Il dibattito che ruota attorno alla profonda asimmetria nel settore digitale europeo, dove le compagnie di telecomunicazioni tradizionali si trovano in una posizione di crescente debolezza rispetto ai giganti del cloud e dell’intelligenza artificiale, noti come hyperscaler, sta giungendo alla redde rationem.

I giganti globali della tecnologia, prevalentemente americani, hanno costruito un modello economico che cattura la quasi totalità del valore generato dalle piattaforme digitali, mentre le telco si limitano a fornire la connettività di base, sopportando costi enormi per mantenere reti capillari e ad alta capacità senza riuscire a monetizzare adeguatamente il traffico che esse stesse trasportano.

L’idea di una filiera integrata che colleghi in modo strutturato le telecomunicazioni, l’edge computing, il cloud e l’intelligenza artificiale appare più un’aspirazione politica che una realtà industriale concreta. Non esiste ancora una vera catena del valore europea in grado di competere su scala globale in questi ambiti simultaneamente. Al contrario, l’Europa ha lanciato iniziative di ricerca e dimostrazione per provare a colmare il divario, ma con risorse che appaiono sproporzionate rispetto alla sfida.

Il progetto Euro-3C da 75 Milioni

Un esempio emblematico è il progetto EURO-3C, annunciato di recente dalla Commissione Europea in occasione del Mobile World Congress. Si tratta di un’iniziativa finanziata con 75 milioni di euro dal programma Horizon Europe, coordinata da Telefónica e coinvolgente oltre settanta partner tra operatori storici, vendor tecnologici, università e piccole imprese sparse in tredici paesi.

L’obiettivo dichiarato è realizzare una infrastruttura federata paneuropea che integri reti di telecomunicazione, capacità di calcolo vicine all’utente (edge), risorse cloud e funzionalità di intelligenza artificiale, tutto sotto un modello aperto, sicuro e sovrano. In pratica, il progetto mira a dimostrare che l’Europa può orchestrare in modo cooperativo risorse distribuite per erogare servizi digitali avanzati senza dipendere interamente da fornitori esterni.Tuttavia, questo sforzo solleva interrogativi sulla sua reale portata trasformativa. Settantacinque milioni di euro rappresentano una cifra modesta se paragonata agli investimenti annuali che un singolo hyperscaler destina solo ai data center in Europa, spesso nell’ordine di decine di miliardi. Il progetto EURO-3C si configura quindi più come una piattaforma di sperimentazione e proof-of-concept che come la costruzione di un’alternativa industriale scalabile. Esso punta a federare nodi edge e cloud già esistenti presso gli operatori, a sviluppare orchestrazione avanzata abilitata dall’IA e a testare servizi interoperabili in ambienti reali di produzione. L’enfasi sulla sovranità digitale è evidente: l’idea è ridurre la dipendenza da infrastrutture controllate da attori extraeuropei, rafforzare la resilienza e favorire l’innovazione in settori strategici come il 6G, la cybersecurity e l’industria connessa. Eppure, il rischio è che rimanga un esercizio dimostrativo, utile per il racconto politico ma insufficiente a invertire le dinamiche di mercato.

Perchè non c’è COOPETITION tra le Telco e gli OTT

Al centro della riflessione c’è proprio il rapporto tra telco e hyperscaler, descritto attraverso il concetto ambiguo di coopetition, ovvero una cooperazione competitiva che in realtà maschera squilibri di potere. In teoria, le due parti Telco e OTT, potrebbero collaborare per creare valore condiviso: gli operatori forniscono connettività a bassa latenza e capillare, mentre gli hyperscaler portano piattaforme scalabili, algoritmi avanzati e capitali enormi.

