C’è un dialogo surreale che si consuma ogni giorno nei corridoi dei ministeri, nelle sale conferenze sul Quantum Computing. È il dialogo di una nazione che ha deciso di innamorarsi del futuro, a patto di non doverlo mai confrontare con la realtà fattuale che segna il passo della nostra arretratezza.
- “Cosa vogliamo?”
- “Il Quantum!”
- “Per fare cosa?”
- “Non lo sappiamo!”
- “E quando lo vogliamo?”
- “Adesso!”
In questo scambio si condensa tutta la parabola della digitalizzazione italiana. Siamo passati dal Cloud al Quantum con la stessa velocità con cui si cambia un hashtag su Instagram, convinti che basti evocare una parola magica per acquisire la potenza di calcolo necessaria a governare il domani. Ma dietro la cortina di fumo delle strategie nazionali e delle indagini conoscitive, si nasconde una verità nuda e cruda: siamo un Paese di “strategisti” che si addormentano alla seconda slide.
Il feticismo del Quantum e l’alibi dell’Algoretica
Il calcolo quantistico è, per sua natura, quanto di più lontano esista dalla percezione umana comune. È un mondo di sovrapposizioni e probabilità. Eppure, in Italia, è diventato un argomento da salotto. Abbiamo scritto la Strategia Nazionale, abbiamo partecipato alle indagini conoscitive, abbiamo risposto presente a ogni chiamata. Perché? Perché il Quantum è l’alibi perfetto. Essendo una tecnologia ancora in divenire, permette a chiunque di parlarne senza il rischio di essere smentito dai fatti. E qui entra in gioco il termine preferito dai comitati: l’Algoretica.
“Sei umanocentrico?” “Si.” “Sei algoretico?” “Certo!”
L’algoretica — la riflessione etica applicata agli algoritmi — è una disciplina nobile e necessaria. Ma nel dibattito pubblico italiano è diventata la “coperta di Linus” dei decisori. È l’argomento che ti permette di superare la prima slide (quella della visione) senza dover mai affrontare la terza (quella dell’architettura). Se parli di etica, nessuno può darti dell’impreparato. Se discuti di come il Quantum debba essere “al servizio dell’uomo”, ricevi applausi scroscianti. Ma se qualcuno ti chiede come il database QPM (Quantum Process Manager) gestisce un pool di worker su batch locali, il sipario cala bruscamente.
Il rifiuto della complessità tecnica
Il dramma dell’innovazione italiana è il rifiuto della complessità tecnica. Ci sentiamo pronti perché abbiamo letto la strategia, perché facciamo parte del comitato, perché abbiamo “preso coscienza” del problema. Ma la coscienza senza la competenza è solo un’opinione a basso costo.
Prendiamo l’esempio del database QPM. Per chi non mastica l’infrastruttura, è una sigla vuota. Per chi deve far funzionare le cose, rappresenta il cuore del problema: come orchestrare carichi di lavoro su macchine che operano in ambienti ibridi, tra processori classici e QPU (Quantum Processing Units). Gestire un pool di worker su batch locali significa affrontare la latenza, la fragilità dei qubit e la sincronizzazione di risorse che costano migliaia di euro al secondo.
Se non sai rispondere a questa domanda tecnica, non sei pronto. Non importa quanti Stati Generali hai inaugurato. Sei solo un passeggero su un treno ad alta velocità che non ha ancora le rotaie, convinto che basti il biglietto di prima classe per arrivare a destinazione.
Il marketing della preparazione al Quantum
Siamo campioni del mondo nel creare strutture che devono decidere come si deciderà. Partecipiamo alle indagini conoscitive con lo stesso zelo con cui i bambini scrivono la lettera a Babbo Natale: una lista di desideri tecnologici senza alcuna cognizione del prezzo o dello sforzo necessario per realizzarli. Il risultato è che la nostra “Sovranità Digitale” è una facciata di cartone pressato. Mentre noi discutiamo di umanocentrismo, i colossi cloud americani e cinesi stanno già vendendo il “Quantum-as-a-Service”. Loro gestiscono i worker, loro ottimizzano i batch, loro possiedono il database QPM. Noi, nel frattempo, ci limitiamo a compilare la seconda slide, quella dove ci auto-celebriamo come leader etici del settore.
Questa asimmetria è pericolosa. Se non sviluppiamo un’intelligenza tecnica interna — nelle nostre università, nelle nostre in-house, nelle nostre PMI — finiremo per comprare “etica certificata” su macchine di cui non possediamo nemmeno le chiavi del case.
L’intelligenza territoriale contro il Cloud centralizzato
Il paradosso è che, mentre sogniamo i qubit, stiamo ancora lottando con i byte delle in-house regionali. Come abbiamo analizzato negli anni passati, la centralizzazione forzata nel Polo Strategico Nazionale (PSN) ha cercato di fare ordine cancellando il territorio. Abbiamo pensato che il “saper comprare” un grande servizio centralizzato fosse meglio del “saper fare” locale.
Oggi scopriamo che il Quantum, se mai arriverà a terra, avrà bisogno proprio di quell’intelligenza distribuita che abbiamo cercato di soffocare. Avrà bisogno di nodi locali, di worker distribuiti, di PMI che sappiano gestire l’integrazione tra il vecchio database SQL e il nuovo orchestratore quantistico.
Il procurement pubblico italiano, invece, continua a premiare il “generalista” capace di scrivere ottimi PowerPoint ma incapace di gestire un pool di worker. Le nostre PMI, quelle che ancora hanno voglia di studiare il database QPM, sono escluse perché “troppo piccole” per partecipare agli Stati Generali.
Dunque ecco cosa fare
Se vogliamo davvero il Quantum, dobbiamo smettere di volerlo “adesso” e iniziare a costruirlo “qui” in Italia con tre semplici passi:
- Smettere di finanziare solo la “visione” e iniziare a finanziare l’architettura.
- Premiare le competenze dure nei bandi pubblici, non solo i requisiti di fatturato.
- Portare i tecnici nei comitati, e non solo i presidenti o i responsabili della comunicazione.
Dobbiamo superare la sindrome della seconda slide ci suggerisce il massimo responsabile della Transizione ed io sono d’accordo. E questa volta, la risposta “si, ho letto la strategia” non basterà a salvare la faccia quando la macchina chiederà il comando di avvio.

