Stiglitz aveva scritto sul tema, occorre prepararsi all’abbandono a chat conversazionali, a robot badanti. Non è un futuro che volevamo, è ancora evitabile, ma ci dovremo fare i conti ben presto. Nelle premesse dell’abbandono dei più deboli, c’è la certezza che la tecnologia non riempirà mai il vuoto dell’anima, nè ai bambini, nè agli anziani. Non è un tema di solitudine ma di esistenza. Su questo occorre lavorarci da subito, ricostruendo ciò che abbiamo lasciato deperire, i valori dispersi in una società frammentata, l’uomo colto come individuo si accorge dell’esistenza quando arriva alla fine delle sue scelte, ed è lì che viene travolto dal futuro in un insaziabile bisogno di protezione.
Tornando a Stiglitz, ha messo in guardia su come l’IA e l’automazione, se guidate solo da logiche di profitto e sostituzione del lavoro umano, aggravino le fratture sociali: aumentano la produttività in certi settori ma scaricano sui più deboli (lavoratori poco qualificati, anziani, chi ha bisogno di cura) il costo umano più alto. La tecnologia può essere labor-saving, ma non è inevitabile: dipende dalle scelte politiche e sociali che facciamo ora.
Al centro c’è la consapevolezza che stiamo entrando in un’epoca in cui l’abbandono dei più fragili, bambini e anziani, non deriva da una mancanza di risorse, ma da una scelta implicita: privilegiare l’efficienza, la produttività e il profitto rispetto alla cura autentica e al legame umano. Joseph Stiglitz, economista attento alle disuguaglianze generate dal progresso tecnologico, ha sottolineato in vari scritti e interventi come l’automazione e l’IA possano accelerare la sostituzione del lavoro umano in molti ambiti, aggravando le fratture sociali se non guidate da politiche redistributive e orientate al benessere collettivo.
Stiglitz propone di reindirizzare le risorse liberate dall’automazione verso settori intrinsecamente umani come l’educazione, la sanità e la cura degli anziani, dove la presenza fisica ed emotiva resta insostituibile. Il tema centrale non è tanto la solitudine in senso psicologico, quanto una crisi esistenziale più radicale: la tecnologia, per quanto avanzata, non può colmare il vuoto lasciato dall’assenza di riconoscimento autentico, di empatia condivisa, di un “io che vede te” nella fragilità.
Sommario
Minori e Social Networks: Von der Leyen insedia il Panel di esperti per proteggere i minori sul web
La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha inaugurato ufficialmente i lavori del Panel Speciale sulla sicurezza dei minori online, l’organismo d’eccellenza annunciato durante il discorso sullo Stato dell’Unione 2025. L’obiettivo è ambizioso quanto urgente: tracciare una via europea condivisa per proteggere bambini e adolescenti dalle insidie dei social media e dell’intelligenza artificiale, valutando per la prima volta l’introduzione di restrizioni d’età armonizzate a livello comunitario.
L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che il progresso tecnologico non può viaggiare separato dalla tutela della salute mentale e dell’integrità dei minori. “Per decenni abbiamo reso il mondo reale più sicuro per i bambini e dobbiamo fare lo stesso nel mondo digitale”, ha dichiarato con forza la Presidente von der Leyen a margine dell’incontro. La leader dell’Esecutivo UE ha sottolineato come le opportunità offerte dalla tecnologia non debbano mai tradursi in un costo per la felicità o il benessere dei giovani. Pur ricordando che le piattaforme tech hanno già responsabilità precise, von der Leyen ha ribadito la necessità di un salto di qualità: “Ho convocato questo panel per forgiare un approccio europeo forte e realistico che mantenga i nostri figli al sicuro nell’era digitale”.
Sotto la guida della dottoressa Maria Melchior e del professor Jörg M. Fegert, il panel riunisce esperti di salute, informatica e diritti dell’infanzia, affiancati stabilmente da rappresentanti dei giovani. Durante la prima sessione, i lavori si sono concentrati sull’analisi dei rischi legati ad algoritmi e funzionalità che creano dipendenza, puntando il dito sulla responsabilità delle grandi aziende tecnologiche. Il tavolo tecnico non si limiterà però a una funzione consultiva teorica: i membri stanno già analizzando l’efficacia delle misure esistenti, come l’app di verifica dell’età attualmente in fase di test in cinque Paesi, tra cui l’Italia, che mira a diventare lo standard di riferimento per la protezione della privacy dei minori.
