Lo so che per tutti è scontato dire che il cloud è la precondizione dell’intelligenza artificiale. Qui si tratta solo di provare che nei fatti è accaduto quello che avevamo largamente anticipato anni fa. Ci ha pensato l’European AI & Society Fund, un fondo comune che mobilita una potente comunità di interesse pubblico in Europa per promuovere un’intelligenza artificiale al servizio delle persone, della società e del pianeta.
Con uno studio ha dimostrato quanto avevamo sospettato all’epoca, ma per farlo occorre leggere il rapporto completo del programma AI & Market Power e le relative conclusioni.
AI and Market Power Findings Report June 2026
Il rapporto del European AI & Society Fund analizza come un ristretto gruppo di aziende tecnologiche statunitensi, in particolare Microsoft, Amazon e Google, eserciti un controllo quasi totale sul mercato dell’intelligenza artificiale. Attraverso il dominio delle infrastrutture cloud, investimenti strategici in startup e meccanismi di lock-in contrattuale, questi colossi stanno soffocando la concorrenza e rendendo governi e imprese dipendenti dai loro servizi.
La ricerca evidenzia che questa concentrazione di potere si sta estendendo a settori critici come l’energia, la biologia e la difesa, spesso beneficiando di sussidi pubblici. Gli autori avvertono che gli attuali strumenti delle autorità garanti della concorrenza sono inadeguati per contrastare questa integrazione verticale e l’opacità dei dati. Viene infine suggerita la necessità di una visione politica alternativa che tratti l’IA come un servizio di pubblica utilità per proteggere la sovranità digitale e l’interesse collettivo. Il documento conclude che, senza interventi strutturali urgenti, il potenziale democratico delle nuove tecnologie rimarrà intrappolato negli interessi di pochi attori privati.
Ripeto: per molti di noi era scontato che accadesse, se pochi hanno la farina e il grano e sono i proprietari dei mulini per macinare, avranno il dominio del pane e della pizza e pieno controllo dei soggetti terzi che vanno al mulino o usano quelle materie prime. Il cloud non è un servizio, è la farina con cui si fa il pane. Il mulino è il data center. Le mole sono i server e i chip. Se chiudiamo tutti gli elementi della filiera in pochi soggetti, non deve stupire che sarà loro il dominio anche del mercato a valle ed a monte.
L’infrastruttura cloud non deve essere interpretata come un mero supporto tecnico alla computazione, bensì come lo strato originario di un’architettura politica ed economica che determina, con precisione algoritmica, i futuri vincitori del mercato. In questo ecosistema, il dominio esercitato da Amazon (AWS), Google (GCP) e Microsoft (Azure) non rappresenta un rischio ipotetico, ma un vincolo strutturale che si approfondisce con ogni round di investimento e ogni programma di crediti cloud.
Le analisi di Isha Suri e David Gray Widder rivelano come l’apparente generosità iniziale degli hyperscaler segua quello che nelle interviste con le startup indiane è stato definito il “modello dello spacciatore” (drug dealer model): un’offerta di crediti gratuiti che induce una dipendenza tecnica ed economica insormontabile, rendendo il passaggio a fornitori alternativi proibitivo.
Onestamente anche il tema dei cd. voucher cloud, ovvero dei buoni di credito gratuito spendibili dalle startup in servizi delle Bigtech è stato ampiamente segnalato alle autorità Antitrust di tutto il mondo che purtroppo non hanno saputo intervenire perchè li consideravano e li considerano ancora un vantaggio per gli unicorni nascenti, e non una condanna alla dipendenza, al nanismo, alla exit, alla killing acquisition.
La cattura è totale e investe ogni strato del fondamento tecnologico; Margarida Silva documenta infatti che dieci delle dodici principali startup di IA generativa dipendono dai tre grandi hyperscaler per l’infrastruttura, mentre ben undici su dodici sono vincolate all’utilizzo dei semiconduttori Nvidia.
Questa concentrazione del potere hardware e infrastrutturale è il preludio necessario per una strategia di integrazione ancora più profonda e meno visibile, che agisce al di fuori dei radar della sorveglianza antitrust tradizionale, mentre la finestra temporale per un intervento correttivo efficace continua a restringersi pericolosamente.
L’attuale egemonia tecnologica si manifesta attraverso una forma di integrazione verticale “morbida” che sfida i paradigmi regolatori consolidati. Oltre alle grandi acquisizioni di alto profilo, il potere dei giganti del cloud si espande attraverso migliaia di piccoli investimenti cumulativi che, come osservato da Widder, creano una dipendenza finanziaria capillare agendo come un’integrazione di fatto.
