Il 4 marzo 2026 rimarrà impresso nelle cronache comunitarie come il giorno in cui l’Europa ha tentato di darsi un’anima industriale attraverso l’Industrial Accelerator Act (IAA). Tuttavia, dietro il titolo altisonante e le promesse di sovranità tecnologica, si nasconde un’architettura normativa che rischia di trasformare il concetto di “origine europea” in un’etichetta sbiadita, priva di quel rigore etico e ambientale che le nostre imprese hanno pagato a caro prezzo. La proposta di Bruxelles, pur nascendo con l’intento nobile di rispondere alla pressione competitiva asiatica e americana, finisce per diluire il valore del lavoro continentale, mettendo sullo stesso piano realtà produttive che operano in mondi normativi diametralmente opposti.
Sommario
Un’etichetta selettiva tra appalti e sussidi
È fondamentale chiarire che l’Industrial Accelerator Act non nasce come un’etichetta universale da apporre su ogni bene di consumo, ma come un vincolo stringente per il settore pubblico e per i regimi di aiuti di Stato. Bruxelles ha individuato una serie di comparti strategici dall’acciaio alle batterie, dal fotovoltaico al nucleare, imponendo quote minime di contenuto locale o a basse emissioni per poter accedere a commesse pubbliche, incentivi per le flotte aziendali o bonus per le ristrutturazioni. Se l’obiettivo è favorire la decarbonizzazione, il metodo scelto solleva dubbi atroci sulla reale tutela dei produttori locali.
Per l’acciaio, ad esempio, si prevede una quota minima di prodotto “low-carbon” che raggiungerà il venticinque per cento del volume nei progetti pubblici entro il 2029, ma senza un obbligo ferreo di origine europea. Per alluminio, cemento e tecnologie net-zero come i veicoli elettrici, si introducono invece soglie progressive di “Union origin”, che per alcuni componenti dovrebbero toccare il settanta per cento. Il problema sorge quando si va a leggere tra le righe della definizione di origine, dove i confini dell’Europa sembrano farsi pericolosamente elastici, aprendo la porta a interpretazioni che potrebbero penalizzare chi produce entro i confini dell’Unione.
La geografia variabile degli standard produttivi
L’attuale definizione di origine si poggia sul Codice Doganale dell’Unione e si estende, coerentemente, ai paesi dello Spazio Economico Europeo e a partner storicamente integrati come la Svizzera e il Regno Unito. Fin qui, la logica è ferrea: si tratta di nazioni che condividono con l’UE non solo i confini, ma un ecosistema di costi, diritti sociali e sensibilità ambientali molto simile. Il vero nodo gordiano si stringe quando la normativa apre agli aderenti all’Accordo sugli Appalti Pubblici (GPA) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Sebbene paesi come Argentina e Brasile non godano ancora di un automatismo in tal senso a causa dello stallo sull’accordo Mercosur, la direzione intrapresa da Bruxelles suggerisce una volontà di reciprocità formale che ignora totalmente l’equivalenza sostanziale.
Mettere sullo stesso piano un’azienda siderurgica italiana e un produttore sudamericano, o di altre latitudini extra-europee, è un atto di profondo irrispetto verso il tessuto industriale interno. Le imprese europee non competono solo sulla qualità del prodotto, ma sostengono il peso di un sistema di tassazione sul carbonio, di permessi burocratici estenuanti e di tutele sindacali che altrove sono pura utopia. Consentire che un prodotto realizzato con standard sociali ed energetici inferiori possa competere negli appalti pubblici europei solo perché “formalmente” conforme a certi parametri di emissione significa finanziare la delocalizzazione con i soldi dei contribuenti europei.
La debolezza di un atto senza coraggio politico
L’Industrial Accelerator Act non apporta modifiche sostanziali in termini di diritti. Si limita a riproporre strumenti già esistenti nel diritto dell’Unione, come la reciprocità nell’apertura dei mercati, senza aggiungere tutele concrete per chi deve affrontare costi energetici esorbitanti e la morsa del sistema ETS. Solo le misure relative all’acciaio e all’alluminio ecocompatibili sembrano andare nella direzione corretta, ma rimangono interventi chirurgici su un corpo che avrebbe bisogno di una terapia d’urto. Bruxelles sembra essersi limitata a una complessa operazione di maquillage normativo, riproponendo soluzioni vecchie sotto un nome nuovo, senza affrontare il tema della competitività strutturale.
Il rischio concreto è che l’IAA diventi un cavallo di Troia per prodotti che, pur dichiarandosi “verdi” sulla carta, sono figli di un dumping ambientale e sociale sistematico. Un vero acceleratore industriale dovrebbe fondarsi sulla certezza che chi produce in Europa non venga punito per la propria eccellenza normativa. Invece, l’attuale proposta sembra quasi suggerire che la decarbonizzazione possa avvenire anche a scapito della base produttiva continentale, purché il prodotto finale rispetti certi coefficienti matematici di emissione, indipendentemente da dove o come sia stato fabbricato.
La necessità di un reset totale e identitario
Per evitare che il “Made in Europe” diventi un’etichetta vuota, è necessario ripartire da zero con una visione molto più assertiva. Un marchio di origine credibile deve essere circoscritto esclusivamente all’Unione Europea e a quei partner che accettano di giocare con le stesse identiche regole, non solo commerciali ma anche ambientali e sociali. La reciprocità deve essere effettiva, verificata e sanzionabile, non un semplice accordo diplomatico su carta intestata. Senza un enforcement rigoroso del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) e una drastica riduzione della burocrazia interna, il marchio europeo resterà un orpello estetico in un mercato dominato da chi ha regole più permissive.
La discussione che si aprirà tra il Parlamento Europeo e il Consiglio sarà decisiva per il destino della nostra industria. Da una parte si schierano i sostenitori di un approccio più protezionista ma coerente con i valori del Green Deal, dall’altra chi preferisce un’apertura indiscriminata ai cosiddetti partner fidati, spesso sacrificando la sostanza sull’altare della convenienza immediata. Se l’Europa vuole davvero essere leader della transizione ecologica, deve smettere di essere ingenua. Proteggere il “Made in Europe” non significa chiudersi al mondo, ma pretendere che chiunque voglia accedere al cuore pulsante della nostra economia rispetti i sacrifici, i costi e i valori che rendono unico il nostro modello sociale. Altrimenti, la decarbonizzazione non sarà altro che una deindustrializzazione mascherata, un regalo avvelenato alle generazioni future.



