L’Italia ha investito, attraverso il PNRR, risorse ingenti nel trasferimento tecnologico. Una parte importante di questo tesoro, circa 343 milioni di euro, è stata messa sul piatto dal Ministero delle Imprese (MIMIT) per un obiettivo nobile: aiutare le nostre aziende a diventare più tecnologiche.

Per farlo, è stata creata una rete fittissima di oltre 45 soggetti dai nomi complicati:

  • Competence Center: Centri di eccellenza nati qualche anno fa.
  • EDIH (European Digital Innovation Hub): Sportelli per l’innovazione digitale.
  • Seal of Excellence e Poli d’Innovazione: Altri centri nati per diffondere la tecnologia sul territorio.

L’idea di base era corretta. L’Italia ha tante piccole e medie imprese (PMI) che sono bravissime a produrre, ma spesso lente a usare l’intelligenza artificiale o i robot. Questi centri dovevano servire a fare test, prototipi e formazione a prezzi scontati, finanziati dallo Stato. Non è chiaro cosa sia rimasto sul campo, adesso che il PNRR si appresta a concludersi.

Abbiamo “spalmato” troppo i fondi invece di concentrarli

Qui nasce il primo grande intoppo. L’Italia soffre da sempre di una mancanza di politica industriale. Invece di dire: “Puntiamo tutto su questi 3 settori chiave per battere la concorrenza straniera”, si è scelta la strada della distribuzione. E’ un errore tipico e che è stato fatto in generale su tutto il PNRR se pensate che Taiwan ha investito lo stesso valore solamente in chip avrete un’idea chiara di cosa possa significare. Si è dato un po’ di budget a tutti, cercando di coprire ogni angolo del Paese. Il risultato? Una frammentazione eccessiva. Troppe sigle, troppi uffici e troppi centri che spesso fanno le stesse cose o che sono nati solo perché c’era un bando a cui partecipare. Questo non lo sappiamo con certezza. Sicuramente facciamo fatica a percepire dei risultati concreti a valle.

L’Italia paga da decenni l’assenza di una politica industriale coerente, selettiva e di lungo periodo ma questo è un dato cronicizzato ed in parte comprensibile vista la stagnazione dell’economia in generale che non permette virtuosismi a chi governa. Invece di scegliere filiere prioritarie, investire in tecnologie abilitanti di scala nazionale e costruire un ponte stabile tra ricerca e mercato, si è optato per una logica prevalentemente distributiva e territoriale: un po’ di risorse a tutti, per non scontentare nessuno, con forte enfasi sulla copertura geografica più che sulla specializzazione verticale. Un indirizzo più deciso verso l’innovazione avrebbe dato risultati più incoraggianti. Il risultato è una frammentazione elevata: troppe sigle, troppi soggetti, spesso nati o ingranditi forse per intercettare i bandi che mettevano dei limiti da superare. Molte compagini progettuali si sono gettate sui finanziamenti senza una valutazione realistica dei tempi, degli obblighi di rendicontazione (SAL, giustificativi, KPI stringenti) e soprattutto della sostenibilità post-progetto. La rendicontazione PNRR potrebbe risultare onerosa; chi non aveva strutture amministrative solide potrebbe aver sottovalutato il carico. I dati della Corte dei Conti al 31 dicembre 2025 sono eloquenti se si pensa che su risorse impegnate per circa 342 milioni, sono stati trasferiti 128,6 milioni e rendicontati solo 94 milioni (circa il 27-28% del totale). La spesa effettiva è ancora bassa, con ritardi diffusi e il rischio concreto che molte attività si interrompano o si ridimensionino drasticamente una volta chiusi i flussi PNRR (target finale di erogazione, lo ricordiamo, è entro il secondo trimestre 2026).


Da decenni l’Italia rincorre con incentivi “a pioggia” (iperammortamento, crediti d’imposta, PNRR) senza una visione strategica di filiere prioritarie (semiconduttori, AI di scala, materie prime critiche, robotica). La logica distributiva ha prevalso sulla selettività. Il PNRR ha amplificato questo difetto, forse, con risorse a tutti i territori, ma poca concentrazione su eccellenze capaci di fare sistema. Il punto più critico riguarda la sopravvivenza di questi centri. Molti di loro si sono comportati come se il finanziamento pubblico dovesse durare in eterno. Hanno assunto persone con contratti a termine e creato servizi che le aziende probabilmente compravano solo perché erano quasi gratis. E’ noto infatti che nel momento in cui l’Italia ha avuto accesso ai fondi europei lo scopo principale era un altro, risollevare il Paese dopo la crisi pandemica, in qualunque modo. Possiamo dire che sicuramente sono stati immessi nell’economia dei fondi ma la destinazione è rimasta di interesse generale più che settoriale, specifico.

