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Indagine sui Data Center in Italia per intelligenza artificiale

Dietro lo schermo pulito dei nostri smartphone e le risposte immediate delle intelligenze artificiali si nasconde un gigante d’acciaio, cemento e silicio affamato di risorse. I data center, i grandi cervelloni digitali che fanno funzionare l’algoritmo, sono infrastrutture fisiche imponenti che consumano elettricità e acqua a ritmi vertiginosi. Entro il 2030 queste strutture potrebbero assorbire quasi mille terawattora di energia all’anno, una cifra spaventosa che equivale all’intero fabbisogno del Giappone. A questo si aggiunge un consumo idrico monumentale per il raffreddamento dei sistemi, pari all’acqua usata in casa da un miliardo di persone.

Il problema tecnologico si è ormai trasformato in una grandissima questione ambientale fatta di chip, reti elettriche e minerali rari da estrarre.

Per rispondere a questa emergenza, una delle idee più gettonate è quella di “nascondere” i data center portandoli in alta quota, magari dentro le caverne che già ospitano le centrali idroelettriche alpine o su Marte come vuole fare Elon Musk. L’idea è suggestiva: sfruttare il freddo naturale delle montagne e l’acqua dei bacini per abbattere i costi ambientali. Purtroppo, però, si tratta di un’illusione. I servizi digitali moderni hanno bisogno di una velocità di connessione millesimale che le montagne, isolate e lontane dalle grandi autostrade della fibra ottica, non possono garantire senza investimenti miliardari.

Le leggi della fisica non si possono ingannare. Come insegna la termodinamica, il calore non sparisce, viene solo spostato. Lo dimostrano i progetti dei data center sottomarini in Cina, dove i server vengono immersi negli oceani per risparmiare energia.

Il risparmio locale c’è, ma il calore viene scaricato in mare, minacciando di surriscaldare le acque e alterare gli ecosistemi marini. Su larga scala, come nel nostro Mar Mediterraneo, questo gioco si tradurrebbe in un bilancio a somma zero: il fresco guadagnato dai computer diventerebbe calore per i pesci, modificando correnti e catene alimentari. In un parola, inoperabile.

Mutatis mutandis, abbiamo già esempi di impatti gravissimi su flora e fauna determinati dalle attività spaziali di Elon Musk ai danni del Messico.

L’Italia sta vivendo questa pressione sulla propria pelle, ma lo sta facendo senza una cabina di regia efficace. Al Nord la corsa alla costruzione di questi centri è frenetica. Nel Parco Agricolo Sud Milano, un’area protetta ricca di cascine e oasi naturali, stanno sorgendo stazioni elettriche gigantesche per alimentare i server dei colossi del web. Progetti come quelli di Trezzano sul Naviglio o Lacchiarella occupano decine di migliaia di metri quadrati di terreno agricolo per garantire centinaia di megawatt a queste strutture, scatenando proteste per il forte impatto sul paesaggio e il consumo di suolo. Abbiamo già approfondito il caso Magenta e ad esso rimandiamo per approfondimenti.

Mentre l’Italia si muove in modo frammentato, accumulando richieste di allacciamento alla rete elettrica senza un disegno preciso, la Francia mostra una strada diversa. Parigi ha integrato i data center nella pianificazione energetica nazionale, sfruttando l’energia nucleare e imponendo il riutilizzo del calore di scarto dei computer per riscaldare le città.

In assenza di una programmazione strategica, il rischio è quello di finanziare soluzioni isolate e spettacolari, ma del tutto inefficienti per la collettività. Pensare di risolvere la crisi energetica dell’intelligenza artificiale semplicemente spostando i server in cima a una montagna o in fondo al mare significa solo nascondere la polvere sotto il tappeto. Per fare in modo che la tecnologia aiuti il pianeta anziché soffocarlo, serve un ripensamento globale che parta dalla progettazione dei microchip e arrivi a una reale trasparenza sui consumi, accettando il fatto che l’energia globale è un conto chiuso che prima o poi va saldato.

L’Impronta ambientale dell’IA

Il modello attuale di sviluppo dell’intelligenza artificiale si fonda su un’infrastruttura fisica che, per quanto invisibile all’utente finale, rivela un’impronta ecologica sempre più insostenibile. I data center, cuore pulsante di questa rivoluzione digitale, richiedono enormi quantità di energia per l’elaborazione computazionale e ingenti volumi d’acqua per il raffreddamento. Questa domanda sta già mettendo sotto stress le risorse locali, le reti elettriche e i cicli idrologici, contribuendo in modo misurabile al cambiamento climatico.

La letteratura scientifica, inclusa l’analisi approfondita dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH), sottolinea come questa infrastruttura necessiti urgentemente di un approccio fondato sull’efficienza by design e su un migliore tracciamento delle risorse, così da mitigare impatti ambientali significativi. Le proiezioni indicano che entro il 2030 i data center potrebbero consumare fino a 945 TWh di elettricità annua – una quota paragonabile al fabbisogno del Giappone – e 9,3 trilioni di litri d’acqua, equivalenti alle esigenze domestiche di oltre un miliardo di persone. Non si tratta più di un problema software, ma di una questione di infrastrutture fisiche: chip, reti di trasmissione, sistemi di raffreddamento e catene di approvvigionamento di minerali critici.

L’Attrattiva delle Centrali Idroelettriche

Di fronte a questi vincoli, una proposta ricorrente suggerisce di localizzare i data center in prossimità degli impianti idroelettrici, sfruttando l’energia pulita, l’abbondanza d’acqua e le temperature più basse tipiche delle aree alpine o prealpine. Molte centrali di controllo idroelettriche sono già ospitate in caverna, ambienti che sembrano offrire condizioni ottimali: raffreddamento naturale, ridotta esposizione ambientale e accesso diretto a fonti rinnovabili. L’idea evoca un’armonia tra tecnologia e geografia, in cui il freddo delle montagne e l’acqua dei bacini diventano alleati per contenere l’impatto termico e idrico.

