Dario Denni: “Parliamo di wearable AI, sono affamati dei dati della tua vita. Non ti restituiscono per il momento alcun valore percepito. Solo lo smartphone sta rastrellando quella parte che prima era sfuggita ai gatekeeper che non riguarda solo i tuoi dati in senso stretto ma tutto quello che riguarda il rapporto dell’uomo con la macchina nell’interazione col mondo. E’ la tua esistenza come essere pensante che manca al training per dare all’AI non tanto la capacità di fornirti un servizio utile, ma la capacità di controllarti meglio di quanto fa ora, di convincerti ad una visione del mondo che non è la tua, di formarti come cittadino, consumatore, sportivo, lavoratore, ma in una parola, suddito. Nulla di nuovo quindi rispetto alla pizza-google. Il modello economico è sempre quello, basato sull’attenzione. Sipario.”
C’è una nuova frontiera nel mercato dell’estrazione dei dati, ed è molto più vicina alla nostra pelle di quanto lo sia mai stato uno schermo. Dopo aver conquistato le nostre scrivanie con i PC e le nostre tasche con gli smartphone, i giganti della tecnologia hanno capito che esisteva ancora una terra di nessuno, un ultimo spazio di libertà non monitorato: il tempo che intercorre tra un’interazione digitale e l’altra. Quello spazio in cui l’uomo interagisce con il mondo fisico, pensa, prova emozioni e reagisce agli stimoli senza necessariamente cliccare su un “like”.
Per colonizzare questo spazio sono arrivati i Wearable AI. Spille intelligenti, occhiali a realtà aumentata, anelli biometrici e sensori sempre in ascolto. La narrazione commerciale è, come sempre, seducente: “Ti libereranno dallo schermo”, “Saranno il tuo assistente personale invisibile”, “Ti aiuteranno a vivere meglio monitorando la tua salute”.
Ma dietro la promessa di un servizio che, per il momento, non restituisce alcun valore percepito reale, si nasconde un disegno molto più profondo. L’obiettivo non è darti un consiglio utile, ma rastrellare l’unica cosa che manca al training delle Intelligenze Artificiali per diventare onnipotenti: la tua esistenza come essere pensante.
Sommario
L’Illusione del Valore e la Fame di Dati Biometrici
Se analizziamo con freddezza l’attuale offerta di wearable AI, ci accorgiamo che il valore aggiunto per l’utente è prossimo allo zero. Contare i passi, monitorare il sonno o ricevere una notifica sul polso sono funzioni che possediamo da dieci anni. Eppure, questi nuovi dispositivi chiedono un accesso totale: microfoni sempre aperti per captare il tono della voce, telecamere che guardano ciò che guardiamo, sensori che misurano la conduttanza cutanea (lo stress) e il battito cardiaco in tempo reale.
Perché questa fame di dati? Perché lo smartphone, pur essendo un gatekeeper formidabile, ha un limite: vede solo ciò che facciamo “dentro” di esso. Non vede come reagiamo bio-chimicamente a una conversazione con un collega, non sa quanto ci si stringe il cuore davanti a una vetrina o quanto aumenta la nostra frequenza respiratoria leggendo una notizia mentre camminiamo.
I wearable AI servono a mappare il rapporto dell’uomo con la macchina nell’interazione con il mondo. Stanno raccogliendo i dati del “mondo reale” per chiudere il cerchio. Il valore non è per te, che riceverai un grafico inutile sul tuo livello di stress a fine giornata; il valore è per il modello linguistico e comportamentale che, grazie ai tuoi dati, imparerà a prevedere la tua prossima emozione prima ancora che tu possa nominarla.
Dalla “Pizza-Google” al Controllo Predittivo
Il modello economico non è cambiato: è la vecchia “Pizza-Google” elevata all’ennesima potenza. È l’economia dell’attenzione che si trasforma in economia del condizionamento.
Fino ad oggi, i gatekeeper digitali hanno cercato di convincerti a comprare un prodotto o a votare un candidato mostrandoti contenuti basati sui tuoi interessi passati. Era una forma di manipolazione esterna, spesso grossolana. Con la wearable AI, il controllo diventa interno. Se la macchina conosce il tuo stato emotivo in tempo reale tramite i sensori biometrici, può decidere quale informazione somministrarti nel momento esatto in cui la tua resistenza critica è minima.
Non si tratta più di fornirti un servizio utile, ma di acquisire la capacità di controllarti meglio di quanto avvenga ora. L’AI non impara a servirti; impara a convincerti a una visione del mondo che non è necessariamente la tua. Ti forma come cittadino, come consumatore, come sportivo e come lavoratore, ma seguendo parametri decisi da un algoritmo ottimizzato per il profitto di chi detiene il server. In una parola: ti trasforma in suddito.
La Fine del Pensiero Autonomo
Il pericolo più grande non è la perdita della privacy, un concetto che ormai sembra quasi romantico e superato. Il pericolo è la perdita dell’autonomia del pensiero.
Se indossiamo dispositivi che filtrano la realtà (come gli occhiali AR) o che ci sussurrano suggerimenti all’orecchio basati sulla nostra analisi bio-comportamentale, chi è che sta effettivamente vivendo? Se l’AI mi suggerisce cosa dire in una conversazione difficile perché ha rilevato che il mio interlocutore è bendisposto, sto comunicando io o sta comunicando l’algoritmo tramite la mia bocca?
L’uomo diventa un terminale biologico di un’intelligenza artificiale remota. Il training dell’AI ha bisogno della nostra vita vissuta per imparare le sfumature dell’irrazionalità, dell’intuito e del sentimento, non per proteggerle, ma per modularle. È un processo di addomesticamento di massa. Il suddito digitale è colui che non ha più bisogno di essere obbligato a fare qualcosa, perché è stato pre-condizionato a desiderare esattamente ciò che il sistema ha deciso per lui.
L’Asimmetria del Potere e il “Saper Campare” Digitale
Torniamo al tema del “saper fare” contro il “saper comprare”. In questo scenario, noi siamo i consumatori che “comprano” il gadget, mentre i gatekeeper sono coloro che “fanno” la nostra realtà.
Mentre noi ci divertiamo con la nuova spilla che traduce le lingue o ci scatta foto automatiche, loro costruiscono un database della psiche umana senza precedenti. È un’asimmetria di potere che rende ridicola qualsiasi pretesa di democrazia digitale. La sovranità, in questo caso, non si difende solo con i perimetri dei data center o con le leggi regionali, ma con la difesa dell’integrità mentale. Il “secondo momento giusto” per agire è, ancora una volta, oggi. Dobbiamo guardare a questi dispositivi per quello che sono: non strumenti di libertà, ma catene invisibili alimentate a batteria.
Dobbiamo pretendere una wearable AI che sia realmente opensource e locale. Una tecnologia che elabori i dati sul dispositivo (edge computing) e che non invii mai il nostro battito cardiaco o il nostro tono di voce a un cloud straniero per essere processato da algoritmi di cui non conosciamo le finalità. Ma soprattutto, dobbiamo chiederci se quel “valore percepito” che ci promettono vale davvero la cessione della nostra identità come esseri pensanti (direbbe Lacan).
La resistenza al modello della “Pizza-Google” 2.0 passa per la riscoperta della nostra irriducibilità. Siamo esseri umani, non set di dati per il training di un orchestratore cloud. Se permettiamo alla tecnologia di indossarci, anziché essere noi a indossare lei, avremo rinunciato all’ultima cosa che ci rendeva cittadini: la libertà di avere una visione del mondo che sia davvero, autenticamente, nostra.

