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Groenlandia fa rima con Bigtech tra terre rare e intelligenza artificiale

Per decenni l’Europa ha costruito prosperità su un equilibrio apparentemente tripartito: affidavamo agli Stati Uniti la nostra sicurezza attraverso la NATO, alla Russia l’energia a basso costo, e alla Cina il mercato di esportazione e della produzione in espansione. Ancora oggi circa un quinto delle nostre esportazioni totali di beni va proprio negli Stati Uniti, il nostro primo mercato extra-UE. Parliamo di oltre 570-640 miliardi di dollari nel 2024-2025, una quota che è salita dal 18% di qualche anno fa al 21% circa.

E’ chiaro che non è solo commercio, ma è produzione ed energia che viene a scarseggiare dopo aver tagliato i legami con il gas russo, oggi gli Stati Uniti ci forniscono tra il 50% e il 60% del nostro LNG importato. Nel 2025 siamo arrivati a percentuali record, con flussi che superano gli 80 miliardi di metri cubi. Dipendiamo dagli americani per un quarto o più del nostro gas. E questo gas non è solo una questione di forniture: è politico. Ogni nave che arriva dalla Louisiana può diventare un argomento di negoziato. L’Unione Europea sotto minaccia dei dazi ha concordato acquisti miliardari di energia dall’America.

Poi c’è la tecnologia, che forse è il collante più forte di tutti. Visa e Mastercard gestiscono due terzi delle nostre transazioni con carta. Siamo totalmente dipendenti dai servizi digitali americani: cloud, software, chip per l’intelligenza artificiale. I nostri data center, i nostri uffici, le nostre startup girano su infrastrutture di Amazon, Microsoft, Google, Nvidia.

Come se non bastasse il Presidente Trump rilancia la vecchia idea di prendersi la Groenlandia – prima con battute, poi con minacce di tariffe all’Europa che non sta più a guardare. Le maggiori potenze europee si, protestano unite, firmano dichiarazioni congiunte, mandano truppe in segno di solidarietà con la Danimarca, ma è chiaro che non possiamo permetterci una rottura.

Ad esempio le aziende tecnologiche americane sono già coinvolte in Groenlandia e i legami con Trump/tech si intensificano giorno dopo giorno.

  • KoBold Metals (usa AI per trovare giacimenti): ha investitori di peso come Jeff Bezos (Amazon), Sam Altman (OpenAI), Mark Zuckerberg (Meta), Bill Gates, Michael Bloomberg e venture come Andreessen Horowitz (Marc Andreessen e Ben Horowitz, grandi donatori MAGA e vicini a DOGE/Elon Musk).
    KoBold ha esplorato in Groenlandia (progetto Disko-Nuussuaq per nichel, cobalto, platino), ma i lavori sono ancora in fase esplorativa (drilling iniziato anni fa, ma partnership in evoluzione e non ancora produzione).
  • Critical Metals Corp (Tanbreez, uno dei più grandi depositi di rare earth al mondo):
    Investitore principale ? Cantor Fitzgerald (guidata fino a poco fa da Howard Lutnick, attuale Segretario al Commercio di Trump).
    La società ha esteso le licenze, sta costruendo un impianto pilota a Qaqortoq (pronto entro maggio 2026) e punta a produzione commerciale dal 2027–2028.
    L’amministrazione Trump ha discusso di prendere una quota diretta in Critical Metals (Reuters, ottobre 2025).
  • Peter Leidel (Yorktown Partners): ha donato 315.000 dollari a Trump e controlla partecipazioni in progetti minerari groenlandesi. Ha dichiarato al NYT che la presidenza Trump “aumenterà il valore del nostro piccolo investimento”.

L’Europa ha provato a diversificare, e lo sta facendo. E’ arrivato forte e chiaro l’annuncio del grande accordo di libero scambio con l’India – la “mother of all deals”, come l’ha chiamata Ursula von der Leyen stretta a Narendra Modi e che ridurrà tariffe su oltre il 96% dei beni scambiati, su un totale di interscambio di circa 120 miliardi. Poca cosa, direi. Abbiamo finalmente chiuso anche l’accordo con il Mercosur. Ma tutto sembra difficile e con tempi non compatibili con la rivoluzione trumpiana.