Nella pratica, però, la relazione si rivela asimmetrica e spesso sbilanciata verso forme di dipendenza economica. Le telco finanziano infrastrutture che generano profitti principalmente per le piattaforme over-the-top, le quali catturano il valore aggiunto attraverso pubblicità, abbonamenti e servizi AI senza contribuire in modo proporzionale ai costi delle reti. Quando si tenta di negoziare condizioni più equilibrate, la posizione di debolezza delle telco trasforma il dialogo in qualcosa di simile a un corteggiamento unilaterale: si offrono concessioni, si accettano accordi sfavorevoli, si investe in upgrade per supportare il traffico generato dagli OTT, ma senza ottenere in cambio una vera parità strategica o una condivisione equa dei ricavi.

Gli hyperscaler non hanno interesse reale a integrarsi profondamente con le telco europee perché il loro business è infinitamente più redditizio in altri ambiti: produzione di chip specializzati per l’AI, addestramento di modelli linguistici su scala planetaria, sviluppo di economie circolari o green tech. Se il settore delle telecomunicazioni fosse altrettanto attraente in termini di margini e crescita, i giganti del cloud lo avrebbero già finanziato direttamente, acquisito o trasformato in joint venture vere. Il fatto che ciò non accada è la prova più chiara della percezione di scarso ritorno economico.

Le telco europee, anche le più grandi, appaiono minuscole se confrontate con un hyperscaler in termini di capitalizzazione, capacità di investimento annuo e attrattività per i talenti nel campo dell’AI. Questa sproporzione rende illusoria l’idea di una coopetition autentica: senza parità di forze e senza una volontà condivisa di integrazione strategica, il rapporto resta sbilanciato e spesso degenera in abuso di dominanza o in dipendenza strutturale camuffata da partnership commerciale.

Coopetition o reselling? Le Telco giocano il ruolo di MSP per difendere i bilanci.

L’era dell’innocenza nelle telecomunicazioni europee è finita da tempo, lasciando spazio a un paradosso industriale che molti analisti faticano ancora a etichettare. Se fino a un decennio fa il rapporto tra le società di telecomunicazioni (Telco) e i giganti del web (Over-The-Top o OTT) era descritto come una guerra di trincea per il controllo dei dati e dei ricavi da traffico, oggi la realtà è molto più complessa e, per certi versi, umiliante per i vecchi giganti della telefonia. Siamo entrati nella fase della simbiosi forzata, un modello di business in cui le Telco hanno smesso di sognare l’indipendenza tecnologica per rassegnarsi a un ruolo di intermediari, o meglio, di rivenditori di lusso per conto dei propri stessi “nemici”.

Per comprendere questa trasformazione, bisogna guardare a ciò che accade dietro le quinte delle grandi offerte aziendali. Non si tratta più solo di vendere fibra ottica o connettività 5G. Oggi, se un’impresa si rivolge a un operatore storico, si sente proporre pacchetti che includono spazio di archiviazione su Microsoft Azure, potenza di calcolo su Amazon Web Services o suite di analisi dati targate Google Cloud. Ma il legame è diventato ancora più intimo e pervasivo: le Telco sono diventate promotrici di corsi di formazione e certificazioni professionali legate agli ecosistemi degli hyperscaler. In pratica, l’operatore telefonico non si limita a fornirti lo strumento, ma si assicura che il tuo personale sia addestrato secondo i canoni stabiliti da Seattle o Mountain View.

Le Telco, schiacciate da una regolamentazione asfissiante che ha polverizzato i margini e obbligato a investimenti infrastrutturali miliardari, si sono ritrovate senza le risorse necessarie per innovare i propri servizi. Mentre i colossi americani scalavano il mondo con piattaforme agili e globali, gli operatori europei restavano prigionieri dei propri confini nazionali e dei propri cavi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le Telco hanno tentato, tra il 2010 e il 2015, di costruire i propri “cloud sovrani”, sperando di capitalizzare sulla fiducia dei clienti locali e sulla vicinanza fisica dei centri dati. È stato un disastro commerciale. La scala degli hyperscaler era semplicemente irraggiungibile: i costi di gestione e la velocità di aggiornamento delle piattaforme americane hanno reso obsoleti i tentativi locali in pochi mesi. Accettata la sconfitta, le Telco hanno adottato la strategia del “se non puoi batterli, unisciti a loro”, ma con una clausola di sottomissione. Vendendo le certificazioni e i corsi degli hyperscaler, le società di telecomunicazioni stanno operando un trasferimento di fedeltà del cliente. Una volta che un’azienda ha formato i propri ingegneri su una tecnologia specifica tramite il proprio operatore, cambiare fornitore diventa un’impresa proibitiva, non per la qualità del segnale telefonico, ma per la dipendenza dal software sottostante.

