(Pagina in aggiornamento costante)
Immagina un mondo in cui i tuoi occhi non sono più un testimone attendibile della realtà: un video iper-realistico può mostrare eventi mai accaduti con una precisione tale da ingannare anche l’osservatore più attento. Questa è la nuova frontiera dei deepfake, contenuti sintetici creati dall’intelligenza artificiale che fondono finzione e verità in un abbraccio indistinguibile. Non si tratta più solo di semplici filtri divertenti sui social, ma di una tecnologia potentissima capace di influenzare opinioni, mercati e persino la sicurezza globale. In questo scenario, la sfida non è solo tecnologica, ma profondamente umana: dobbiamo imparare a navigare in un oceano digitale dove il “vedere per credere” è diventato un concetto pericolosamente superato.
L’intervento di Donald Trump del 15 e 16 marzo 2026 ha squarciato il velo su una realtà che gli esperti di geopolitica monitoravano da tempo: la trasformazione del conflitto cinetico in una guerra cognitiva totale, dove il codice informatico è letale quanto i missili. Al centro della disputa tra Stati Uniti, Israele e Iran non ci sono solo i droni o le portaerei, ma la capacità dell’Intelligenza Artificiale di fabbricare una realtà parallela capace di alterare il corso della storia.
Sotto altri profili, l’Unione Europea si trova a un bivio storico nella regolamentazione delle tecnologie emergenti. L’11 marzo 2026 segna una tappa fondamentale in questo percorso: il Consiglio dell’UE ha presentato una posizione decisa per integrare l’AI Act con nuove restrizioni riguardanti la generazione di contenuti visivi sintetici. Al centro del dibattito ci sono i deepfake a sfondo sessuale e la protezione dei minori, temi che sollevano questioni etiche, tecniche e giuridiche senza precedenti.
Sommario
Come ha agito l’Italia contro i deepfake
L’art. 612-quater c.p., introdotto dall’art. 26, comma 1, lettera c) della Legge 132/2025, così recita:
«Chiunque cagiona un danno ingiusto ad una persona, cedendo, pubblicando o altrimenti diffondendo, senza il suo consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale e idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio ovvero se è commesso nei confronti di persona incapace, per età o per infermità, o di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate».
Oggi con l’IA chiunque può creare in pochi minuti deepfake ultra-realistici (video, audio o immagini) di persone che dicono o fanno cose mai accadute, senza bisogno di competenze tecniche.Per contrastare questo fenomeno, l’Italia ha introdotto con la Legge 132/2025 il nuovo reato art. 612-quater c.p. (diffusione illecita di contenuti generati o alterati con IA). La Legge punisce:
- Chi diffonde (anche in chat private) immagini, video o voci falsificati con IA
- Senza consenso della persona
- Che siano credibili (idonei a ingannare)
- E causino un danno ingiusto (reputazionale, morale, ecc.)
Pena: reclusione da 1 a 5 anni.
Procedibile a querela, ma d’ufficio se coinvolge minori/incapaci, pubblici ufficiali o è collegato ad altri reati gravi. Si affianca al revenge porn (art. 612-ter) e introduce un’aggravante generale per l’uso di IA in qualsiasi reato. La norma tutela la dignità e l’identità digitale della persona, inserendosi nel quadro europeo dell’AI Act (che impone obblighi di trasparenza sui deepfake). Dunque è un primo argine penale necessario, ma non risolutivo. Il vero problema resta sistemico (velocità di diffusione, alfabetizzazione digitale, strumenti di rilevamento). Il diritto arriva, purtroppo sempre dopo il danno.
Il cuore della proposta: Il divieto sui deepfake non consensuali
Il tema più urgente in Europa riguarda la diffusione dei cosiddetti NCII (Non-Consensual Intimate Imagery), ovvero immagini sessuali create artificialmente senza il consenso dei soggetti ritratti. Questa tecnologia, inizialmente confinata a nicchie del web, è diventata uno strumento di abuso sistematico, utilizzato per il bullismo, l’estorsione e la violazione della dignità personale.
