(regtechnews.it) – Nessuna prova di censura sistematica o abusi delle norme europee per criminalizzare i contenuti online e quindi colpire Bigtech USA. È quanto emerge da un rapporto interno del Dipartimento di Stato americano, i cui esiti, rivelati da fonti anonime, smentiscono le accuse dell’amministrazione Trump contro il Digital Services Act (DSA) dell’Unione Europea.
Il documento, come riporta il WP, è frutto di un’indagine durata settimane su input dell’ufficio del vicepresidente JD Vance, ma “non vi è alcuna prova che gli Stati membri dell’UE stiano abusando del DSA per censurare e criminalizzare i contenuti”. Una conclusione netta che tuttavia non ha fermato l’offensiva di Washington: l’amministrazione ha infatti intensificato la propria campagna diplomatica e regolatoria all’insegna del principio “America First”. Vuol dire, per usare un eufemismo, che la favola del Lupo e l’Agnello si ripresenta in versione aggiornata sotto forma di arroganza del potere tecnologico.
Le contromisure di Washington
Nonostante il nulla di fatto dell’indagine, il Dipartimento di Stato ha adottato una linea dura:
- Restrizioni ai visti: Negato l’ingresso negli USA a ricercatori e attivisti europei che ha denunciato l’azione come una “tattica intimidatoria”.
- Pressioni delle Big Tech: Allo studio l’uso dei poteri di controllo sulle esportazioni per permettere alle aziende tech americane di ignorare gli ordini di rimozione contenuti emessi dall’UE.
- Portali di “contro-informazione”: Annunciato il lancio di freedom.gov, sito che ospiterà i contenuti bloccati in Europa sotto il claim “La libertà sta arrivando”.
Nonostante tutto, l’Unione Europea non ha la forza di opporsi alle azioni di Washington perchè se l’avesse avuta, probabilmente avrebbe reagito diversamente. Per ora abbiamo registrato solo qualche dichiarazione rilasciata dai diversi commissari europei volta a volta interpellati in reazione alle dichiarazioni di Vance. Grandi progetti di sovranità digitale e tecnologica europea si infrangono sulla madre di tutti i problemi: il pagamento delle tasse. Grazie al potere della Casa Bianca, le Bigtech continuano ad avere una fiscalità di vantaggio, anzi, sono riuscite ad evitare il pagamento della tassa minima globale del 15%. Un’esenzione che appare drammatica considerando l’enorme squilibrio commerciale che altera i rapporti di forza sui servizi nel piatto della bilancia euroatlantica.
Lo scontro ideologico maschera interessi economici
Lo scontro ideologico si rafforza con il freespeech finito sotto la lente di ingrandimento di Vance e segna una ridefinizione delle priorità della diplomazia USA. Se storicamente il Dipartimento di Stato difendeva la libertà di parola contro regimi autoritari, ora il mirino è puntato sulle democrazie alleate. La scusa è sempre la stessa, solo che stavolta non riguarda più la censura tecnica, ma la promozione globale dei valori americani. Ovviamente non è così. L’interesse principale è economico ed è intimamente connesso con la governance sui dati degli europei, e quindi la possibilità di continuare ad accaparrarseli e gestirli come accaduto negli ultimi 20 anni, grazie alla pervasività dei servizi digitali degli hyperscaler tecnologici americani. Ad essi finisce la quasi totalità del procurement digitale europeo, decine e decine di miliardi di euro che lasciano il Vecchio Continente per il Nuovo.
Critiche durissime sono arrivate anche da JD Vance, che alla Conferenza di Monaco ha paragonato le norme anti-disinformazione UE a pratiche di stampo sovietico, e dal presidente della FCC Brendan Carr, che ha definito le regole di Bruxelles “eccessive”. Ricordiamo che la FCC è molto determinata anche a coprire e difendere gli interessi americani su fattispecie spaziali, li dove le tecnologie sono ancora più chiaramente dual use. La lotta per le frequenze satellitari, l’interesse militare sotteso, la dominanza sui lanciatori, sul dominio cognitivo, appaiono tutti elementi che in questo momento sono appannaggio esclusivo di pochi soggetti al mondo, segnatamente americani, e non europei.
La replica di Bruxelles non basta se alle parole non seguono fatti concludenti
I funzionari europei respingono fermamente le accuse di Vance. Da Bruxelles si ribadisce che il DSA è solo uno strumento per contrastare contenuti illegali o dannosi, garantendo al contempo la libertà di espressione entro i limiti delle costituzioni nazionali. L’amministrazione Trump, di contro, inquadra le norme tech europee in una cornice di “declino culturale”, temendo una minaccia alla libertà di parola secondo gli standard statunitensi. E’ chiaramente un pretesto che maschera interessi economici.
Per questo motivo, fanno scarsa breccia le parole della Commissaria UE Teresa Ribera che richiama incessantemente i principi fondativi eurounionali, senza accorgersi che nel contesto internazionale assistiamo a un sostanziale disconoscimento di patti, atti, organismi, accordi sovanazionali. Il messaggio che arriva da oltre-oceano è chiaro e suona così: “Le vostre regole non le riconosciamo. Applicate le norme europee solo ai vostri rapporti. Applicatele tra europei. Non all’America”. C’è da dire che con la tassazione ci sono riusciti. E’ solo un indizio, ma non si fermeranno.
Cosa sappiamo del sito FREEDOM.gov
Per ora annunciano “solo” un sito internet, Freedom.gov che dovrà raccogliere una contro-informazione finalizzata a danneggiare l’Unione Europea. Dunque sappiamo che questo sito ospiterà i contenuti bloccati in Europa sotto il claim “La libertà sta arrivando”.
Tutto qua? No.
“L’informazione è potere. Rivendica il tuo diritto umano alla libertà di espressione. Preparati”.
E’ una chiamata all’azione. Prepariamoci.