Questa trasformazione in “Managed Service Providers” è l’ultima spiaggia per difendere i bilanci, ma porta con sé il rischio concreto della cosiddetta “commoditization”. Le Telco rischiano di diventare quelle che in gergo vengono chiamate “dumb pipes”, tubi stupidi che trasportano valore creato da altri, trattenendo per sé solo una piccola commissione di vendita. In questo scenario, la rivendita di servizi altrui appare come una resa camuffata da partnership strategica.

Tuttavia, c’è un lato della medaglia che le Telco cercano di valorizzare: la capillarità. Gli hyperscaler hanno la tecnologia, ma non hanno (e spesso non vogliono) la forza vendita sul territorio per bussare alla porta della piccola impresa di provincia o della pubblica amministrazione locale. Qui la Telco gioca il suo ruolo di “cavallo di Troia”. Sfrutta la propria rete di assistenza, la propria fatturazione consolidata e la propria rete commerciale per piazzare i servizi degli americani. È una simbiosi dove l’uno mette il cervello e l’altro i muscoli. Ma in un’economia basata sulla conoscenza, chi controlla il cervello finisce inevitabilmente per comandare anche i muscoli.

Il falso mito che saranno le Telco a fare Edge Cloud Computing

Il settore delle telecomunicazioni si trova oggi di fronte a un paradosso tecnologico ed economico che rischia di segnare il suo destino per i prossimi decenni. Mentre l’intelligenza artificiale all’edge promette di rivoluzionare il modo in cui elaboriamo i dati vicino all’utente finale, le grandi aziende del comparto, le cosiddette Telco, sembrano condannate a ripetere gli errori del passato. La storia recente è costellata di tecnologie promettenti, dal 4G al 5G passando per l’edge computing multi-accesso, che nonostante gli investimenti miliardari non hanno portato i ritorni sperati, lasciando che il valore economico venisse catturato quasi interamente dai giganti del cloud e dai fornitori di servizi digitali.

Il problema fondamentale non risiede nella qualità delle antenne o della fibra ottica, ma in una profonda crisi d’identità culturale e operativa. Le aziende di telecomunicazioni sono strutturalmente distanti dal dinamismo richiesto dal mondo del software. Mentre un’azienda di intelligenza artificiale itera i propri prodotti in pochi giorni, le Telco restano imbrigliate in processi burocratici e implementazioni hardware estenuanti, come dimostra la lentezza nel dispiegamento delle reti core 5G. Questa rigidità si scontra con la necessità di gestire cluster di GPU distribuiti, un compito che richiede competenze informatiche radicalmente diverse dalla manutenzione delle torri cellulari tradizionali.

Gli investitori osservano questo scenario con crescente scetticismo. Dopo aver finanziato infrastrutture 5G che faticano a generare nuovi flussi di entrate, la prospettiva di dover acquistare costosi server di livello AI, energivori e complessi da gestire, appare come un rischio eccessivo. Il timore diffuso è che le compagnie telefoniche continuino a interpretare l’innovazione solo come uno strumento di ottimizzazione interna o di risparmio sui costi.

Dario Denni: Come ho avuto modo di dire in molti convegni, l’efficientamento con l’AI non è immediato, comporta investimenti. Per efficientare le Telco devono spendere soldi che non hanno, quindi si indebitano ulteriormente. Inoltre danno questi soldi a potenziali competitor che sviluppano a loro volta la vera innovazione (es. satellitare). Ma soprattutto con il telco-edge-cloud non si recupera efficienza sufficiente per fare nuovi invesimenti”.

