Henna Virkkunen, la commissaria responsabile per la sovranità tecnologica, ha incontrato più volte i vertici delle big tech, incluso Tim Cook. A Davos, nel gennaio 2025 e poi nel 2026, questi incontri sono stati descritti come “candidi e buoni” scambi su regole digitali, innovazione e relazioni transatlantiche. Non c’è niente di strano in sé: Davos è il luogo dove leader politici e CEO si parlano faccia a faccia, lontano dalle aule giudiziarie. Ma per chi guarda da fuori, questi caffè in montagna sembrano un modo soft per negoziare invece di colpire duro. Soprattutto con Trump tornato alla Casa Bianca, che ha minacciato ritorsioni commerciali se l’Europa continua a multare aziende americane. La Commissione ha sempre detto di voler bilanciare: bastone con indagini e sanzioni, carota con dialogo per evitare escalation. Ha multato, sì, ma non ha ancora applicato le penali giornaliere pesantissime che potrebbe imporre per non-compliance continuata. Apple ha fatto ricorso contro la multa del 2025 e continua a contestare certi obblighi, come l’interoperabilità con accessori Wi-Fi o altre aperture. A febbraio 2026 la partita è ancora aperta. La Commissione sta valutando se estendere le regole DMA ad altri servizi Apple come Maps e Ads. Apple dice di no, che non superano le soglie. Intanto gli sviluppatori europei lamentano che le alternative restano marginali, gli store terzi faticano a decollare e le commissioni ridotte non si traducono in prezzi più bassi per i consumatori.

In fondo è una storia classica di regolamentazione contro potere economico enorme. L’Europa vuole spezzare il monopolio percepito di Apple sull’App Store per stimolare innovazione e scelta. Apple difende il suo modello chiuso sostenendo che garantisce sicurezza e qualità. La Commissione multa e indaga, ma preferisce il negoziato al conflitto totale, forse per paura di una guerra commerciale con gli Stati Uniti o perché sa che imporre cambiamenti radicali richiede tempo e prove solide.Il rischio è che questo valzer duri ancora anni: multe simboliche, annunci di compliance parziale, incontri cordiali a Davos e accuse di ostruzionismo da entrambe le parti. Per gli utenti europei resta il dubbio se il DMA porterà davvero più libertà o solo più schermi di avvertimento e fee nascoste. Per ora, la sospetta malicious compliance di Apple sembra funzionare: apre porte, ma le rende così scomode da usare che in pochi ci provano. E la Commissione, pur abbaiando forte, morde ancora con prudenza.

La situazione tra Apple e la Commissione Europea sul Digital Markets Act continua a essere un intreccio complicato, fatto di multe, promesse di cambiamenti e accuse reciproche. Tutto ruota intorno all’idea di aprire l’ecosistema di iPhone e App Store per favorire più concorrenza, ma nella pratica le cose procedono lentamente e con tanta tensione.Nel 2024 l’Unione Europea ha imposto ad Apple di modificare le sue regole perché considerate troppo restrittive. La compagnia di Cupertino ha dovuto permettere il sideloading di app da fonti esterne, gli store alternativi e la possibilità per gli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso pagamenti fuori dall’App Store senza pagare commissioni esagerate. Apple ha obbedito formalmente, ma in tanti hanno parlato subito di malicious compliance, cioè un rispetto delle regole fatto apposta per renderle fastidiose o inutili.

La Commissione ha risposto con una multa salata: a aprile 2025 ha inflitto ad Apple 500 milioni di euro per non aver rispettato davvero l’obbligo di “anti-steering”, ovvero per aver impedito agli sviluppatori di informare liberamente gli utenti su offerte più convenienti altrove. Meta ha preso 200 milioni per un problema simile legato al modello “paga o acconsenti”. Per Apple quella cifra è stata una botta, ma non devastante: con i suoi margini enormi, 500 milioni sono una frazione minima del fatturato. La multa però ha costretto l’azienda a rivedere le regole dell’App Store in Europa. A giugno 2025 Apple ha annunciato un sistema di fee più complesso. Ha introdotto commissioni multiple: una percentuale su acquisti esterni promossi dentro l’app, un’altra sui servizi dello store e una nuova “Core Technology Commission” del 5% su certi acquisti digitali. Il vecchio Core Technology Fee, quello da 50 centesimi per installazione oltre il milione, doveva sparire entro gennaio 2026, sostituito da questo nuovo meccanismo percentuale. L’idea era semplificare e mostrare compliance, ma sviluppatori e critici hanno urlato al trucco: le fee si sommano in modi che rendono le alternative ancora poco attraenti, con schermi pieni di avvertenze spaventose sui rischi di malware e privacy.

La Commissione non ha chiuso del tutto la porta. Ha continuato a monitorare, ha chiesto chiarimenti e ha tenuto aperto un dialogo. Apple ha accusato Bruxelles di ritardare l’approvazione dei suoi piani, bloccando cambiamenti che avrebbero dovuto entrare in vigore. Alcuni store alternativi come Setapp hanno minacciato di chiudere proprio per la complessità e l’incertezza create da queste regole. Nel frattempo Apple ha continuato a spingere la narrazione che il DMA peggiora l’esperienza utente: feature ritardate in Europa per motivi di sicurezza, rischi di frodi, malware e contenuti nocivi che prima venivano bloccati dal suo controllo stretto.