Gli USA hanno posto da tempo il tema del ratepayer protection pledge, un impegno degli operatori iperscalari ad auto approvvigionarsi dell’energia necessaria con ricadute positive sui territori.

Eppure, questa visione nasconde complessità strutturali. Le centrali in caverna si trovano spesso in contesti remoti, lontani dai grandi nodi di interconnessione della fibra ottica. I servizi digitali sensibili alla latenza – dal trading algoritmico alle applicazioni in tempo reale di AI – richiedono connessioni rapidissime, che le reti alpine faticano a garantire senza massicci investimenti in dorsali (backbone) ridondanti. La delocalizzazione del consumo energetico rischia così di rivelarsi solo apparente: l’energia non si crea né si distrugge, e il trasferimento da un luogo all’altro sposta semplicemente il punto di prelievo e di rilascio termico.

Conservazione Energetica

Qui entra in gioco il principio fondamentale della termodinamica. L’efficientamento energetico non elimina il calore prodotto, ma lo trasferisce, riducendo localmente l’incremento di entropia ma scaricandolo altrove su scala più ampia. Collocare i server da raffreddare in contesti freddi e gli impianti da scaldare in zone calde rappresenta una speculazione locale, un modo per “nascondere sotto il tappeto” l’aumento complessivo di disordine termico che il sistema globale inevitabilmente accumula.

Non è solo un tema di efficienza energetica come pensa la Commissione Europea. Il PUE misura l’efficienza ma non da risposte opportune sulla conservazione energetica.

L’esempio dei data center sottomarini cinesi illustra vividamente questa dinamica. Progetti innovativi immergono i container dei server nelle acque oceaniche per sfruttare il raffreddamento naturale, riducendo il consumo energetico del 40% circa ed eliminando parte delle infrastrutture di climatizzazione tradizionali. Tuttavia, anche in questo caso emerge il rovescio della medaglia: il mare assorbe il calore rilasciato, contribuendo – seppur localmente e in misura monitorabile – al riscaldamento delle acque e a mutamenti negli ecosistemi marini. Su una scala sufficientemente grande, come il bacino del Mediterraneo, trasferimenti energetici di questo tipo producono una somma zero termica: ciò che si guadagna in efficienza locale si traduce in alterazioni altrove, col rischio di favorire specie subtropicali, modificare le correnti e l’acidità, o generare impatti imprevedibili sulle catene alimentari.

Infrastrutture Critiche e Connettività Ridondata

Le centrali elettriche, a prescindere dalla fonte, costituiscono infrastrutture critiche che richiedono collegamenti in fibra ad altissima velocità, ridondati e con latenze minime. La dorsale nazionale deve essere in grado di servire tutte queste realtà senza eccezioni, garantendo la continuità del servizio. In assenza di una programmazione strategica – una pratica troppo spesso trascurata – si rischia di replicare soluzioni isolate, simili a una singola “Lamborghini della polizia”: utile per usi specifici, ma priva di un disegno complessivo per il territorio.

In Italia l’espansione dei data center procede a ritmi elevati, soprattutto nel Nord, in assenza di un piano nazionale coordinato per gli investimenti strategici. I progetti di Terna a Trezzano sul Naviglio, Pioltello e soprattutto Lacchiarella esemplificano le tensioni in atto. Nel Parco Agricolo Sud Milano – uno dei parchi periurbani più estesi d’Europa, con 47mila ettari di cascine, oasi e aree protette – si stanno realizzando stazioni elettriche di grande impatto per collegare i data center limitrofi. La nuova stazione “Fornace” da 67mila metri quadrati a Trezzano e quella di Lacchiarella Ovest da oltre 95mila metri quadrati rispondono a richieste di connessione per centinaia di MW, tra cui quelle di colossi come Equinix (190 MW) e Infrafin del gruppo Brioschi (350 MW).

Abbiamo approfondito il tema del paradosso climatico dell’AI ma il problema rimane.

Queste realizzazioni, rese obbligatorie dalla legge per garantire la continuità di trasmissione, occupano terreni agricoli e aree sensibili, sollevando problemi di consumo di suolo e di impatto paesaggistico in un contesto già fortemente sotto pressione.

Programmazione e Integrazione Strategica

Osservando l’esperienza francese emergono pratiche più mature. La Francia ha affinato il proprio quadro normativo per attrarre i data center, integrandoli nella pianificazione energetica nazionale grazie all’abbondante energia nucleare a basso costo e a una governance centralizzata (RTE). Progetti come quelli di Dunkerque o Bouchain combinano energia decarbonizzata, riutilizzo del calore di scarto e zone dedicate, beneficiando di riforme che semplificano le autorizzazioni per i progetti di interesse nazionale. L’Italia, al contrario, appare frammentata: le richieste di connessione accumulate da Terna superano i 30 GW, ma manca una visione programmatica che preceda i singoli interventi.

L’illusione di soluzioni localizzate – caverne, mare, montagna – rischia di mascherare la necessità di un ripensamento sistemico. L’energia e l’entropia non si cancellano, si gestiscono. Solo un approccio che integri efficienza by design, trasparenza nei report, responsabilità del ciclo di vita e cooperazione globale, come auspicato dall’UNU, potrà trasformare l’AI da vettore di impatti ambientali a strumento di sostenibilità. Altrimenti, continueremo a spostare il calore “sotto il tappeto”, illudendoci di aver risolto ciò che, su scala planetaria, rimane un bilancio termico ineludibile.