Il cronoprogramma è serrato. Dopo questo primo confronto sulle prove scientifiche dei rischi legati a gaming e social network, i prossimi incontri esploreranno opzioni politiche concrete senza compromettere i benefici educativi della rete. Il percorso, che terrà conto dei feedback ricevuti dal Forum per un Internet Migliore e dal Comitato Consultivo dei Giovani, culminerà entro l’estate del 2026. Per quella data, il Panel presenterà alla Presidente von der Leyen un pacchetto di raccomandazioni finali che potrebbero ridisegnare radicalmente l’accesso dei minori alle piattaforme digitali in tutta l’Unione Europea.
Minori e Social Networks: cosa fare per proteggerli
Il fulcro della questione tecnica risiede nell’architettura degli algoritmi di raccomandazione, i quali, operando su logiche di massimizzazione del coinvolgimento, generano esternalità negative sulla stabilità psicologica dei minori e sulla coesione del dibattito pubblico. La critica attuale si concentra sull’inefficacia delle sanzioni pecuniarie tradizionali, proponendo invece l’applicazione rigorosa del Digital Services Act (DSA) per contrastare la progettazione intenzionale di interfacce che sfruttano vulnerabilità cognitive e meccanismi di dipendenza comportamentale.
Dal punto di vista della sicurezza informatica e della protezione dei dati, la proposta di regolamentazione introduce un sistema di accesso stratificato basato sull’età cronologica degli utenti. Si ipotizza un divieto assoluto di accesso per i soggetti di età inferiore ai quattordici anni e un regime di condizionalità tecnica per la fascia compresa tra i quattordici e i sedici anni. La sfida ingegneristica primaria consiste nell’implementazione di sistemi di verifica dell’età (Age Verification) che non ricorrano all’acquisizione di dati biometrici, onde evitare la creazione di database sensibili centralizzati. L’approccio tecnico deve dunque privilegiare protocolli di prova a conoscenza zero (Zero-Knowledge Proofs) o l’interoperabilità con sistemi di identità digitale protetti, garantendo il principio della minimizzazione dei dati sancito dal GDPR senza compromettere l’accuratezza del filtraggio.
Un elemento di discontinuità rispetto alle politiche precedenti è l’introduzione della sospensione dell’accesso al mercato come misura correttiva. Qualora una piattaforma non dimostri la conformità ai requisiti di tutela dei minori, il blocco dell’accesso per la coorte 14-16 anni agisce come un incentivo economico immediato, superiore a qualsiasi sanzione amministrativa. Tecnicamente, ciò impone ai gestori una revisione profonda del codice sorgente, con la necessità di disattivare i meccanismi di profilazione aggressiva e di “re-ingegnerizzare” le timeline affinché l’utente possa riacquisire il controllo autonomo sui contenuti visualizzati, eliminando i trigger algoritmici che alimentano l’escalation dell’indignazione e la radicalizzazione.
In un contesto geopolitico caratterizzato da crescenti tensioni commerciali e pressioni tariffarie globali, la sovranità digitale europea richiede lo sviluppo di infrastrutture indipendenti. Il modello tecnico auspicato prevede la promozione di piattaforme “privacy-by-design” che operino al di fuori delle logiche estrattive di dati tipiche delle Big Tech. Questo processo di transizione richiede non solo un coordinamento normativo centralizzato dalla Commissione Europea, ma anche una riforma dei regimi di tassazione basata sui ricavi generati dai flussi di dati territoriali. In ultima analisi, la sicurezza dell’ecosistema digitale per i minori non può prescindere da una sinergia tra l’alfabetizzazione mediatica avanzata e una rigorosa manutenzione tecnica degli ambienti virtuali, sottraendo la tutela dei diritti fondamentali alle fluttuazioni dei rapporti diplomatici internazionali.
L’Unione Europea ha appena lanciato una sfida diretta ai giganti del web: proteggere i bambini non è più una scelta, ma un obbligo tecnico. La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha presentato un’app ufficiale per la verifica dell’età, uno strumento pensato per chiudere definitivamente l’epoca dei semplici clic su “Dichiaro di avere 18 anni”, che chiunque poteva raggirare.
Si tratta di un software gratuito che l’Europa mette a disposizione di cittadini e piattaforme. Il funzionamento è simile a quello di un’identità digitale:
- La configurazione: La prima volta che la usi, carichi un documento d’identità (come il passaporto).
