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Perchè Londra sforna talenti ma non decolla l’intelligenza artificiale

Siamo tutti imbarazzati di quanto sta accadendo a Londra, una fucina di talenti di intelligenza artificiale che però vengono assorbiti da altri mercati. Si, perchè sul futuro dell’intelligenza artificiale, la Gran Bretagna si è mossa a lungo con la sicurezza di chi ritiene di avere le carte migliori da giocare. I dati macroeconomici, d’altronde, sembrano darle ragione, con oltre 14,5 miliardi di dollari in capitale di rischio raccolti dalle startup britanniche dall’inizio dell’anno e ben 33 unicorni all’attivo, più di Francia, Germania e Paesi Bassi messi insieme. Italia non pervenuta, come al solito.

La Gran Bretagna post-Brexit vanta capitali e startup, ma non decolla l’intelligenza artificiale e sbatte contro il muro del mercato unico europeo. Questo rivela il grande bluff della fuga da Bruxelles. Cosa è cambiato?

La deregulation IA inglese: un falso a cui tutti hanno creduto

Si diceva che la UE ha rallentato su IA per colpa delle regole di Bruxelles. Quali regole stanno bloccando Londra post Brexit? Questo dobbiamo chiederci. Londra è fuori dall’Unione. Da tempo.Teoricamente non è soggetta all’AI Act. Dunque il nodo della questione non è regolatorio ma strategico, ed è qui che l’analisi si fa decisamente stringente. Sulla carta, l’affrancamento di Londra dai vincoli di Bruxelles avrebbe dovuto garantire una corsia preferenziale per l’innovazione. La realtà, tuttavia, sta dimostrando il contrario.

«Leggo che il Regno Unito non essendo soggetto all’AI Act, avrebbe potuto approfittarne. Ma approfittare di cosa? I progetti che ha proposto non sono mai decollati.»

Cosa si evince da questo? Si evince uno scarto tra gli annunci politici e la realtà industriale. Cosa a cui siamo ben abituati ma non tanto da rimanere indifferenti. La deregulation, da sola, non genera innovazione se non è supportata da una capacità di esecuzione che finora è mancata. I grandi piani strategici di Londra, come le tanto pubblicizzate “zone di crescita dell’IA” destinate alla rapida costruzione di data center, sono rimasti di fatto impantanati nella burocrazia interna e paralizzati da una rete elettrica nazionale inadeguata. Al netto, ancora una volta, dei grandi annunci.

Il Guardian si era già espresso sugli investimenti fantasma sull’intelligenza artificiale in Inghlterra.

Ma c’è un secondo fattore, di natura strettamente commerciale e geografica che concorre alla definizionel del quadro. Si tratta dell’effetto centripeto ben noto agli economisti, ovvero il Bruxelles-effect l’effetto Bruxelles. Qualsiasi azienda di intelligenza artificiale basata a Londra che abbia l’ambizione di scalare a livello globale non può prescindere dal mercato della vicina Unione Europea.

Di conseguenza, per vendere i propri prodotti a oltre 440 milioni di consumatori, le startup britanniche devono comunque conformarsi, nei fatti, ai rigidi standard dell’AI Act europeo. Esattamente come le aziende americane che hanno prima avversato con tutte le forze la regolazione europea salvo poi adempiere. Si poteva fare dunque. Le corporation americane l’hanno dimostrato.

Di conseguenza, l’autonomia legislativa del Regno Unito si sta traducendo nei fatti in un mero isolamento regolatorio, le aziende inglesi si trovano a dover sostenere i costi di conformità europei senza avere più alcuna voce in capitolo nella definizione di quelle regole. Lo denuncia anche l’Economist e sono molto d’accordo con questa impostazione. La Brexit non ha portato vantaggio alcuno al Regno Unito. Anzi. Potrebbe aver danneggiato le imprese innovative.

La Brexit ha danneggiato le imprese innovative

A confermare questa lettura sono le stesse imprese sul campo come riferisce The Economist. Da Synthesia, uno dei fiori all’occhiello dell’IA generativa britannica, ammettono che la Brexit ha reso le cose «più difficili, non più facili», citando l’esplosione dei costi dei visti e il blocco nel reclutamento dei talenti continentali. Una carenza di organico strutturale che sta spingendo le eccellenze londinesi ad aprire uffici nell’Europa continentale, vanificando gli sforzi del governo. Penso che l’analisi di Synthesia colga nel segno il valore dello stare insieme e l’irrilevanza dei singoli Stati nella competizione sull’Intelligenza Artificiale.

La Gran Bretagna, lo sappiamo, resta una fucina straordinaria di scienziati e accademici ma sconta l’incapacità di trasformare questo primato scientifico in sovranità digitale e infrastrutturale. I talenti europei scappano, quelli di Londra post brexit, anche.

Senza una profonda riforma del sistema di pianificazione energetica e in assenza di un mercato interno autosufficiente, l’illusione di poter “approfittare” della distanza da Bruxelles rischia di confinare il Regno Unito nel ruolo di un hub di talento a servizio di mercati e normative decisi altrove. Ora è semplice guardare cosa succede in casa di altri. Ma dovremmo ripetere la stessa analisi con l’Italia, ferma al palo per adozione dell’IA nelle imprese e per sviluppo di sistemi IA adeguati a sostenere la nostra industria.

Anche in Italia ovviamente gli annunci si sprecano, le strategie sono ambiziose. Ci perdiamo però nell’execution e non sembra però un tema al centro del dibattito. Le coseguenze di breve periodo andranno a rafforzare le nostre dipendenze da fornitori esteri. In un quadro dove le tecnologie sono dual use, la dipendenza tecnologica e digitale avrà diretti impatti sulla nostra capacità di difesa. L’Unione Europea nasce proprio dall’esigenza di trovare una matrice comune, anche commerciale, tra gli Stati Membri, per superare il pericolo di ritorno di conflitti. Il sistema ha funzionato finchè non è stata messa in dubbio la governance atlantica dalla crescita cinese. Sicuri segni ci dicono che il problema è noto, le soluzioni anche, a questo punto manca solo la volontà di cambiare le cose.