Il Consiglio dell’UE intende vietare i sistemi di IA generativa esplicitamente “in grado di” produrre tali contenuti, insieme al materiale pedopornografico generato sinteticamente (CSAM). La novità risiede nel tentativo di colpire non solo chi diffonde il materiale, ma direttamente gli strumenti tecnologici che ne permettono la creazione su larga scala. Uno dei nodi più intricati emersi nei negoziati riguarda la definizione tecnica di “capacità” di un sistema. In informatica, la distinzione tra un sistema “benevolo” e uno “malevolo” è spesso sottile. Un’intelligenza artificiale progettata per il fotoritocco professionale, la moda o l’arte digitale possiede, per sua natura, la capacità tecnica di manipolare i pixel e generare corpi umani.
Il rischio evidenziato da diversi esperti e autorità di controllo è che una formulazione troppo generica possa portare a un blocco tecnologico involontario. Se la legge vietasse ogni software che ha la potenzialità teorica di creare un deepfake, gran parte dell’industria creativa digitale europea potrebbe trovarsi in una zona grigia di illegalità. Per questo motivo, il dibattito attuale si sta concentrando sull’implementazione di “garanzie tecniche” — come filtri algoritmici e filigrane digitali (watermarking) — che i fornitori devono inserire nei loro sistemi per renderli sicuri senza comprometterne l’utilità legittima.
Sorveglianza e poteri: Chi controlla l’IA?
Oltre ai contenuti visivi, la proposta del Consiglio tocca il tema della governance. La Commissione Europea aveva inizialmente proposto di centralizzare il controllo attraverso un “Ufficio per l’IA” con ampi poteri di supervisione. Tuttavia, gli Stati membri stanno spingendo per una visione più decentrata.
Il Consiglio propone di esentare dagli obblighi più severi previsti per le “IA ad alto rischio” quei sistemi che sono già regolamentati da normative settoriali specifiche. Parliamo di settori strategici come:
- Infrastrutture critiche (energia, trasporti);
- Settore bancario e finanziario;
- Forze dell’ordine e sistema giudiziario.
L’idea è che questi ambiti abbiano già protocolli di sicurezza consolidati e che un’ulteriore sovrapposizione burocratica potrebbe rallentare l’efficienza dei servizi pubblici e la competitività delle imprese europee.
Il dilemma della trasparenza: Il database europeo
Un altro tema di scontro riguarda la creazione di una banca dati centrale dell’UE per i sistemi di IA ad alto rischio. Mentre la Commissione mirava a una trasparenza quasi totale per permettere ai cittadini di sapere quali algoritmi influenzano la loro vita, il Consiglio sta cercando di ridimensionare questa richiesta.
La preoccupazione è duplice: da un lato, evitare che troppe informazioni sensibili finiscano in un database pubblico, mettendo a rischio il segreto industriale e la proprietà intellettuale delle aziende europee; dall’altro, ridurre gli oneri amministrativi per le startup che, altrimenti, dedicherebbero più tempo alla compilazione di moduli che alla ricerca e sviluppo. Il percorso legislativo è ora entrato nella sua fase più delicata. La posizione del Consiglio dovrà essere armonizzata con quella del Parlamento Europeo e della Commissione nei cosiddetti “triloghi”.
L’obiettivo finale è ambizioso: creare il primo quadro normativo al mondo che garantisca che l’intelligenza artificiale sia antropocentrica — ovvero al servizio dell’uomo — senza però trasformare l’Europa in un “deserto digitale” dove l’innovazione è soffocata da regole troppo rigide.
Il successo di questa operazione dipenderà dalla capacità dei legislatori di definire criteri chiari e proporzionati. Non basta vietare ciò che è dannoso; bisogna farlo in un modo che permetta alla tecnologia “sana” di prosperare, proteggendo al contempo le vittime di abusi digitali con strumenti legali moderni ed efficaci.
