La “guerra dei segnali” rappresenta l’evoluzione contemporanea della censura digitale, un salto di qualità che sposta il conflitto dal piano del software a quello delle frequenze usate dai satelliti in orbita bassa. Se in passato il controllo dell’informazione passava per il blocco di indirizzi IP o la chiusura di domini web, oggi la sfida si gioca sulla capacità di rendere inutilizzabile l’hardware di ricezione agendo sull’ambiente circostante. Questo fenomeno si manifesta principalmente attraverso due tecniche di disturbo elettronico: il jamming e lo spoofing, che mirano a neutralizzare i sistemi di comunicazione satellitare non abbattendoli fisicamente, ma rendendoli “ciechi”.

Il funzionamento tecnico di una rete satellitare moderna si basa su un allineamento millimetrico. Un terminale a terra deve puntare il proprio fascio verso un satellite che si muove a velocità ipersoniche. Per farlo, l’antenna ha bisogno di due informazioni fondamentali: dove si trova il satellite e dove si trova essa stessa. Quest’ultima informazione viene quasi sempre ottenuta tramite i sistemi di posizionamento globale (il piu’ noto è l’americano GPS). La censura moderna ha compreso che interrompere il flusso dei dati internet è difficile e dispendioso, mentre corrompere il segnale di posizionamento è un’operazione chirurgica ed estremamente efficace.

Attraverso lo spoofing, un utente malevolo o un’autorità censoria inonda un’area urbana con falsi segnali di geolocalizzazione. Il terminale a terra, ricevendo coordinate errate o contrastanti, entra in uno stato di instabilità tecnica. Non sapendo più con certezza la propria posizione, l’antenna non riesce a calcolare l’angolo di puntamento verso il cielo e inizia a “cercare” il satellite nel punto sbagliato. Il risultato è una perdita di pacchetti dati che può variare dal trenta all’ottanta per cento, fino alla completa disconnessione dell’apparecchio. In questo scenario, l’infrastruttura di comunicazione è perfettamente integra, ma è l’incapacità dell’hardware di orientarsi a decretarne il fallimento della connessione.

L’escalation tecnica prevede anche l’impiego di droni dotati di jammer, capaci di creare una “cupola” di disturbo a quote elevate. Questa strategia permette di neutralizzare la connettività su intere regioni senza dover intervenire sui singoli dispositivi. È una forma di censura ambientale: lo spazio aereo viene saturato di rumore elettromagnetico, rendendo il segnale legittimo indistinguibile dal disturbo di fondo.

Tuttavia, a ogni azione corrisponde una contromisura tecnica. La risposta alla censura dei segnali si sta spostando verso l’autonomia dei dispositivi. Alcuni sistemi avanzati permettono ora di attivare il posizionamento “nativo”, ovvero la capacità del terminale di localizzarsi utilizzando esclusivamente la telemetria dei satelliti della propria costellazione, ignorando i segnali GPS esterni che potrebbero essere manipolati. A questo si aggiungono modifiche fisiche all’hardware, come la schermatura delle antenne o l’interramento parziale dei dispositivi per proteggerli dalle interferenze orizzontali provenienti da terra.

Ci siamo: la guerra dei segnali trasforma la rete in un campo di battaglia invisibile dove la competenza tecnica è l’unica difesa. La censura non è più un atto burocratico, ma una sfida ingegneristica. In questo contesto, la stabilità di una connessione non dipende più solo dalla qualità del fornitore, ma dalla stabilità geopolitica e dalla capacità del sistema di distinguere la verità del segnale dalla interferenza delle azioni cyber ambientali. La resilienza digitale, dunque, non si misura più sulla larghezza di banda, ma sulla capacità di mantenere l’orientamento in un ambiente elettromagnetico ostile.

E’ chiaro che un Paese dove la sicurezza dipende dalla “benevolenza” del fornitore (ad esempio Musk) o dalla capacità di un avversario di disturbare il segnale GPS deve porsi degli interrogativi. Se non abbiamo rapidamente a disposizione un’alternativa nazionale o europea, restiamo spettatori di uno scontro tra titani tecnologici sulla nostra testa.

E’ quindi da accogliere con entusiasmo la notizia che Eutelsat ha ordinato ad Airbus altri 340 satelliti per la costellazione OneWeb in orbita bassa, dopo i 100 acquistati a dicembre 2024, per un totale di 440. L’obiettivo è garantire la continuità del servizio, sostituendo gradualmente i primi satelliti che stanno terminando la loro vita utile. Questi satelliti di nuova generazione potranno ospitare payload aggiuntivi per servizi di osservazione Terra, intelligence o scopi militari/scientifici. Eutelsat va ricordato è l’ unico operatore LEO europeo che ambisce a entrare nel mercato dominato da Starlink, è in trattative avanzate con circa dieci potenziali clienti per condividere costi e capacità.

Nel frattempo fioriscono casi in cui politica e industria vanno a braccetto per gli usi militari della tecnologia di collegamento satellitare: Trump e Musk ad esempio si sono riuniti per dare internet ai manifestanti iraniani contro il regime. Starlink sembra essere già attivo gratis, ma il jamming continua. La situazione resta tesa: proteste in corso, repressione brutale, rischio escalation. Il presidente USA Donald Trump ha dichiarato domenica (11 o 12 gennaio 2026) ai giornalisti sull’Air Force One che il governo americano sta valutando di collaborare con Elon Musk per superare il blackout internet imposto dal regime iraniano durante le proteste antigovernative scoppiate a fine dicembre 2025.Trump ha detto: “Potremmo far funzionare Internet, se possibile. Potremmo parlare con Elon, perché è molto bravo in questo, ha un’ottima azienda. Lo chiamerò non appena finito con voi”. Si tratta di un riavvicinamento tra i due dopo tensioni passate (crollo a giugno 2025, poi superate con cene e alleanze).Il blackout è durato giorni: dal 8-9 gennaio 2026 l’Iran ha spento quasi tutto internet e telefoni, bloccando comunicazioni per soffocare le proteste (motivate da crisi economica, inflazione e repressione).

Ovviamente Jeff Bezos non sta a guardare. Anche lui è impegnato nel satellitare. Blue Origin, l’azienda spaziale di Amazon, sta sfidando SpaceX con una sua rete di satelliti ad alte prestazioni chiamata TeraWave. L’azienda ha annunciato che costruirà questa costellazione con 5.408 satelliti e prevede di iniziare a lanciarli alla fine del 2027, nel quarto trimestre. A differenza di Starlink di Elon Musk, che porta internet anche alle persone normali, TeraWave è pensata soprattutto per clienti governativi, grandi data center e aziende che hanno bisogno di connessioni molto potenti e veloci. Per Bezos questo è il secondo progetto importante in orbita. Parallelamente sta portando avanti anche la rete Leo (che prima si chiamava Project Kuiper), destinata a fornire internet a privati e aziende con circa 3.200 satelliti. Al momento però Musk è molto più avanti: SpaceX ha già messo in orbita circa 10.000 satelliti in orbita bassa, vicinissimi alla Terra, e questo permette a Starlink di offrire connessioni più rapide rispetto ai vecchi satelliti che stanno molto più in alto.