Negli ultimi Stati Generali dell’Intelligenza Artificiale presso la Luiss, una provocazione ha scosso la platea: la professione del Giudice, proprio per la sua natura “oggettiva” ancorata alle norme, rischierebbe di soccombere all’automazione AI prima di quella dell’Avvocato, la cui funzione risiede nella soggettivizzazione della fattispecie al caso concreto. Sebbene questa tesi possa apparire azzardata, centra il punto focale del dibattito contemporaneo: la decisione algoritmica come “scatola nera” che minaccia la trasparenza del giudizio.

Il termine “speed up” (velocizzare) racchiude in sé un’aspirazione profonda alla libertà. In un sistema giudiziario asfissiato dai ritardi, la tecnologia come ottimizzazione dei processi è tra i desiderata di chi cerca una giustizia che non sia negata dalla sua stessa lentezza. Tuttavia, la velocità non può essere l’unico parametro del diritto.

Emerge qui il paradosso di Aiace, l’exul immeritus: l’eroe che si toglie la vita perché privato ingiustamente delle armi di Achille, vedendo la propria timè (onore) calpestata da un giudizio parziale. Solo dopo la morte, il mare riconosce la sua verità deponendo le armi sulla sua tomba. Questo “riconoscimento tardivo” è il monito per il 2026: l’AI può accelerare i tempi, ma se la decisione perde l’umanità del discernimento etico, rischiamo di ottenere una giustizia rapida quanto postuma, lasciando sul campo solo armi deposte dalle onde su una tomba vuota.


RIF: Approfondimento: Gli Stati Generali AI alla Luiss e il futuro del diritto