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La frammentazione del diritto digitale internazionale nella contesa tra Agcom e Cloudflare

Dario Denni: Se un domani un colosso del cloud americano decidesse di chiudere i rubinetti o triplicare i costi, l’Italia resterebbe paralizzata. Tra la ritorsione di Cloudflare contro il Piracy Shield e l’ombra della Lex Visigotorum, la nostra sovranità digitale è oggi sotto scacco. È tempo di smettere di accettare regali e costruire una reale indipendenza digitale prima che l’interruttore della nostra cybersicurezza venga spento.

L’attuale scontro tra le autorità di regolamentazione italiane, incarnate dall’AGCOM, e i fornitori di infrastrutture critiche globali come Cloudflare, non rappresenta un mero incidente di percorso amministrativo. Al contrario, si configura come la manifestazione plastica di una crisi profonda dell’ordine giuridico internazionale nell’era digitale. Se analizziamo la sanzione da quattordici milioni di euro legata alla piattaforma Piracy Shield, il dato economico appare quasi irrilevante rispetto al segnale politico e infrastrutturale che ne deriva, ovvero la fine dell’illusione della neutralità della rete e l’inizio di una fase di ritorsione sistemica basata su rapporti di forza asimmetrici. Dal punto di vista dell’analista, la reazione di un vertice aziendale di una multinazionale tecnologica americana di fronte a tali provvedimenti non segue mai i binari della diplomazia istituzionale canonica. Segue invece la logica del rischio operativo e della selezione dei mercati redditizi. Quando un’infrastruttura globale, che di fatto gestisce la resilienza di interi segmenti del web nazionale, percepisce che il quadro regolatorio di un Paese membro del G7 è guidato da logiche di quasi giustizia privata a tutela di interessi corporativi locali, la risposta automatica è il disinvestimento strategico. Questo non implica necessariamente l’abbandono immediato del mercato, ma una sua de-prioritizzazione critica, lasciando il Paese in una condizione di orfano tecnologico, incapace di gestire autonomamente le proprie difese digitali.

A metà di questo percorso di tensione regolatoria, emerge una similitudine storica di straordinaria efficacia per comprendere il mutamento di paradigma in corso. Ci troviamo di fronte a una riedizione tecnologica della Lex Romana Visigotorum. Nel periodo della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i Visigoti non cercarono di sovvertire integralmente l’architettura del diritto romano, ma semplicemente stabilirono che quel complesso di norme non si applicava a loro. La Lex Visigotorum sanciva un dualismo giuridico brutale in cui i romani erano soggetti alle loro leggi imperiali decadenti, mentre i barbari seguivano la propria consuetudine e la propria forza. Oggi, i colossi della Silicon Valley agiscono come i moderni Visigoti del digitale. Non contestano formalmente l’AI Act, il Digital Services Act o il Piracy Shield italiano nei tribunali accademici, ma dichiarano nei fatti che tali norme appartengono a una giurisdizione che non riconoscono come vincolante per la propria operatività globale. Se i romani dell’Unione Europea vogliono imporre filtri antipirateria o tasse di scopo, i barbari tecnologici rispondono che la loro consuetudine è l’extraterritorialità di fatto e che la forza della loro infrastruttura precede qualunque codice scritto a livello locale anche in mercati dove operano.

Un esempio lampante di questa nuova dottrina della forza sulla norma è l’evaporazione della Global Minimum Tax per quanto riguarda i giganti del tech. Mentre gli Stati nazionali si affannano a discutere di equità fiscale e redistribuzione, le Big Tech operano in una zona franca dove le regole internazionali sembrano scritte solo per le aziende tradizionali e i contribuenti ordinari. La decisione unilaterale di Washington di sottrarre i propri campioni digitali a questo accordo globale è la prova definitiva che il diritto internazionale viene oggi considerato un accessorio facoltativo, valido solo fino al punto in cui non collide con l’egemonia tecnologica. In questo modo, le multinazionali americane possono godere dei benefici delle infrastrutture pubbliche nazionali senza contribuire proporzionalmente alla loro crescita, agendo come entità sovrane che decidono autonomamente a quali oneri sottostare. Questa esenzione di fatto svuota di significato ogni pretesa regolatoria europea, poiché conferma che chi possiede l’innovazione possiede anche il potere di riscrivere i patti globali a proprio piacimento, lasciando gli Stati a gestire le macerie di un’autorità fiscale o amministrativa, ormai puramente nominale.

