Se volete sentirvi male fino alle convulsioni, consiglio “PNRR La grande abbuffata” di Tito Boeri e Roberto Perotti: scoprirete di tutto.
- Enel e la povertà energetica (indovinate che è?)
- Gli iPad, le tende oscuranti in aula e i banchi a spicchi (ancora?)
- Il metaverso e eduverso a bambini di 7 anni
- Corsi farlocchi
- Nessuna rendicontazione degna
- Personale della PA, commissioni d’esame farlocche non remunerate
- Concorsi senza orali, stabilizzazioni precari anziani
- Nel processo la metà degli assunti si è licenziato (riforma giustizia?)
- Spesa corrente dopo il 2026
- Progetti abortiti e differenze sismabonus ecobonus
- Ferrovie su progetti preesistenti
- Software comuni senza CAD, riuso e tanto altro.
Un’analisi impietosa che fa arrabbiare, ma apre gli occhi sui vizi d’origine del Piano di ripresa e resilienza. Obbligatorio per capire dove finiscono i nostri soldi (e debiti) ma consiglio di leggere con calmanti a portata di mano.
Focus 2026 sul capitolo Digitalizzazione del PNRR italiano
Siamo quasi giunti al termine del PNRR. La tendenza a trasfigurare un fallimento sistemico in un semplice “intoppo di percorso” rappresenta oggi una delle strategie comunicative più sofisticate e capillari della politica contemporanea. Quando osserviamo la gestione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nel delicato biennio tra il 2025 e il 2026, ci troviamo di fronte a un fenomeno che supera la semplice propaganda elettorale per sfociare in una vera e propria architettura dell’illusione collettiva.
Ammettere che l’Italia abbia sostanzialmente sprecato la cifra astronomica di quasi duecento miliardi di euro, di cui una parte enorme destinata alla transizione digitale, equivarrebbe a una dichiarazione di fallimento dello Stato stesso, un’eventualità che nessuna forza politica può permettersi di avallare senza subire conseguenze devastanti sul piano del consenso e della credibilità internazionale.
Il primo pilastro di questa operazione di maquillage istituzionale risiede nella necessità di preservare l’immagine dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Il Recovery Fund è stato presentato per anni come il grande patto di fiducia tra Bruxelles e Roma, un’occasione storica per colmare i divari strutturali e modernizzare una pubblica amministrazione sclerotizzata. Nel momento in cui i report indipendenti della Corte dei Conti o le analisi dell’Osservatorio Agenda Digitale evidenziano ritardi cronici, l’apparato governativo risponde con la retorica della “percentuale di obiettivi centrati”.
Si preferisce sbandierare un rassicurante settanta per cento di traguardi raggiunti, omettendo però che tali traguardi sono spesso meri passaggi burocratici, come la firma di un protocollo d’intesa o l’emanazione di un decreto, che non hanno alcun impatto tangibile sulla vita del cittadino o sull’efficienza delle imprese. Dire la verità, ovvero che la trasformazione digitale profonda è rimasta una chimera e che l’Italia naviga ancora nei bassifondi delle classifiche continentali per competenze e infrastrutture, significherebbe dare ragione ai critici più severi dell’austerità europea e indebolire radicalmente la posizione italiana nei futuri negoziati sui fondi strutturali.
Parallelamente, la trasformazione del fallimento in un “insuccesso parziale” funge da formidabile scudo contro la responsabilità politica. Se un progetto viene dichiarato fallito, l’opinione pubblica esige un colpevole, che sia un ministro, un commissario straordinario o un dirigente regionale. Se invece il medesimo progetto viene descritto come “adattato alle contingenze del mercato”, la colpa viene diluita in concause astratte e impersonali. Le continue revisioni del piano, arrivate ormai alla sesta iterazione nel corso del 2026, servono proprio a questo scopo: spostare i fondi dai settori dove l’incapacità amministrativa è palese, come la posa della fibra ottica nelle aree grigie o la digitalizzazione degli ospedali, verso misure di spesa più rapida e automatica come gli incentivi fiscali. In questo modo, i dati aggregati sulla spesa continuano a apparire positivi, permettendo ai rappresentanti governativi di parlare di un’accelerazione finale che in realtà maschera la rinuncia agli obiettivi più ambiziosi e trasformativi del piano originale.
Questo meccanismo è alimentato dalla natura stessa della rendicontazione richiesta da Bruxelles, che si concentra spasmodicamente sulla forma tralasciando la sostanza dell’impatto reale.
Il sistema dei media gioca un ruolo altrettanto cruciale in questo processo di edulcorazione della realtà. La stampa generalista, spesso dipendente dalle fonti governative per l’accesso privilegiato alle informazioni e ai dati delle dashboard ufficiali, tende a riprodurre acriticamente i toni ottimistici dei comunicati stampa. Un titolo che parla di “Italia promossa” o di “fondi messi al sicuro” è infinitamente più spendibile e meno rischioso di un’inchiesta approfondita che spieghi perché, nonostante la pioggia di miliardi, i tempi della giustizia o della burocrazia non siano diminuiti di un solo giorno. Esiste inoltre una sorta di timore reverenziale nell’etichettare il PNRR come un fallimento, poiché tale critica viene spesso bollata come disfattismo o opposizione pregiudiziale, spingendo anche i commentatori più attenti a utilizzare termini più morbidi e “equilibrati” che finiscono per fare il gioco del potere.



