Dario Denni: “La mia dentista sa operare un’ablazione del tartaro a mano, senza strumenti elettrici, con gli strumenti in acciaio dente per dente. In alcuni casi e’ stato utile, in altri necessario. Non mi ha mai detto che e’ meglio farlo a mano o che pochi sanno ancora fare l’igiene dentale in quel modo, o che farlo in altro modo e’ sbagliato o che sbaglia chi si fa rimuovere il tartaro con strumenti elettrici. Il suo valore e’ evidente, palpabile, competenza ed efficacia estreme. Penso che valga anche per il giornalista professionista, che sa ancora fare un’intervista meglio di “un ragazzo” e del “suo compagno”. Ci mancherebbe altro, direte voi. Eppure non e’ cosi scontato. Michele Serra si chieda il motivo per cui e’ costretto a rimarcare questa distanza, da Fedez, vuol dire che non e’ piu’ cosi chiara. Da un lato c’e’ la presunzione di un lavoro fatto a regola d’arte e dall’altro un lavoro di autoriparazione democratica. Nell’ozio della casta, il giornalismo muore. Sipario”.
Nell’ozio della casta, il giornalismo muore
L’immagine di una dentista che opera un’ablazione del tartaro “dente per dente”, rinunciando alla sbrigatività degli ultrasuoni per la precisione chirurgica degli strumenti manuali in acciaio, non è solo un aneddoto di buona sanità: è il manifesto di una deontologia dell’efficacia. In quel gesto antico e sapiente risiede una verità che il giornalismo contemporaneo sembra aver smarrito: il valore non si dichiara, si dimostra nel risultato. Quando la competenza è estrema, il paziente (o il lettore) la percepisce come un dato di fatto, un sollievo palpabile. Non c’è bisogno di una premessa teorica per spiegare perché quel metodo sia superiore; lo dice la pulizia profonda, la salute della gengiva, l’assenza di residui.
Michele Serra, nel suo editoriale su L’Amaca, (Repubblica, 20 Marzo 2026) compie l’errore opposto. Cercando di declassare Fedez a “ragazzo vivace” e Marra a “compagno di microfono”, tradisce un’insicurezza di casta. Se il giornalismo professionale fosse ancora quell’attrezzo d’acciaio capace di grattare via le incrostazioni del potere dente per dente, non avrebbe alcun bisogno di tracciare confini con il pennarello rosso. La necessità di ribadire una distanza è, paradossalmente, la prova che quella distanza si è annullata o, peggio, che il rapporto di forza si è invertito. Il giornalismo tradizionale in Italia corre il rischio di diventare una struttura “captive”, prigioniera di se stessa e dei propri riti. La “casta” è un club dell’ozio intellettuale che ha confuso lo status con la funzione.
- La presunzione del metodo: Il giornalista che si sente al sicuro dietro il tesserino professionale spesso dimentica che lo strumento è solo un mezzo. Se la penna non graffia e la domanda non incalza, il blasone diventa un guscio vuoto.
- L’estetica del distacco: Serra guarda dall’alto in basso il podcast “pulp” perché non ne riconosce il linguaggio, ma non si accorge che quel linguaggio è l’unico che sta ancora operando sulla realtà. Mentre il giornalismo d’opinione si avvita su se stesso in un narcisismo letterario, il podcast sporca le mani con la conversazione diretta.
Fedez, Marra e l’Autoriparazione Democratica

Ci tengo a una cosa: il concetto di autoriparazione democratica è il cuore pulsante di questa analisi. Quando un sistema (l’informazione mainstream) smette di svolgere la sua funzione di controllo del potere, l’organismo sociale reagisce creando anticorpi altrove.
- Il vuoto di potere comunicativo: Se i grandi quotidiani non riescono più a “far notare a Meloni” le eventuali incongruenze della sua azione, il fatto che ci provi un podcast diventa un atto di supplenza necessario.
- L’efficacia del “Pulp”: Il podcast non ha la pretesa di essere “intervista d’autore”, eppure proprio questa mancanza di sovrastrutture permette di arrivare al nucleo delle questioni. Non è un lavoro a regola d’arte secondo i canoni dell’Ordine, ma è un lavoro che funziona. È l’ablazione fatta a mano quando lo strumento elettrico della TV di Stato o dei grandi giornali gira a vuoto, senza toccare il dente.
Perché un intellettuale del calibro di Serra sente il bisogno di sminuire il “ragazzo vivace”? La risposta risiede nella perdita dell’esclusività del racconto.
- La fine del monopolio: Per decenni, il giornalismo è stato l’unico mediatore tra il Palazzo e il popolo. Oggi, il podcast scavalca la mediazione. La Premier Meloni che si siede in un podcast non sta solo cercando un pubblico giovane; sta cercando un luogo dove il confronto non sia mediato dai tic ideologici della vecchia guardia.
- La qualità come autodifesa: Se un giornalista sapesse ancora fare un’intervista meglio del “ragazzo”, il pubblico se ne accorgerebbe senza bisogno di editoriali difensivi. Il fatto che Serra debba “rimarcare la distanza” (da Fedez poi!) è la confessione di uno smarrimento: la distanza non è più chiara perché la qualità del giornalismo d’élite si è appiattita, diventando indistinguibile dal rumore di fondo.
Il Giornalismo tra Rilevanza e Oblio
“Nell’ozio della casta, il giornalismo muore.” Mi piace dirlo ma non voglio sia un epitaffio semmai, al contempo, vorrei che fosse un monito. Il sipario cala su un modo di intendere l’informazione come privilegio di classe anziché come servizio tecnico di precisione.
- Il ritorno all’acciaio: Il giornalismo potrà salvarsi solo se tornerà a essere sentinella democratica, meno editoriali compiaciuti e più lavoro sporco, dente per dente, con la competenza che non urla ma agisce.
- La lezione del podcast: Il successo di Fedez e Marra nel dialogo con il potere non è un’usurpazione, ma una denuncia della latitanza altrui. Non sono loro a voler fare i giornalisti; sono i giornalisti che hanno smesso di fare le domande, lasciando il microfono aperto a chiunque abbia ancora la curiosità di usarlo.



