A detta di tutti, Bruxelles ha segnato un punto di svolta decisivo nella sua politica industriale, rompendo con decenni di ortodossia liberista per affrontare di petto la deindustrializzazione e la concorrenza sleale globale. Ma qualcosa è andato storto.
Il 4 marzo 2026 la Commissione europea ha ufficialmente adottato e presentato l’Industrial Accelerator Act (IAA), la proposta legislativa fortemente voluta e promossa dal vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné, responsabile per Prosperità e Strategia Industriale. Si tratta di un pacchetto ambizioso che mira a rilanciare la manifattura europea, a rafforzare la resilienza economica del continente e a contrastare in particolare l’avanzata cinese nei settori strategici, tutto mentre l’Europa affronta prezzi energetici strutturalmente alti e la pressione imposta dalla transizione ecologica.
Sommario
Made in Europe, Made in EU, oppure Made With Europe?
In conferenza stampa, Séjourné ha descritto l’iniziativa come un autentico cambiamento di dottrina, qualcosa che solo pochi mesi prima sarebbe stato considerato impensabile: l’Unione Europea abbandona il ruolo passivo di spettatrice della propria erosione industriale e introduce per la prima volta in modo strutturale il principio del “Made in Europe” (o più precisamente “Made in EU”) come criterio preferenziale e vincolante nella legislazione comunitaria. L’obiettivo numerico è chiaro e ambizioso: invertire il declino e riportare il contributo dell’industria manifatturiera al 20% del PIL europeo entro il 2035, partendo dall’attuale 14% (o 14,3% secondo le statistiche più aggiornate della Commissione). Un balzo che, secondo gli esperti, significherebbe preservare centinaia di migliaia di posti di lavoro, ridurre le dipendenze strategiche e creare nuove opportunità in catene di fornitura più sicure e sostenibili.
Al centro della proposta c’è la cosiddetta “preferenza europea”, applicata in modo mirato agli appalti pubblici e ai regimi di aiuti di Stato o sussidi finanziati con fondi pubblici. Nei settori ritenuti strategici, una quota minima di componenti critici e di prodotti dovrà obbligatoriamente provenire dall’Unione Europea o da paesi partner che garantiscano regole simmetriche e reciprocità effettiva. Tra i settori prioritari spiccano l’automotive – in particolare i veicoli elettrici e le relative batterie –, le tecnologie a zero emissioni nette come pannelli solari, turbine eoliche, pompe di calore, elettrolizzatori e alcune componenti del nucleare, nonché l’industria pesante con enfasi su cemento e alluminio (dove si applicano percentuali minime di prodotto a basse emissioni e preferibilmente di origine europea).
Per l’acciaio, l’obbligo resta limitato alla “bassa intensità di carbonio”, senza un vincolo rigido di provenienza UE, una scelta che ha deluso le associazioni siderurgiche europee come Eurofer, le quali chiedono misure più incisive. Il settore chimico, inizialmente escluso dalle bozze più ambiziose, dovrebbe essere integrato in una fase successiva, come promesso dalla Commissione.
Reazioni di Germania e Francia (Italia non pervenuta)
Il percorso per arrivare a questa versione ha richiesto mesi di negoziati intensi e spesso tesi tra i Ventisette. Germania e paesi nordici, da sempre guardiani del libero scambio e contrari a derive protezionistiche generalizzate, hanno accettato il principio solo dopo aver ottenuto garanzie che l’intervento resti rigorosamente mirato, proporzionato e non esteso indiscriminatamente. La Commissione ha quindi ridimensionato l’elenco originario dei settori coinvolti e ha inserito una clausola di apertura verso circa quaranta paesi partner affidabili – tra cui Regno Unito, Canada, Giappone e altri con accordi commerciali solidi: i loro prodotti potranno accedere alla preferenza europea se rispettano condizioni di reciprocità e conformità alle regole condivise. L’obiettivo dichiarato è prevenire ritorsioni commerciali, evitare la frammentazione delle catene globali di approvvigionamento e mantenere relazioni stabili con alleati strategici. Tuttavia, questa flessibilità ha suscitato critiche da parte di chi teme un indebolimento dell’impatto reale: la Federazione delle industrie tedesche (DIHK) ha parlato apertamente di “segnale sbagliato” inviato al resto del mondo.
La Francia, principale promotrice della linea più assertiva e decisa, ha accolto la proposta come un primo passo importante e concreto, ma ha già chiarito che non si accontenterà: nei prossimi negoziati con Parlamento europeo e Consiglio intende spingere per rafforzare ulteriormente i criteri, estendere le coperture e rendere le quote più stringenti. Oltre alla preferenza negli acquisti e negli incentivi pubblici, l’IAA introduce misure complementari per rendere l’Europa più attraente agli investimenti produttivi: accelerazione drastica delle procedure burocratiche per la costruzione o l’espansione di fabbriche, con l’istituzione di “zone di industrializzazione prioritarie” dotate di permessi rapidi, infrastrutture condivise e processi digitali semplificati.
