Quante navi grigie rompighiaccio abbiamo 1, 2, 10? Nessuna. In cantiere? Zero. Militari? Boh. Però abbiamo una “strategia” (i.e. la politica artica italiana). Bon. Si parla di Artico solo in relazione alle bizze del biondo, come se fosse una delicatessen del Mulino Bianco in vendita sullo scaffale del supermercato. E’ difficile, difficilissimo pure per gli USA recuperare tempo perso. Ci vorranno anni per presidiarlo correttamente. 1) navi rompighiaccio 2) porti, strade, cibo 3) personale civile e militare 4) miniere estrazione underwater. Tutto in condizioni estreme -50°C. Se si ferma il Mediterraneo, Genova, Trieste, Napoli, Suez, diventiamo il Burundi. Non c’ è neanche bisogno di un attacco.

L’Italia ha zero navi rompighiaccio “grigie” (cioè militari, della Marina Militare o equivalenti per operazioni polari pesanti e strategiche). La sola unità italiana classificabile come rompighiaccio è la N/R Laura Bassi (gestita dall’OGS – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale), una nave da ricerca oceanografica con capacità polari (classe PC 5 o simile, in grado di operare in mari ghiacciati leggeri/medi). È usata quasi esclusivamente per il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), per missioni scientifiche in Antartide (ha fatto anche record raggiungendo punti estremi a sud), e sporadicamente in Artico per progetti di ricerca. Non è una nave grigia militare, non ha armamento significativo né è pensata per presidio strategico, scorta o operazioni in condizioni di conflitto/competizione geopolitica pesante. Quindi:

  • Rompighiaccio militari italiani ? 0 (nessuna “grigia” vera e propria).
  • Rompighiaccio polari pesanti (heavy icebreaker) ? 0.
  • Unità con capacità rompighiaccio per ricerca ? 1 (Laura Bassi).

Per confronto rapido (dati aggiornati al 2025-2026):

  • Russia ? oltre 40-45 rompighiaccio, di cui 8-10 a propulsione nucleare (dominio assoluto).
  • USA ? solo 2-3 operativi (Polar Star, Polar Sea in riserva, Healy), con piani per costruirne altri (ma ritardi enormi, prime consegne forse 2028+ da design finlandesi).
  • Cina ? 5+ (in rapida crescita, incluso progetto nucleare).
  • Finlandia/Svezia/Canada ? decine ciascuno, ma per usi civili/ricerca/costieri.

L’Italia non ha mai investito in una flotta polare militare perché storicamente non ha interessi territoriali diretti nell’Artico, né rotte commerciali vitali lì (a differenza di Norvegia, Danimarca/Groenlandia o Russia). Però esiste una strategia artica italiana aggiornata proprio a gennaio 2026 (“La Politica Artica Italiana”), presentata dal governo Meloni con input di Esteri, Difesa e MUR. Ribadisce impegno su scienza, ambiente, cooperazione multilaterale (Arctic Council, NATO, UE), e riconosce che l’Artico non è più “eccezionalmente pacifico” ma un teatro strategico con militarizzazione crescente (Russia massiccia, Cina “near-Arctic state”, tensioni USA-Groenlandia). Parla di:

  • Rafforzare ricerca (High North program della Marina).
  • Contribuire a deterrence NATO (esercitazioni Nordic Response con portaerei Garibaldi e truppe).
  • Sostenere policy UE e multilateralismo.

Ma non annuncia acquisizione di rompighiaccio militari, porti artici italiani o miniere/underwater presidiate. È più una strategia “soft”: scienza, diplomazia, cooperazione, con un occhio alla sicurezza euro-atlantica (collegando Nord e Mediterraneo).

Presidiare l’Artico militarmente/civilmente richiede decenni di investimenti enormi in:

  1. Flotta rompighiaccio pesanti (costo altissimo, know-how limitato fuori da pochi paesi).
  2. Infrastrutture estreme (porti, strade, basi logistiche resistenti a -40/-50°C).
  3. Personale addestrato (militare e civile) per ambienti polari.
  4. Capacità estrattive/minerarie e subacquee in zone ghiacciate.

Gli USA stessi faticano tantissimo a recuperare (da anni parlano di 6-8 nuovi icebreaker, ma procedono lentissimi). Per l’Italia, senza basi vicine né esigenze immediate di “presidio”, resta un discorso teorico-strategico, legato più a NATO/UE che a proiezione autonoma.