Google ha vissuto un momento di ritardo nell’intelligenza artificiale generativa, quando altri hanno catturato l’attenzione con strumenti che sembravano rivoluzionari. Sembrava che il gigante della ricerca, con tutti i suoi dati e le sue tecnologie, potesse perdere terreno in una gara velocissima. Invece, negli ultimi tempi ha accelerato in modo deciso.

Al centro di questo recupero c’è una piattaforma pensata proprio per il commercio: non semplici chatbot che chiacchierano, ma veri agenti intelligenti capaci di ragionare, organizzare e agire per aiutare il cliente. Questi agenti AI capiscono il contesto, usano parole, voce e immagini insieme, mettono insieme carrelli complessi, applicano sconti, risolvono problemi dopo l’acquisto e anticipano cosa serve. Grandi catene li stanno già provando: una per i supermercati aiuta a scegliere prodotti tenendo conto di budget, gusti, allergie; un’altra per il fai-da-te raddoppia le vendite online perché dà consigli su misura per la casa e il posto dove vivi; una per le pizze ordina da app, sito, telefono o macchina, capisce una foto per calcolare quante ne servono e suggerisce extra utili.

Quello che rende diverso questo approccio è il modo in cui affronta la concorrenza tra agenti. Alcuni grandi giocatori spingono agenti che vivono nei loro mondi: permettono di comprare direttamente lì, dentro il loro assistente, ma questo toglie controllo ai negozianti. Il cliente rischia di legarsi meno al marchio, le occasioni di vendere di più si riducono e anche le pubblicità interne ne soffrono. Invece, una nuova strategia aiuta i negozi a creare i propri agenti, che restano dentro la loro app o sito, parlano con la voce del brand e usano i dati che già hanno sui clienti. È un modo per non dipendere troppo da esterni e tenere le redini.

E’ vero però che il 2026 è stato designato dai giganti della tecnologia come l’anno della svolta, quello degli agenti di intelligenza artificiale. Non parliamo più di semplici chatbot a cui porre domande, ma di veri e propri “colleghi digitali” capaci di agire autonomamente. Tuttavia, questa rivoluzione porta con sé una sfida senza precedenti per la nostra sicurezza informatica. Un agente AI è un esecutore. Se gli dici “organizza il mio viaggio di lavoro”, lui accede al tuo calendario, cerca i voli, prenota l’hotel e invia le conferme via email. Aziende come Microsoft e Salesforce stanno già integrando questi strumenti nei software aziendali, mentre Anthropic e Perplexity hanno rilasciato versioni capaci di usare il browser o il desktop proprio come farebbe un essere umano. Il problema principale è che questi agenti imparano e agiscono leggendo testi. Qui nasce il rischio delle iniezioni rapide (prompt injection). Gli esperti parlano di una combinazione di tre fattori che rende gli agenti vulnerabili:

  1. Accesso ai dati: L’agente può leggere le tue email e i tuoi file.
  2. Privilegi di azione: L’agente può inviare messaggi o modificare documenti.
  3. Connessione esterna: L’agente può comunicare con internet.

Se un hacker riesce a prendere il controllo di un agente che possiede queste tre capacità, ha le chiavi della nostra vita digitale. Il futuro della protezione informatica non sarà più solo fermare i virus, ma assicurarci che i nostri assistenti digitali non vengano manipolati da una semplice riga di testo.

Amazon che è il vero colosso del commercio online ha preso una strada diversa, più chiusa. Ha sviluppato il suo assistente AI che ormai è diventato molto attivo: ricorda cosa ti piace, aggiunge cose al carrello da solo, compra automaticamente quando il prezzo cala, trasforma liste scritte a mano in spesa reale. Milioni di persone lo usano e porta vendite extra enormi, con clienti che comprano molto di più quando lo coinvolgono. Ma quando agenti esterni provano a entrare nel suo territorio come COMET per fare acquisti al posto degli utenti, reagisce con forza: blocca, minaccia cause e finisce in tribunale, accusando violazioni e rischi per la sicurezza. Vuole tenere tutto dentro il suo “recinto”, massimizzando controllo su traffico, dati e guadagni da pubblicità. Questo crea tensioni: da un lato protegge il suo dominio, dall’altro frena l’idea che ognuno possa usare l’agente che preferisce ovunque.

