La carriola

E’ difficile comprendere il dolore profondo del popolo aquilano, specialmente adesso, a distanza di un anno dal sisma. Possiamo solo intuire dalle mille immagini andate in onda, una miserevole certezza: che la città è rimasta esattamente lì dov’era. Non si è mossa. S’è solo appoggiata su se stessa, ma non sembra abbattuta. Non è completamente distrutta. E non si è mai arresa ai fatti.

In tutto questo, ho visto anche un popolo aquilano indignato e offeso ma senza sapere perché. E’ come se ci fosse una voluntas esterna, superiore, ingestibile, capace di decidere il destino di un popolo prostrandolo con un terremoto ed escludendolo da una partecipazione agli eventi successivi.

E’ quasi come se il collegamento tra popolo e territorio si fosse interrotto.

A questo punto, come in una relazione di cui si sa’ poco, viene da chiedersi cosa legava intimamente il popolo al territorio prima del sisma e cosa dovrebbe legarlo ora all’ammasso di sassi e detriti raccolti e ordinatamente rimossi dalla protezione civile.

Esiste – ci raccontano i telegiornali – un “popolo delle carriole” rimasto così affezionato ai sassi che ha perso una sua identità concreta e nulla ha più a che vedere con il popolo aquilano che soffre, in modo composto e ordinato, uno smisurato senso di impotenza.

Il popolo abruzzese peraltro è forse quello che meglio resiste a questo incredibile spavento. A questa ennesima decisione che altri hanno preso, di relegarlo al ruolo di carriola.

Perchè la carriola da sola, non significa niente. E’ un messaggio politico scarno e deficiente. Allontana la speranza di una ricostruzione. Raffredda l’ardore dei valorosi che si sono impegnati a dare una svolta agli eventi negativi.

Un tetto sotto cui dormire. Scuole per crescere. Strade per ricominciare a vivere. Una chiesa dove fare pace con Dio. Il popolo abruzzese si è gia’ ripreso quello che sembrava perduto per sempre.