Se l’intelligenza artificiale viene utilizzata esclusivamente per ridurre le frodi o migliorare l’assistenza clienti, si ottiene certamente un’efficienza operativa, ma si rinuncia a creare nuovi prodotti capaci di generare fatturato sul mercato aperto. Il rischio concreto è la trasformazione definitiva in “dumb pipes”, ovvero fornitori di pura connettività privi di intelligenza aggiunta. Se le Telco si limiteranno a vendere spazio fisico, energia elettrica e banda larga, i grandi hyperscaler continueranno a dominare la catena del valore, estendendo il loro controllo fino al bordo estremo della rete. Per evitare questo declino, gli esperti suggeriscono un cambio di paradigma radicale: le compagnie telefoniche dovrebbero trasformarsi in fornitori di “fabbriche di AI sovrane”, offrendo piattaforme aperte agli sviluppatori, con strumenti semplici, API accessibili e garanzie di sicurezza locale che i grandi cloud provider globali non sempre possono assicurare.

In ultima analisi, l’intelligenza artificiale all’edge non deve essere vista come un semplice aggiornamento tecnico, ma come una sfida architettonica e commerciale. La capacità di passare dalla proprietà di un’infrastruttura alla gestione di un ecosistema di prodotti sarà il vero spartiacque tra il successo e il fallimento. Se le aziende non riusciranno a creare un ambiente attraente per gli sviluppatori, continueranno a scontrarsi contro lo stesso muro di monetizzazione che le ha bloccate negli ultimi vent’anni, restando spettatrici di una rivoluzione di cui possiedono le chiavi d’accesso ma non il motore.

Ulteriori informazioni sul progetto Euro-3C

Il colosso delle telecomunicazioni Telefónica ha annunciato il progetto, denominato EURO-3C, sostenuto dalla Commissione Europea, al Mobile World Congress di Barcellona.

COMUNICATO UFFICIALE di TELEFONICA: https://www.telefonica.com/en/wp-content/uploads/sites/5/2026/03/PR_EURO-3-EN-02032026-FINAL.pdf

“Forniremo il primo modello federato, sicuro e sovrano in cui cloud, intelligenza artificiale ed edge saranno in grado di [lavorare insieme], così da poter accelerare molti servizi digitali”, ha dichiarato a Euronews Next Sebas Muriel Herrero, responsabile digitale di Telefónica.

Beneficiari del progetto sono i seguenti soggetti: Telefónica – Eurescom – British Telecom – Capgemini – Citymesh – Deutsche Telekom – Elisa – Engineering – Ericsson – Ionos – IDC – KPN – MEO – Nokia – Orange – OVH – Suse – Swisscom – Fastweb – Telenor – TIM – Thales – Vodafone – Fogus – Krateo -Martel – Near – Nextworks – OpenNebula – Real Wireless – Scille – Sedicii – Ubitech – Wings – CTTC – F. Bruno Kessler – Fraunhofer – IMEC – INRIA – ITAV – POLITO – PCSS – TNO – UC3M – UOULU – ECSO – ETSI – PSCE – AIT – Croce Rossa Bavarese – ITTI – Frequentis – Meditech – Stellantis – Teltronic – Electricite de France – Harman – CAF – Multiverse Computing – OGRE.

Le seguenti entità (autorità nazionali) sono affiliate al PSCE: Erillisverkot (Finlandia) – Ministero della protezione dei cittadini (Grecia) – Agenzia nazionale per le tecnologie della comunicazione e dell’informazione (Repubblica ceca) – Ministerio del Interior (Spagna) – Agenzia per le comunicazioni mobili operative per la sicurezza e la risposta alle emergenze (Francia) – Dipartimento della spesa pubblica, attuazione e riforma del NDP (Irlanda) – Polizia olandese (Paesi Bassi) – Direzione norvegese per la protezione civile (Norvegia) – Direzione nazionale della polizia (Norvegia). Ministero dell’interno e dell’amministrazione (Polonia) – Servizio speciale per le telecomunicazioni (Romania) – Agenzia svedese per la difesa civile e la resilienza (Svezia) – Autorità di polizia svedese (Svezia).