falla critica o se, in uno scenario geopolitico estremo, le licenze venissero revocate, l’Italia si fermerebbe. Diversificare l’ecosistema IT con soluzioni open source permette di auditare il codice (trasparenza) e di gestire in autonomia le patch di sicurezza, senza attendere i tempi di una multinazionale.

3. Sostegno all’economia locale e competenze

Ogni euro speso in licenze Microsoft o Oracle o sul Cloud di AWS e di GOOGLE è un euro che esce dai confini nazionali. Investire in soluzioni basate su standard aperti, come sta facendo la Germania, significa invece dirottare quei fondi verso aziende IT italiane ed europee. Questo creerebbe un indotto di sviluppatori, sistemisti e consulenti locali capaci di personalizzare il software sulle specifiche esigenze della nostra PA (si pensi alle peculiarità del sistema giuridico o sanitario italiano). Invece di finanziare dividendi esteri, finanzieremmo l’innovazione interna.

4. Il Cloud Nazionale e il PNRR

L’Italia sta investendo massicciamente nel Polo Strategico Nazionale (PSN). Tuttavia, un cloud nazionale che ospita esclusivamente software americano è solo un “guscio” di sovranità. Per essere davvero indipendenti, al ferro (i server) deve corrispondere il software (le applicazioni). Senza una strategia software sovrana, il PSN rischia di diventare una costosa infrastruttura di hosting per prodotti su cui non abbiamo alcun controllo.

5. Etica e Trasparenza verso il Cittadino

Il software libero è intrinsecamente democratico. Poiché il codice è pubblico, chiunque può verificare che non vi siano “backdoor” o sistemi di tracciamento indebito. Lo Stato ha il dovere morale di utilizzare strumenti trasparenti per gestire i dati dei contribuenti. Se la Germania, locomotiva d’Europa, ritiene che il rischio di dipendenza sia inaccettabile, l’Italia non può permettersi il lusso di ignorare il problema.

Il passaggio alla sovranità digitale è un percorso lungo e faticoso, come dimostrano i ritardi nell’implementazione di Open Desk nel Bundestag. Tuttavia, è l’unica via per garantire che l’Italia rimanga un attore rilevante nel XXI secolo. Dobbiamo smettere di considerare l’informatica come un costo di cancelleria e iniziare a vederla per ciò che è: il sistema nervoso della democrazia. Seguire la Germania non significa solo copiare una tecnologia, ma adottare una visione politica dove la libertà dei cittadini passa per l’indipendenza digitale.

Ma il governo tedesco non si è fermato a questo e ha delineato una nuova strategia nazionale per i data center con l’obiettivo di rendere la Germania l’hub digitale leader in Europa entro il 2030. La visione punta a raddoppiare la capacità di calcolo complessiva e a quadruplicare quella dedicata all’IA, rispondendo alla massiccia espansione tecnologica di Stati Uniti e Cina.

Il piano si articola su tre pilastri fondamentali:

  1. Energia e Sostenibilità
    I data center consumano circa il 4% dell’elettricità nazionale. Il Ministero punta a un approvvigionamento 100% rinnovabile e a una maggiore efficienza. Tra le proposte spicca l’allentamento delle tasse sul calore di scarto, che i gestori vorrebbero cedere gratuitamente per il teleriscaldamento. Inoltre, il governo preme a livello UE per includere il settore nel regime del prezzo dell’elettricità industriale, riducendo i costi operativi per le imprese.
  2. Localizzazione e Suolo
    Per facilitare l’espansione, si punta al riutilizzo di siti industriali dismessi, come ex miniere o centrali elettriche. Il governo intende accelerare i processi burocratici e fornire linee guida ai comuni per bilanciare lo sviluppo tecnologico con le esigenze locali e il consumo idrico dei sistemi di raffreddamento.
  3. Sovranità Tecnologica
    La Germania mira all’autonomia digitale attraverso un’infrastruttura sovrana ad alte prestazioni. L’obiettivo ambizioso è attrarre almeno una “Gigafactory dell’IA” e continuare a investire nel calcolo quantistico tramite nuovi bandi di finanziamento.

La strategia tedesca sui data center, quella definitiva, è attesa per il primo trimestre del 2026. E l’Italia cosa fa? C’è un disegno di legge incastrato in Commissione che l’Aula ha rimandato indietro per correttivi. E’ atteso nel 2026 ma con poche speranze di concreti risvolti nel breve periodo.

Torniamo al Protocollo su un Piano d’Azione italo-tedesco per la cooperazione strategica bilaterale e nell’Unione Europea. Questo documento segna innanzitutto un rilancio dell’asse pro-europeo tra due paesi fondatori dell’UE. In un momento di frammentazione e sfide globali, Italia e Germania riaffermano la volontà di agire insieme per rafforzare la competitività europea, in vista del vertice informale sulla competitività del 12 febbraio 2026. Non si tratta di sminuire l’Unione o di invocare un ritorno al nazionalismo: criticare l’eccessiva burocrazia e la produzione normativa UE non equivale a un atto di lesa maestà contro Bruxelles. Al contrario, il testo riconosce che il mercato unico soffre di frammentazione causata da regole nazionali divergenti, ma propone soluzioni a livello europeo. Un esempio emblematico è il forte sostegno al 28° regime proposto dal rapporto Letta: un quadro normativo opzionale unico a livello UE, che permette alle imprese di scegliere una regolamentazione armonizzata invece di dover navigare tra 27 sistemi diversi. Analogamente, il Piano spinge per una regolamentazione europea su veicoli connessi e autonomi, settore in cui l’Europa ha perso terreno rispetto a Stati Uniti e Cina. Qui non si chiede meno Europa, ma più Europa intelligente: norme coordinate a livello continentale per evitare ulteriore frammentazione del mercato interno.

Il vero problema evidenziato non è l’ambito europeo della regolazione, bensì il suo eccessivo dettaglio, la produzione incessante e scarsamente coordinata di norme, che genera incertezza e rende l’acquis comunitario un ostacolo ostile per le imprese operanti nel continente. Semplificare e alleggerire non significa deregolamentare, ma rendere l’UE più agile e attraente per investimenti e innovazione.