Investimenti esteri e Foreign subsidies fanno riferimento alla Cina?
Inoltre, il testo impone condizioni rigorose agli investimenti esteri diretti in settori chiave: quote minime di occupazione europea (almeno il 50%), attività di ricerca e sviluppo condotte localmente e, in certi casi, obblighi di trasferimento tecnologico o joint venture con partner UE. La Cina appare chiaramente nel mirino, anche se mai nominata esplicitamente, attraverso criteri che puntano a limitare acquisizioni o insediamenti che possano creare dipendenze strategiche.Il dossier entra ora nella fase più delicata e decisiva: il negoziato ordinario tra Parlamento europeo e Consiglio, che potrebbe durare mesi e portare a modifiche sostanziali. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se questa nuova architettura “Made in Europe” riuscirà a tradursi in una vera inversione di tendenza industriale, capace di reggere il confronto con il protezionismo aggressivo degli Stati Uniti e con il dumping cinese, oppure se le inevitabili mediazioni la renderanno troppo diluita per produrre effetti concreti. Per molti osservatori e analisti, tuttavia, il segnale politico è già fortissimo: l’Europa ha scelto di non subire più passivamente la globalizzazione asimmetrica e ha deciso di giocarsi attivamente la partita della propria sovranità industriale, della competitività a lungo termine e di una transizione verde che non lasci indietro fabbriche e lavoratori. Ma a questo punto una domanda è d’obbligo: Con l’IAA, Bruxelles accelera davvero?
Analisi di impatto dell’IAA
L’Industrial Accelerator Act somiglia a un centometrista che, invece di allenarsi a correre i 100 metri in apnea, cioè a sviluppare polmoni e tecnica per reggere lo sforzo estremo, passa le giornate a studiare come fare lo sgambetto al vicino di corsia. È una critica tagliente, lo capisco, ma forse è l’unica che centra il problema di fondo della proposta presentata il 4 marzo 2026 da Stéphane Séjourné: un testo che si proclama rivoluzionario ma resta prigioniero di categorie ottocentesche sul rapporto tra capitale e lavoro, tra territorio e produzione.
L’idea centrale dell’IAA è semplice e antica, forse superata. Usare il denaro pubblico (appalti, sussidi, fondi NextGenerationEU residuali) per obbligare una quota di componenti e prodotti a essere “Made in EU”. Nel settore auto elettrico, per esempio, il 70% dei pezzi non-batteria dovrà essere europeo; nel cemento e nell’alluminio si chiedono percentuali minime a basse emissioni, preferibilmente locali. Sembra una risposta logica alla Cina che inonda il mercato di vetture a 20.000 euro. Ma è proprio qui che la metafora del centometrista diventa illuminante. Invece di investire massicciamente in ricerca per batterie allo stato solido, software di guida autonoma di quarta generazione o materiali leggeri stampati in 3D, l’Europa sceglie di alzare barriere amministrative leggere e quote protezionistiche.
Per trent’anni abbiamo accettato che le eccellenze del “Made in Italy” fossero cucite da operai cinesi a 3 euro l’ora nel Guangdong, che i componenti elettronici di una Fiat o di una Volkswagen venissero da Shenzhen, che intere filiere tessili e meccaniche migrassero in Asia per abbattere costi. Ora, con l’IAA, pretendiamo l’inverso: auto elettriche “cinesi” (per tecnologia e know-how) assemblate da operai italiani o polacchi pagati 35 euro l’ora più contributi. Ma chi pagherà il conto? Il consumatore europeo, che vedrà listini più alti, o lo Stato, che dovrà coprire il delta di costo con sussidi che finiranno per gonfiare il debito pubblico. E soprattutto, in che modo questo salva la “vecchia industria europea” che ancora produce motori termici a 3 cilindri benzina da 1.0 litro, omologati Euro 6d, con orizzonte produttivo che arriva a malapena al 2030?
Impatto sui settori industriali europei a partire da Automotive
Stellantis, Volkswagen, Renault e le loro fornitrici non stanno investendo abbastanza nei prossimi dieci anni per passare da termico a full-electric nativo. Stanno convertendo linee esistenti, spesso con batterie ancora importate dalla Cina. L’IAA offre loro una domanda protetta, ma non la tecnologia né il modello di business del futuro. È un salvagente per industrie mature, non un trampolino per industrie del 2035. Riportare la produzione in Europa è sacrosanto, ma farlo imponendo quote di origine geografica è un metodo trumpiano applicato con il guanto di velluto europeo. Trump metteva dazi del 25% sull’acciaio e del 100% sulle auto cinesi; Bruxelles usa la preferenza negli appalti pubblici. Stesso spirito, diversa forma. Il risultato rischia di essere identico: inflazione importata, ritorsioni (la Cina ha già minacciato contromisure su vino, brandy e suini europei) e, soprattutto, nessuna vera spinta all’innovazione.