Questa strategia permette alle Big Tech di controllare simultaneamente ogni segmento dello stack IA, dai semiconduttori alla distribuzione finale. Meccanismi di lock-in sempre più sofisticati, descritti da Suri e Silva, vedono l’offerta di modelli proprietari indissolubilmente legati (bundled) ai servizi cloud, si pensi a Gemini con GCP o GPT con Azure, creando colli di bottiglia che rendono impossibile contestare un singolo strato della catena del valore senza scontrarsi con l’intero blocco egemonico.
In un simile contesto, i rimedi puramente comportamentali proposti dalle autorità di concorrenza risultano strutturalmente insufficienti rispetto alla necessità di un intervento correttivo sulle asimmetrie di potere. Questa proiezione di forza permette alle Big Tech di penetrare in domini vitali della società, sovrapponendosi a squilibri preesistenti e amplificandoli.
La colonizzazione di settori adiacenti quali l’energia, la biologia e la difesa dimostra come l’intelligenza artificiale non entri in mercati neutri, ma agisca come un catalizzatore di estrazione. Le ricerche di Jim Thomas evidenziano come la “Generative Biology” rappresenti la nuova frontiera della biopirateria: aziende come Basecamp Research estraggono dati genetici dalle comunità del Sud Globale, convertendo beni comuni in asset digitali privati senza restituire valore ai custodi della biodiversità. Nel settore energetico europeo, Louis Boyd-Madsen e il suo team hanno mappato come il software algoritmico stia diventando un intermediario critico che favorisce i grandi operatori storici a spese della transizione ecologica.
Questi attori estraggono “rendite di flessibilità” sfruttando la volatilità dei prezzi, mentre la regolamentazione REMIT II (Regolamento UE 2024/1106) è stata depotenziata da intense attività di lobbying industriale che ne hanno limitato l’efficacia al solo stadio finale del trading. Parallelamente, le ricerche di Yung Au e Srujana Katta svelano come l’IA militare fornisca uno scudo di legittimità all’intera infrastruttura; i contratti statali e le narrazioni sulla sicurezza nazionale non solo garantiscono flussi finanziari certi, ma offrono anche una copertura politica contro il discorso sulla “bolla dell’IA”.
In questo settore, le aziende operano spesso attraverso un deliberato arbitraggio regolatorio, posizionando i data center in giurisdizioni con standard etici inferiori o normative meno stringenti per massimizzare l’estrazione di valore da contesti di conflitto.
L’opacità che avvolge l’ecosistema IA non è un errore di sistema, ma una “feature” strategica progettata per proteggere la posizione dei monopolisti. La sistematica riduzione della trasparenza nei dataset, come dimostrato dal caso di Crunchbase, divenuto a pagamento, e il progressivo svuotamento informativo delle “model cards” di Google e OpenAI rendono quasi impossibile una supervisione basata sull’evidenza.
In questo vuoto informativo, le iniziative di “IA Sovrana” rischiano di ridursi a un miraggio politico. Isha Suri sottolinea che molti progetti nazionali operano esclusivamente a livello applicativo, lasciando i livelli fondamentali del cloud e dei modelli sotto il controllo straniero.
Senza affrontare i costi di switching e l’integrazione verticale, la creazione di campioni nazionali si traduce in una “sovranità solo di nome”, che finisce per riprodurre gli stessi danni e le medesime dinamiche estrattive sotto una bandiera diversa. Questa incapacità di sfidare le fondamenta del potere tecnologico consolida l’egemonia esistente proprio mentre la possibilità di un intervento regolatorio strutturale si avvia verso la chiusura definitiva.
Superare la critica richiede l’elaborazione di architetture alternative che servano l’interesse pubblico e la sostenibilità planetaria. Le proposte emerse dai workshop promossi dallo European AI & Society Fund indicano la necessità di una ristrutturazione profonda del mercato.
Risulta imperativo regolamentare il cloud come una “public utility”, imponendo obblighi rigorosi di interoperabilità e portabilità dei dati per spezzare i meccanismi di lock-in. È necessaria una separazione strutturale tra gli strati della catena di approvvigionamento, impedendo ai fornitori di infrastruttura di dominare contemporaneamente il mercato dei modelli.
Sebbene la creazione di mercati aperti per il calcolo, come l’Open Cloud Compute, sia tecnicamente più complessa rispetto a precedenti iniziative di infrastruttura pubblica digitale come l’UPI indiano, essa rimane una priorità strategica per democratizzare l’accesso alle risorse.
Infine, le politiche antitrust devono integrare la protezione dei lavoratori dei dati e il diritto alla contrattazione collettiva per i creatori di contenuti, oggi meri soggetti passivi dell’estrazione automatizzata.
Sebbene il potere delle Big Tech sia oggi consolidato e pervasivo, l’azione politica coordinata rimane l’unica via per garantire che le società democratiche non perdano definitivamente il controllo sulle proprie traiettorie tecnologiche e sociali.

