Resto sorpreso che si confonda il lavoro povero con i fenomeni della gig economy e quelli del subappalto. Sono temi complessi ma separati. In un contesto economico sempre più frammentato, il lavoro precario in Italia rappresenta una piaga strutturale che intreccia fenomeni distinti come il lavoro povero, la gig economy delle piattaforme digitali e le catene di subappalti. Questa miscela non è casuale, ma riflette scelte sistemiche che perpetuano vulnerabilità, scaricando spesso la colpa su consumatori (che comprano sulle piattaforme, in una forma di co-responsabilità) e comunità invece di affrontare le responsabilità primarie di imprese e istituzioni. La prima evidente distinzione da fare è che il “caporalato digitale” sfrutta algoritmi per controllare i lavoratori, mentre subappalti e finte cooperative evadono obblighi contributivi e salariali.
Questo approccio che sovente sovrappone i fenomeni, complica problemi complessi, aumentando la confusione anziché risolverli. Il lavoro povero non è solo una questione di bassi salari, ma un intreccio di precarietà contrattuale, discontinuità occupazionale e mancanza di tutele sociali. Una foto chiarisce il contesto attuale dove il 30% dei dipendenti italiani (circa 4,4 milioni) guadagna meno di 12.000 euro lordi annui, con picchi tra giovani, donne e migranti.
Questo fenomeno si aggrava nella gig economy, dove piattaforme come Uber o Deliveroo trasformano il lavoro in “gig” imprevedibili: autonomia apparente, ma vincolata a algoritmi che dettano ritmi e remunerazioni a consumo. Ma i lavoretti in Italia non sono mai esistiti, i ragazzi che vanno all’università sono mantenuti dai genitori e non portano di solito la pizza a casa la sera. E’ un contesto che va approfondito meglio, diciamo.
Qui, il prestatore è formalmente autonomo, ma di fatto subordinato, con rischi trasferiti sul lavoratore attraverso cottimi e assenza di protezioni. I subappalti amplificano questa vulnerabilità. In settori come logistica, edilizia e agricoltura, catene lunghe di esternalizzazioni permettono a committenti di evitare responsabilità solidale per salari e sicurezza. La legge 276/2003 disciplina gli appalti, ma manca di garanzie per parità di trattamento, favorendo cooperative “spurie” che a volte sfruttano manodopera irregolare.
Mescolare questi elementi, lavoro povero, piattaforme e subappalti, non è neutro, diluisce le colpe, rendendo più difficile identificare i responsabili. Una narrazione diffusa attribuisce parte della colpa ai consumatori, accusati di pretendere servizi low-cost senza interrogarsi sulle condizioni di chi li eroga. Ad esempio, ordinare cibo via app o usare ride-sharing ignora lo sfruttamento dei rider, spesso migranti doppiamente vulnerabili.
Similmente, si invoca il ruolo della “comunità” per supportare i fragili, come in reti locali contro la precarietà. Ma questa prospettiva è fuorviante: i consumatori possono scegliere eticamente, boicottando piattaforme abusive, ma non strutturano i modelli economici. Scaricare su di loro la responsabilità distrae dal nocciolo: imprese che basano profitti su filiere opache e governi che indeboliscono controlli.
La “responsabilità condivisa” è un concetto ambivalente. Da un lato, promuove regole e pratiche collaborative: sindacati in verifiche preventive, comunità in sostegno sociale, consumatori in scelte consapevoli.
Dunque la domanda vera è: Chi deve fare le regole? Principalmente le istituzioni e le imprese. La proposta di direttiva UE sul lavoro tramite piattaforme mira a una nozione condivisa di subordinazione, contrastando il mascheramento di rapporti dipendenti come autonomi. Il legislatore nazionale, che ha ampliato subappalti a cascata e lavoro intermittente, ignorando stabilizzazioni che ridurrebbero infortuni (i precari ne subiscono il doppio) ha una sua dose di interrogativi da porsi.
Alcuni spingono per salari minimi (9 euro/ora), ma divergenze interne e resistenza governativa bloccano progressi. Questa mancata azione aumenta la complessità con confusione. Problemi complessi non hanno soluzioni facili, è vero, verissimo (!!!) ma invocare “responsabilità condivisa” senza priorità chiare complica tutto. Ad esempio, la digitalizzazione amplifica precarietà: piattaforme usano dati per controllare, bypassando tutele tradizionali. Una transizione digitale “giusta” deve includere formazione e contrattazione inclusiva, evitando che innovazione aggravi povertà. La giurisprudenza, come sentenze Cassazione sul “sufficienza” salariale, anticipa cambiamenti, ma urge una regolazione legislativa robusta per attuare principi costituzionali sul lavoro dignitoso.
Azione collettiva, responsabilità collettiva per coprire l’inazione: che cos’era l’actio popularis in epoca romana e come potrebbe tornarci utile oggi
Nel diritto romano l’actio popularis era un’azione che qualsiasi cittadino (quivis de populo) poteva intentare senza avere un interesse diretto o personale. Serviva a tutelare beni pubblici, interessi diffusi o violazioni che riguardavano la collettività (es. danni a sepolcri, corruzione di albi pubblici, violazioni ambientali o di interesse generale). Non serviva essere la vittima diretta: bastava essere cittadino. Oggi questo istituto non esiste in Italia in forma generale. L’art. 100 c.p.c. e l’art. 24 Cost. richiedono un interesse concreto, diretto e attuale per agire in giudizio.
Non puoi, come privato cittadino, denunciare in giudizio un danno ambientale o un raggiro sistemico “nell’interesse di tutti” senza essere personalmente leso. In Brasile invece sì: l’art. 5, LXXIII della Costituzione del 1988 prevede esattamente l’ação popular: qualsiasi cittadino può agire per annullare atti lesivi del patrimonio pubblico, dell’ambiente, della moralità amministrativa, ecc. È l’unico grande sopravvissuto dell’istituto romano in forma pura. Ce lo ha insegnato il grande prof. Catalano a La Sapienza 30 anni fa.
Ora succede questo, che quando leggiamo “azione collettiva” sui giornali o nei discorsi politici/giuridici, non ci si riferisce purtroppo all’actio popularis, ma a qualcosa di evanescente. L’inerzia individuale (del datore o dello Stato) viene mascherata da “problema collettivo” che richiede soluzioni collettive (più welfare, più tasse, più “sensibilizzazione”). Non è uno scherzo: è un classico spostamento di accountability.
L’actio popularis vera non esiste in Italia in forma generale. Finché non c’è, la retorica del “collettivo” continuerà a coprire l’inazione del singolo e dello Stato. Perché il collettivo diventa uno schermo comodo per evitare di indicare il responsabile vero.



