Sulle colonne de Il Foglio, Mario Monti ha sancito la fine di un’epoca: il 2025 è stato l’anno dell’amaro risveglio per l’Europa. Secondo il senatore a vita, il 2026 dovrà essere l’anno della ridefinizione del posizionamento, un esercizio di equilibrismo tra la speranza di riavvicinamento agli Stati Uniti di Trump e la difesa strenua di quei bricioli di sovranità costruiti nel campo della moneta, del mercato e del digitale.
Ma c’è un dettaglio, in questo appello accorato, che non può passare inosservato a chi come me legge le dinamiche del potere tecnologico con occhio critico. Monti, come molti altri attori della politica continentale, evita sistematicamente di nominare l’Unione Europea, preferendo il termine più rassicurante e meno vincolante di “Europa”. Non è un banale vezzo stilistico; è il sintomo di una crisi d’identità profonda. L’Europa è un’idea, una speranza, un perimetro geografico; l’Unione Europea è, o dovrebbe essere, il soggetto politico capace di agire. E l’UE, oggi, sembra aver rinunciato ad agire, limitandosi a reagire – spesso male – alle scosse di un mondo che ha smesso di aspettarla.
Sommario
Le Pressioni Disgreganti: Il peso dell’innovazione “degli altri”
La vera sfida del 2026 non è solo negoziare con Washington o Pechino, ma tenere unita un’Unione che le pressioni esterne stanno letteralmente sfilacciando. La mia analisi su quel che resta del 2025 ci consegna un quadro di forze disgreganti che operano su tre livelli: tecnico, economico e normativo.
Al primo livello, la tecnologia. Monti chiede di non cedere sulla sovranità digitale. Ma come si può difendere una sovranità che non ha basi materiali e nemmeno l’intenzione di agire per cambiare le cose? Mentre Bruxelles si loda da sola per l’AI Act, il mercato viene travolto dall’IA Agentica. Strumenti come “Rufus” e “Buy for me” di Amazon, o l’integrazione totale tra Microsoft e OpenAI, non sono solo prodotti: sono le nuove infrastrutture che generano i servizi del quotidiano. Se l’Unione non possiede queste tecnologie, la sua sovranità è puramente letteraria. La pressione disgregante qui nasce dal fatto che i singoli Stati, stanchi di aspettare una “terza via” europea che non arriva mai, firmano patti bilaterali con i giganti americani. La Francia con il bollino SecNumCloud che “sdogana” Google-S3NS ne è l’emblema: si salva il perimetro nazionale sacrificando la coesione comunitaria.
Il Fallimento del Multilateralismo e la Scossa Cinese
Il secondo livello è quello economico-geopolitico. Monti invoca un coordinamento con i paesi che credono nello “stato di diritto” e nella “distinzione tra interessi privati e pubblico”. È un auspicio nobile che però ignora la realtà degli investimenti circolari. Quando Microsoft investe in OpenAI affinché OpenAI compri il cloud di Azure, il confine tra mercato e monopolio svanisce. Quando il Pentagono integra gli hyperscaler nelle proprie strutture di difesa, la distinzione tra pubblico e privato evapora.
In questo scenario, la scossa arrivata dalla Cina con DeepSeek R1 ha dimostrato nel 2025 che il multilateralismo basato sulle vecchie regole del WTO è morto il giorno in cui Deepseek ha risposto al nostro Garante Privacy che non lo riconosce, che non opera in Italia, che non è soggetto alla sua giurisdizione. Pechino ha dimostrato che si può creare innovazione di altissimo livello con una frazione dei costi occidentali, mandando in crisi le valutazioni di Wall Street e mettendo a nudo la fragilità di un’Europa che non ha né la forza bruta dei capitali americani, né l’efficienza algoritmica cinese. L’UE rischia di disgregarsi anche perché alcuni suoi membri guarderanno a Oriente per attrarre investimenti in settori strategici a cominciare dall’automotive, lasciando Bruxelles a regolare un deserto produttivo che non abbiamo ancora ben compreso.
Il Paradosso della Micro-gestione Italiana
Mentre il mondo si scontra su questi livelli, l’Italia – lo abbiamo visto – si rifugia nella micro-gestione. I 150 milioni di euro in voucher cloud e cybersicurezza per le PMI sono il simbolo di una nazione che prova a curare una polmonite con un cerotto. È un orgoglio tutto italiano quello di aver emanato la prima legge nazionale sull’AI, o la prima strategia sullo Spazio e sul Quantum. Ma queste sono spesso “speranze” che rimangono chiuse nei cassetti ministeriali se non trovano una massa critica europea, non solamente nazionale.
La pressione disgregante qui è interna: il centralismo del Polo Strategico Nazionale che ha provato a lasciare indietro le in-house territoriali ed i cloud provider italiani, ha creato una frattura tra lo Stato centrale e le competenze locali. Se non riusciamo a tenere unita l’architettura digitale di casa nostra, come possiamo sperare di tenere unita l’Unione Europea di fronte alla furia dei dazi di Trump?
Il Bivio tra Sovranità Politica o Sudditanza Tecnica
Il 2026 sarà l’anno in cui l’Unione Europea dovrà decidere se esistere o se dissolversi nell’astrazione geografica dell’Europa. Il provvedimento atteso, il CADA (Cloud and AI Development Act), sarà il banco di prova. Se sarà l’ennesima norma punitiva per i provider locali e un tappeto rosso steso per i gatekeeper mascherati da partner, allora il sipario potrà davvero calare.
Monti spera in un riavvicinamento agli Stati Uniti senza cedere sovranità. Ma la sovranità si costruisce nelle fabbriche di semiconduttori, nelle nostre PMI del Cloud italiano, nei centri di ricerca come il Politecnico di Torino e nelle in-house che gestiscono i dati dei cittadini, non nei preamboli dei trattati. La sfida è tenere unita l’Unione fornendo alle sue imprese e ai suoi cittadini una ragione tecnica per restare europei. Senza questa ragione, le spinte disgreganti – i dazi, la superiorità russa nel cyber-warfare, l’efficienza cinese, il protezionismo agentico americano – avranno la meglio.

