Il paradosso di quelli che io chiamo “orfani del Green Deal” rappresenta oggi una delle più grandi incognite per il futuro industriale dell’Europa, richiamando per certi versi la stagione dei virologi durante l’emergenza pandemica. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a figure che incarnano una verità scientifica scomoda, spesso messe da parte quando la politica decide che l’urgenza è passata o che il costo del consenso è diventato troppo alto. Eppure, proprio come i virologi rimanevano essenziali per interpretare i colpi di coda del virus, i climatologi e gli esperti della transizione oggi sono i soli capaci di mappare il disastro strategico di una marcia indietro collettiva.
La narrazione che vede il Green Deal come un peso ideologico è, alla prova dei fatti, un’illusione ottica che ci condanna a una condizione di perenne ritardo. Interrompere il piano ritenuto troppo ideologico, non significa affatto tornare a un passato confortevole e a basso costo, ma scivolare in una trappola di inefficienza. Il rischio concreto è quello di trasformarci in una nazione di consumatori passivi, costretti a comprare da Paesi Extraeuropei quelle tecnologie di innovazione verde che avremmo potuto produrre in casa. Mentre l’Europa tentenna, le grandi potenze globali non hanno smesso di correre, assorbendo quote di mercato e brevetti che domani pagheremo a caro prezzo.
Dietro questo rallentamento si muove l’azione silenziosa ma pervasiva dei gruppi di pressione, capaci di influenzare la velocità e la direzione delle riforme legislative. Le lobby dei settori industriali legati alle fonti fossili o alle tecnologie tradizionali operano spesso lontano dai riflettori, utilizzando una strategia di monitoraggio costante per depotenziare le normative ambientali più ambiziose. Non si tratta necessariamente di un’opposizione frontale, quanto di un lavoro di erosione che trasforma i grandi obiettivi della sostenibilità in una serie di deroghe ed emendamenti tecnici. Questa capacità di modellare la legge a propria immagine finisce per soffocare l’innovazione emergente, proteggendo rendite di posizione che ci rendono tecnologicamente arretrati rispetto ai competitor internazionali.
Siamo, in questo senso, dei “ripetenti” della strategia digitale e ambientale: rinunciamo ai benefici economici della sostenibilità, in termini di efficienza energetica e nuove filiere industriali, ma restiamo pienamente esposti agli effetti devastanti del cambiamento climatico. Senza i “climatologi di Prévert”, voci poetiche ma tragicamente ancorate ai dati, perderemmo l’ultima bussola per quantificare il costo dell’inazione. Questi esperti ci ricordano che il clima non negozia con i cicli elettorali e che l’indipendenza nazionale si costruisce solo se siamo capaci di dominare l’innovazione, anziché subirla come un debito perpetuo verso i campioni tecnologici d’oltreoceano o d’Oriente.