Cosa succederà quando finiranno i fondi PNRR? Questa è la vera domanda!

Le aziende italiane sembrano ormai abituate a innovare solo se c’è un “bonus”. Se questi centri non imparano a vendere i propri servizi sul mercato reale, attirando soldi dai privati, rischiano di chiudere non appena lo Stato smetterà di pagare. Tutte le volte che gli Aiuti di Stato incentivano la domanda, pensate alle automobili, nel momento in cui cessano gli incentivi si ferma il mercato. Da una parte è un fenomeno naturale. Dall’altra è come viziare il mercato. Viziando anche chi vende a impegnarsi meno. E chi compra ad aspettare il prossimo incentivo.

  • Chi si salva: I grandi centri storici (come BI-REX o MADE) che hanno già soci industriali forti, o realtà solide come Insiel in Friuli Venezia Giulia, che lavora da decenni con la Pubblica Amministrazione.
  • Chi rischia: Probabilmente i piccoli centri, specialmente se sono nati “ad hoc” solo per intercettare il bando, che oggi si ritroverebbero solo uffici senza clienti veri, consolidati, intenzionati a continuare.

Torniamo però alla questione principale, di prospettiva, di futuro. Finito il rubinetto PNRR, chi non ha diversificato o attratto cofinanziamento privato rischia di trovarsi nel vuoto, riduzioni di organico, chiusura di iniziative derivate, piattaforme che muoiono dopo il Proof of Concept. Non è cinismo, è esperienza accumulata. I grandi Competence Center storici hanno maggiori chance di resilienza perché poggiano su partnership industriali consolidate e una storia pre-PNRR. Ma tra i Poli, i Seal of Excellence e tanti EDIH minori il rischio è probabilmente molto piu’ alto. Il fenomeno non è nuovo, in Italia tanti consorzi o società nascono intorno a un finanziamento e si sgonfiano quando i soldi finiscono. Possiamo però riscontrare fenomeni positivi come Insiel/PAI-EDIH, per esempio, rappresenta un’eccezione positiva proprio perché poggia su una struttura in-house regionale solida da decenni, con business stabile nella PA del Friuli Venezia Giulia. Le in-house su questo punto e su altri saranno sempre un punto di riferimento fondamentale per il trasferimento tecnologico.

Cosa si sta cercando di fare? (L’Atto di Indirizzo 2026-2028)

Il Governo sembra essersi accorto del problema. Recentemente è stato pubblicato un documento (un “Atto di Indirizzo”) che prova a mettere ordine. Le parole d’ordine per il futuro saranno:

  • Meno centri, ma più forti: L’idea è di tagliare i rami secchi e trasformare decine di piccoli uffici in una decina di “Super Poli” specializzati.
  • Risultati veri: I soldi futuri andranno solo a chi dimostra di aver aiutato davvero le imprese e di aver saputo attirare investimenti privati.
  • Regia unica: Basta con la pioggia di incentivi a caso; serve una cabina di regia che controlli chi lavora bene e chi no.

Il PNRR è stata una grande occasione per creare infrastrutture e dare lavoro a migliaia di ricercatori, ma è stata una soluzione temporanea. Il vero test sarà tra il 2026 e il 2028. L’Italia deve decidere se continuare a dare “incentivi” a pioggia o se finalmente vuole costruire un sistema dove la ricerca diventa valore economico reale. Se non cambiamo marcia, i 343 milioni spesi rischiano di lasciare dietro di sé solo uffici vuoti e tante scuse, invece di un’industria più moderna e competitiva.

E’ chiaro a tutti che il PNRR ha creato infrastrutture e occupazione temporanea (oltre 12.000 ricercatori in vari ecosistemi), ma non ha risolto il nodo strutturale, la scarsa capacità del sistema di trasformare conoscenza in valore economico sostenibile senza dipendenza pubblica. Nel 2026, con la chiusura dei progetti PNRR, si misura la distanza tra l’entusiasmo dei bandi e la realtà del mercato. Il vero banco di prova è il 2026-2028, ovvero chi sopravviverà non sarà chi ha preso più soldi, ma chi ha saputo trasformare il finanziamento pubblico in valore di mercato.

1. Atto di indirizzo strategico 2026-2028 (MIMIT – MUR)

2. Relazioni della Corte dei Conti sullo stato di attuazione del PNRR

3. Fonti MIMIT sul PNRR – Investimento 2.3 (Centri di trasferimento tecnologico)

4. Altre fonti istituzionali rilevanti