++ IA: CORTE APPELLO USA DA’ RAGIONE A PERPLEXITY, I BOT RESTANO SU AMAZON ++

NEW YORK, 17 MAR 2026 – Svolta giudiziaria nello scontro tra i giganti del tech e l’intelligenza artificiale generativa. La Corte d’Appello del Nono Circuito degli Stati Uniti ha accolto il ricorso di Perplexity AI, sospendendo l’ordinanza che avrebbe bandito i suoi bot per lo shopping “Comet” dalla piattaforma Amazon.

La decisione blocca temporaneamente l’ingiunzione di un tribunale di grado inferiore che, solo la scorsa settimana, aveva accusato la startup di frode informatica. Al centro della contesa legale, iniziata a novembre con una denuncia di Amazon, c’è la modalità con cui gli agenti di IA effettuano acquisti per conto degli utenti: il colosso dell’e-commerce sostiene che i bot simulino l’identità umana tramite User-Agent spoofing per accedere indebitamente ad aree protette da password.

I punti chiave della disputa:

  • Accusa di Amazon: Violazione dei protocolli di sicurezza e accesso non autorizzato ai sistemi proprietari.
  • Difesa di Perplexity: Tutela del diritto dei consumatori di delegare le operazioni d’acquisto a propri assistenti digitali autonomi.
  • Impatto tecnico: Il caso mette in discussione la validità dei sistemi anti-scraping e la definizione legale di “accesso autorizzato” nell’era degli agenti IA.

Il portavoce di Perplexity ha salutato la sentenza come una vittoria per la “libertà di scelta dell’IA”, mentre Amazon ha preferito non commentare. Il caso passa ora all’esame di merito della corte federale: il verdetto finale stabilirà se i bot shopping sono strumenti di emancipazione del consumatore o una minaccia alla sicurezza dei mercati digitali.

In questo scontro tra agenti, la differenza sta nel modello. Uno offre partnership ai negozianti, li aiuta a costruire strumenti su misura senza perdere autonomia, sfruttando mappe di conoscenze e grafi di prodotti per rendere tutto più intelligente. L’altro difende il suo ecosistema chiuso, dove l’agente è potente ma resta legato alla piattaforma principale. I negozianti, presi in mezzo, spesso scelgono di mescolare: usano più fornitori per non restare indietro, perché la tecnologia cambia velocissimo e chi non si aggiorna rischia grosso.

Nel frattempo Alphabet, la società madre di Google, ha raggiunto un valore di mercato di 4 trilioni di dollari, entrando nel ristretto club delle aziende tech più preziose al mondo. È la quarta a superare questa soglia storica, dopo Nvidia (che resta sopra), Microsoft e Apple. Ora le azioni di Alphabet sono salite dell’1%, toccando il record di circa 332 dollari, per una capitalizzazione di oltre 4.000 miliardi. Nel 2025 il titolo è balzato del 65%, grazie soprattutto ai progressi nell’intelligenza artificiale.

Il vero motore della crescita è chiaramente Gemini 3, l’ultimo modello AI di Google: veloce, intelligente e creativo, ha battuto i rivali in decine di test. Gemini conta ora oltre 650 milioni di utenti mensili (erano 450 milioni l’estate scorsa) e si candida come strumento versatile per tante applicazioni.La notizia bomba è l’accordo con Apple: la Mela ha scelto Gemini per potenziare una versione più smart e personalizzata di Siri, in arrivo entro fine 2026.

Apple, rimasta indietro nell’AI, ha stretto una collaborazione pluriennale con Google per usare i suoi modelli come base per Apple Intelligence. Questo colpo spinge ancora più su Alphabet ormai avanti nella corsa contro OpenAI (ChatGPT resta il chatbot più usato) e Anthropic. Dopo il boom di ChatGPT nel 2022, gli investitori temevano che Google perdesse terreno nella ricerca. Invece, con Gemini e questo patto con Apple, Alphabet ha ribaltato il sentiment: oggi è seconda solo a Nvidia per valore di borsa. Un traguardo insospettabile qualche anno fa, che premia la scommessa sull’AI e rilancia Google come leader del futuro tech.