- L’accesso ai siti: Quando provi a entrare su un social media o su un sito con contenuti per adulti, l’app conferma al sito che sei maggiorenne (o che hai l’età minima richiesta) senza però rivelare chi sei.
La verifica dell’età e il nodo della privacy: “Zero-Knowledge”
Uno dei timori principali riguarda il controllo: l’Europa saprà cosa guardo online? La risposta tecnica è no. Il sistema usa una tecnologia chiamata “Zero-Knowledge Proof”. In pratica, l’app fornisce alla piattaforma solo un “Sì” o un “No” alla domanda sull’età, senza trasmettere il tuo nome, la tua data di nascita o i tuoi dati sensibili al sito web. Questo protegge la privacy degli utenti meglio dei sistemi privati usati finora.
L’app arriva in un momento di grande preoccupazione. Paesi come Francia e Grecia stanno spingendo per vietare del tutto i social media ai più giovani (sotto i 14 o 15 anni), citando studi medici che parlano di vera e propria dipendenza digitale e danni alla salute mentale degli adolescenti.
Senza uno strumento unico europeo, ogni Stato rischierebbe di creare le proprie regole, creando un caos normativo. L’app serve a dare a tutti i Paesi UE lo stesso “lucchetto digitale”.
Conseguenze per i colossi del web
Per le piattaforme, il messaggio di Von der Leyen è chiaro: “Non ci sono più scuse”.
- Obbligatorietà: Per i siti pornografici e quelli ad alto rischio, usare questo sistema (o uno altrettanto sicuro) diventa obbligatorio.
- Multe salatissime: Chi non si adegua rischia sanzioni enormi, fino al 6% del fatturato mondiale. Per aziende che guadagnano miliardi, si parla di punizioni che possono cambiare i bilanci aziendali.
L’Europa sta cercando di creare un “perimetro di sicurezza” attorno ai minori. L’obiettivo non è sorvegliare gli adulti, ma garantire che i bambini non finiscano in angoli della rete dannosi per la loro crescita, usando la tecnologia per risolvere un problema che finora è stato gestito solo con fragili promesse sulla parola.
Robot e Chat conversazionali: il difficile rapporto con anziani e minori da proteggere
Un bambino ha bisogno non solo di stimoli cognitivi o di sorveglianza, ma di uno sguardo che lo accolga nella sua vulnerabilità; un anziano non cerca solo efficienza nel monitoraggio dei parametri vitali o nella somministrazione di farmaci, ma una presenza che restituisca dignità al declino, che condivida il peso del tempo che finisce.
I robot e le chat conversazionali possono simulare conversazione, memoria, affetto, ma restano privi di quell’irriducibile reciprocità che rende l’esistenza umana significativa. Non piangono con noi, non tremano di fronte alla morte altrui, non si lasciano trasformare dal dolore condiviso. Questo limite non è un difetto tecnico da superare, ma una barriera ontologica: la macchina non può donare ciò che non possiede, ossia un’anima capace di vulnerabilità e di dono gratuito. La premessa di questo abbandono tecnologico dei fragili sta nella convinzione diffusa che l’essere umano sia riducibile a funzioni, input-output, efficienza, ottimizzazione. Una società frammentata dall’individualismo estremo, dalla precarietà lavorativa, dalla digitalizzazione dei rapporti, ha già lasciato deperire le infrastrutture relazionali che un tempo sostenevano la cura.
L’uomo “colto come individuo”, immerso nelle sue scelte autonome, si scopre esistente solo al termine del percorso, quando la protezione illusoria dell’autosufficienza crolla di fronte alla malattia, alla vecchiaia, alla dipendenza. È lì che irrompe il futuro come bisogno disperato di cura, ma spesso trova solo dispositivi efficienti, non presenze umane.Per affrontare questa deriva non basta lamentarsi: occorre agire subito per ricostruire ciò che si è disperso. Significa investire in reti comunitarie intergenerazionali, in modelli di welfare che pongano al centro la persona anziché il bilancio, in formazione relazionale per chi opera nella cura. Significa orientare l’innovazione verso tecnologie complementari all’umano (IA che libera tempo per relazioni autentiche, non che le sostituisce), tassare i profitti enormi delle big tech per finanziare un welfare umano-centrico, educare fin dall’infanzia al fatto che la tecnologia è strumento, mai surrogato dell’incontro. Il rischio maggiore non è l’arrivo del robot, ma l’arrendersi all’idea che non si possa fare diversamente.