Perché il vero nodo non è l’origine del lavoro, ma la produttività del capitale
L’Europa ha perso 12 punti percentuali di quota manifatturiera sul PIL dal 2000 a oggi non perché ha delocalizzato troppo, ma perché ha investito troppo poco in R&S rispetto a Stati Uniti (3,5% del PIL) e Cina (oltre il 2,4% e in crescita). Invece di un grande piano per 200 miliardi di euro in ricerca su semiconduttori di nuova generazione, idrogeno verde, riciclo batterie e intelligenza artificiale industriale, offriamo “zone di accelerazione industriale” e permessi più veloci. È cosmetica amministrativa, non politica industriale del XXI secolo. L’IAA sembra intriso di una logica novecentesca che vede il problema industriale come una questione di “capitale vs lavoro” e di “territorio vs globalizzazione”. Si torna a pensare che basti ancorare il lavoro al suolo europeo perché il capitale obbedisca. È la stessa illusione che ha portato all’acciaio protetto negli anni ’70-’80: si salvano posti di lavoro per qualche anno, ma si uccide l’incentivo a innovare.
Schumpeter, non Marx, dovrebbe essere la guida, distruzione creativa, non conservazione assistita. L’Europa deve smettere di ibridare il modello asiatico (scala + sussidi + manodopera a basso costo) con il modello europeo (regolamentazione pesante + welfare). Deve inventarne uno nuovo: alta produttività, altissima specializzazione, capitale paziente, ricerca pubblica-privata integrata, mercati interni dinamici.L’IAA non è inutile. È un segnale politico importante: dopo anni di ingenuità liberoscambista, Bruxelles ammette che il libero scambio asimmetrico con regimi autoritari ha un costo. Ma è un segnale debole, tardivo e mal calibrato. Se restasse l’unico strumento, nel 2035 avremmo auto elettriche assemblate in Europa con celle cinesi, operai europei più pagati ma meno competitivi, e un’industria che continua a rincorrere invece di dettare il passo. Il centometrista avrà imparato a fare lo sgambetto, ma avrà perso la gara.
Per vincere la sfida della sovranità digitale serve altro
Concepire l’intelligenza artificiale come infrastruttura significa smettere di guardarla come una semplice applicazione isolata per considerarla il nuovo strato fondamentale che connette individui, flussi di dati e potere decisionale in ogni ambito del vivere civile. Questa trasformazione radicale della prospettiva è necessaria perché l’IA sta rapidamente diventando l’interfaccia universale della nostra società contemporanea e, come ogni infrastruttura critica vitale, poggia su una base profonda e complessa composta da semiconduttori, cloud computing, sistemi di identità e protocolli di esecuzione. Se l’Europa si limita a sviluppare modelli di superficie ignorando sistematicamente questi strati tecnologici sottostanti, finisce inevitabilmente per costruire fragili castelli di sabbia su fondamenta proprietarie altrui, accettando una sovranità che definisco fantastica poiché rimane puramente formale e priva di reale sostanza operativa. La reale autonomia strategica non risiede affatto nella semplice localizzazione fisica dei dati o in un’interfaccia grafica accattivante, ma nel controllo effettivo dell’intero stack tecnologico, che oggi vede una pericolosa e totale integrazione verticale dei giganti extra-europei capaci di imporre standard tecnici e catturare valore economico nel lunghissimo periodo. Tale dipendenza non è soltanto una questione tecnica ma anche profondamente giuridica, poiché affidarsi cecamente a infrastrutture straniere espone le organizzazioni pubbliche e private a normative esterne e giurisdizioni extraterritoriali che possono agilmente sovrascrivere il diritto europeo e i nostri valori democratici.
Per reagire a questo scenario di marginalizzazione, l’apertura tecnologica, il software libero e gli standard condivisi devono smettere di essere visti come scelte morali per diventare strumenti strategici atti ad abbattere i monopoli e creare beni comuni digitali su cui far fiorire un ecosistema industriale locale competitivo. Occorre inoltre una coraggiosa strutturazione della domanda che orienti finalmente gli appalti pubblici verso soluzioni europee integrate, fornendo quella massa critica e quella scala dimensionale necessaria a stabilizzare le nostre imprese innovative nel turbolento mercato globale. Senza un mercato dei capitali integrato e una politica industriale coerente, le nostre eccellenze rimarranno frammentate o verranno acquisite da attori dominanti prima di poter maturare una rilevanza sistemica. Solo integrando profondamente la resilienza digitale nei processi di governance e finanziando il consolidamento delle aziende strategiche attraverso investimenti duraturi, l’Europa potrà smettere di essere una semplice importatrice netta di tecnologia d’avanguardia. La sovranità digitale è quindi un muscolo che va allenato con pazienza recuperando la capacità autonoma di scegliere, verificare, modificare e proteggere ogni singolo mattone della nostra architettura tecnica per riprendere il controllo consapevole del destino collettivo. Questo impegno richiede un allineamento senza precedenti tra visione politica, capacità finanziaria e competenza tecnica, trasformando la sfida dell’intelligenza artificiale nell’opportunità storica per ricostruire un’autonomia tecnologica europea che sia al contempo aperta, resiliente e profondamente democratica.