Questa postura di indifferenza sovrana da parte dei fornitori extra-europei espone l’Italia a rischi calcolati ma potenzialmente devastanti. Il caso delle imminenti Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 ne è l’esempio più inquietante. La protezione dei flussi di dati, la mitigazione degli attacchi cibernetici massivi e la gestione della connettività olimpica dipendono strutturalmente da quegli stessi attori che oggi l’AGCOM sanziona in nome della difesa del copyright calcistico. Se Cloudflare o fornitori analoghi americani o cinesi come Alibaba, dovessero decidere che il mercato italiano è regolatoriamente tossico e poco remunerativo, la nostra capacità di garantire la sicurezza di un evento di tale portata verrebbe meno, poiché non esiste una fortezza digitale nazionale pronta a sostituire istantaneamente questi giganti. L’analisi dei dati evidenzia come l’Italia sia caduta nella trappola dei ripetenti tecnologici, avendo smantellato o mai realmente costruito campioni nazionali di Cloud e Cybersecurity, preferendo la comodità di pacchetti chiavi in mano offerti da terzi, spesso sotto forma di regali infrastrutturali che hanno creato un legame tecnologico quasi irreversibile.

La persistenza di questa dipendenza ci rende oggi vulnerabili a ritorsioni che non passano necessariamente per i canali ufficiali della diplomazia, ma per il degradamento silenzioso dei servizi. Ora che i patti internazionali, dalla tassazione globale alla gestione neutrale dei dati, vengono stracciati unilateralmente, ci ritroviamo senza gli strumenti per esercitare una reale sovranità. In conclusione, la sanzione a Cloudflare e l’ostinazione sul Piracy Shield dimostrano che la classe dirigente non ha ancora compreso che il diritto internazionale oggi vale solo fino al punto in cui non collide con gli interessi strategici dei detentori delle infrastrutture vitali. Finché l’Italia resterà orfana di una propria visione industriale e di una reale indipendenza digitale, resteremo sudditi di una nuova Lex Visigotorum tecnologica, dove le leggi si scrivono a Roma o Bruxelles, ma la realtà quotidiana è governata dalle consuetudini tecniche e dagli interessi economici di chi, dall’altra parte del mondo, detiene l’interruttore della nostra sicurezza e della nostra economia. La vera sfida non è sanzionare i giganti con multe che non pagheranno mai, ma diventare finalmente capaci di non averne bisogno per le funzioni essenziali dello Stato e per la protezione della nostra democrazia digitale.

L’attuale scenario dei rapporti tra sovranità statale e infrastrutture tecnologiche globali segna il passaggio definitivo dal diritto internazionale alla “legge dell’esecuzione”. Non siamo più di fronte a un raffinato calcolo imprenditoriale basato su costi e benefici, ma a un esercizio di forza pura che Stefano Rodotà aveva predetto decenni fa descrivendo l’avvento del “corpo elettronico”. Quello che allora era un timore filosofico sulla protezione della privacy è oggi la moneta di scambio di un ricatto geopolitico esplicito.

L’imposizione americana dello scambio di dati biometrici — condizione necessaria affinché i cittadini italiani mantengano l’accesso al programma ESTA — rappresenta una forma di extraterritorialità di fatto. È la Lex Visigotorum applicata alla sicurezza: una potenza egemone che stabilisce come i propri standard tecnologici e le proprie necessità di controllo (attuate tramite strumenti di esecuzione immediata come le app di riconoscimento dell’ICE) precedano qualunque garanzia costituzionale locale. Il digitale non è più un settore dell’economia, ma il terreno su cui si misura la sottomissione degli alleati.

In questo contesto, lo scontro tra AGCOM e Cloudflare sul Piracy Shield assume una luce sinistra. La ritorsione non è solo una scelta di business, ma un atto politico: chi detiene l’interruttore della rete può permettersi di ignorare il diritto dei “romani” (gli europei), operando secondo la propria morale e la propria forza. La svuotamento dei processi legislativi a favore di una volontà esecutiva centrale, capace di tagliare fondi o negare servizi a chiunque tenti di regolamentare l’intelligenza artificiale o il flusso dei dati, conferma che la sovranità nazionale è ormai orfana di difese. Senza un’infrastruttura digitale sovrana, lo Stato decade a semplice spettatore di un potere che non ha più bisogno di giustificazioni giuridiche per imporre la propria consuetudine.