Google e la privacy: aspetti critici di un diritto da sviluppare e non da difendere

A seguito del clamore che ha destato l’intervista al CEO di Google, Mr. Schmidt, ho deciso di prendere posizione su questa vicenda per chiarire alcuni aspetti che riguardano la privacy, la sua evoluzione interpretativa e quello che ragionevolmente potremmo attenderci che Google, ma non solo Google, possa porre in essere per tutelarci e meglio proteggere il diritto alla riservatezza che ciascuno di noi ha.

Voglio fare una grande premessa: le mie opinioni qui espresse sono assolutamente personali e non coinvolgono in alcun modo enti, persone, associazioni, società direttamente o indirettamente collegate a me. Le mie tesi non hanno valore vincolante per terzi e non sono ricollegabili a posizioni diverse dalle mie e sono quindi da intendersi come personalissime convinzioni di un addetto ai lavori.

Google non è il frutto di un regime totalitario. L’America lungi dall’esserlo. Il CEO di Google ha costruito la frase non affacciandosi da Piazza Venezia, ma ha avuto l’ardire di rispondere ad un’intervista con un modo tipico dell’americano medio che nel parlato costruisce la frase con “if you” and “may be” con cio’ ponendosi come estensore di un consiglio saggio, da maestro, da padre e non da duce, dittatore o altre forme di assolutismo.

Nell’intervista il CEO di Google risponde alla domanda perniciosissima se i motori di ricerca devono per forza trattenere informazioni.

il CEO di Google ha detto: “Se ci tieni a non far sapere certe cose, comportati te per primo di conseguenza. Sappi che tutti i motori di ricerca trattengono per un certo periodo di tempo le informazioni. Lo fa anche Google. In certi casi questa pratica serve anche per indagini ad uso dell’autorità competente”.

Più precisamente il CEO di Google ha detto “If you have something that you don’t want anyone to know, maybe you shouldn’t be doing it in the first place.”

Molti hanno tradotto malevolmente queste parole con un “Se non hai nulla da nascondere, non
ti devi preoccupare”. Questa è una deduzione di cattivi interpreti che sollecitano le varie Autorità della Privacy europee ad intervenire sul tema.

Eppure Mr. Schmidt non ha certo detto questo.

L’affermazione correttamente tradotta suona così: “Se tu hai qualcosa che non vuoi far conoscere agli altri, probabilmente la prima cosa che dovresti fare è astenerti dal porla in essere”

E’ una cosa ragionevole e democratica che non si può demonizzare a fini strumentali.

Per tutelare la riservatezza basta tenere i comportamenti giusti, in primis off line. Quindi è vero che: “Se tu hai qualcosa che non vuoi far conoscere agli altri, probabilmente la prima cosa che dovresti fare è astenerti dal porla in essere”.

Ad es. Se non vuoi farti vedere ubriaco, probabilmente la prima cosa da fare è non ubriacarti…

Questa affermazione è comprensibile io temo… assai di piu’ della teoria dell’uomo invisibile, talmente abusata ad ogni convegno sulla privacy che ha perso la sua originaria applicazione sul campo scientifico e forse, anche sul piano metodologico.

Ai tempi di Facebook la privacy è da considerarsi un disvalore. Tutto è social, condiviso, on the cloud. La riservatezza ha segnato il passo di fronte alla socialità dell’individuo. Alla potenza moltiplicatrice della condivisione.

Mettiti pure il burka tanto tutti sanno chi sei. A volte anche alzare le siepi è una forma di ostentazione (ostentatious, all’inglese), per farsi notare.

Perchè vedete, pretendere di farsi vedere ma solo parzialmente – solo da alcuni ma non da altri o solo alcune cose ma non altre – è un come coprirsi l’uccello con la foglia di fico. Cosa c’è sotto si intuisce se vedi tutto intorno, senza grandi sforzi di immaginazione o di ricerca. E soprattutto senza scomodare il Garante della Privacy.

E qui si apre un altro punto: o esiste Facebook o esiste il Garante della Privacy.

Insieme sono un ossimoro.

Leggendo certe interviste, ci accorgiamo chiaramente che il Garante è disarmato.

“I dati non sono cancellabili” ha dichiarato Pizzetti recentemente.

ergo…

Se perfino il Garante non sa dove mettere le mani e consiglia le stesse cose del CEO di Google (prudenza agli utenti)

la mia deduzione è:

O esiste FB o esiste il garante. Terzium non datur.

Oppure esiste un modo nuovo di intendere la privacy che passa attraverso una richiesta specifica dell’utente a completare con pienezza le sue aspettative, altrimenti di default c’è una rinuncia alla riservatezza perchè è piu’ grande e intenso l’aspirazione del soggetto a completare la sua vita insieme agli altri.

Ed è esattamente quello che sta facendo Facebook con le nuove impostazioni del pannello di controllo che danno by default delle scelte che sono tutte a svantaggio della riservatezza, o per meglio dire, un’apertura del soggetto alla pienezza dell’incontro con gli altri.

Pericoloso? Dipende da come si intende la privacy.

In questo momento mi sento piu’ vicino al concetto di privacy in senso positivo come sviluppo della persona che non al concetto negativo che vede la privacy come difesa della riservatezza.

Vi segnalo un link interessante per chi volesse approfondire questo aspetto emergente legato alla privacy che potrebbe aiutare a capire che quanto sta accadendo a Google è una mossa di portatori di interessi economici e non sociali come vogliono farci credere.