L’AI come Arma di Inganno di Massa
Le accuse di Trump all’Iran delineano l’ascesa dei contenuti sintetici come strumenti di “maskirovka” (inganno militare) digitale. Se storicamente la propaganda richiedeva sforzi logistici immensi — attori, scenografie, montaggi complessi — l’AI generativa del 2026 permette di produrre prove visive di vittorie militari inesistenti in pochi secondi.
Il caso della portaerei USS Abraham Lincoln citato da Trump è emblematico. Vedere una nave simbolo del potere americano avvolta dalle fiamme in un video iper-realistico non è solo un “falso”: è un attacco psicologico. Questi contenuti colpiscono il morale dei soldati, generano panico nei mercati finanziari e possono spingere i governi a decisioni affrettate per placare un’opinione pubblica terrorizzata da immagini che sembrano inconfutabili.
La Tecnologia del 2026: Il Salto di Qualità
Rispetto ai primi esperimenti del 2023, i deepfake del 2026 hanno raggiunto una soglia di verosimiglianza critica. Strumenti evoluti (simili a versioni militari di Sora o Runway) gestiscono ora:
- Coerenza fisica: I riflessi dell’acqua, il fumo e le luci sono fisicamente corretti, rendendo obsoleti i vecchi metodi di analisi forense visiva.
- Audio Biometrico: La sincronizzazione labiale e il tono della voce dei leader (come il Supremo Leader Khamenei o lo stesso Trump) sono indistinguibili dall’originale.
- Velocità di Reazione: La propaganda può essere generata in “quasi tempo reale” per rispondere a un evento bellico effettivo, saturando lo spazio informativo prima che arrivino i giornalisti sul campo.
La “Nebbia della Guerra” Digitalizzata
Il concetto clauswitziano di “fog of war” (nebbia della guerra) viene amplificato dall’AI. Trump ha sottolineato come le folle oceaniche pro-Khamenei servano a proiettare un’immagine di stabilità interna che potrebbe non corrispondere alla realtà.
In questo scenario, l’obiettivo dell’attaccante non è solo convincere della propria forza, ma erodere il concetto stesso di verità. Se ogni video di una base americana colpita può essere un deepfake, allora anche i video reali di crimini di guerra o successi tattici vengono accolti con scetticismo. È il paradosso del bugiardo: in un mare di falsi, la verità diventa invisibile.
Un Campo di Battaglia Sistemico
Sebbene Trump si sia focalizzato sull’Iran come “aggressore digitale”, i fact-checker di testate come BBC Verify e AFP confermano che il fenomeno è multilaterale.
- Attori statali: Agenzie di intelligence di tutte le fazioni usano l’AI per operazioni psicologiche (PsyOps).
- Account anonimi e bot: Reti automatizzate su X e Telegram amplificano i contenuti emotivi per massimizzare l’engagement, spesso spinti da algoritmi che premiano il sensazionalismo.
- Erosione della fiducia: Il cittadino comune, bombardato da immagini di esplosioni nucleari simulate o ambasciate distrutte, finisce per ritirarsi in uno stato di apatia informativa o di radicalizzazione estrema.
Verso una Nuova Difesa Informativa
La dichiarazione di Trump — “L’intelligenza artificiale può essere molto pericolosa, dobbiamo stare molto attenti” — riflette una consapevolezza necessaria. La sicurezza nazionale nel 2026 non passa più solo per i sistemi di difesa aerea (Iron Dome), ma richiede una “Iron Dome Informativa”.
Le sfide che attendono la comunità internazionale includono:
- Watermarking obbligatorio: Inserire firme digitali indelebili nei contenuti generati da AI.
- Alfabetizzazione digitale: Educare il pubblico a non reagire d’impulso a immagini iper-emotive.
- Diplomazia algoritmica: Trattati internazionali per limitare l’uso dell’AI nella disinformazione bellica, similmente a quanto fatto per le armi chimiche.
La guerra del 2026 ci insegna che chi controlla il pixel controlla la percezione, e chi controlla la percezione può vincere una guerra senza sparare un solo colpo reale, ma lasciando cicatrici profonde nella stabilità del mondo.
