Il Digital Markets Act, meglio conosciuto come DMA, rappresenta la migliore risposta che l’Unione Europea ha saputo dare finora allo strapotere delle grandi aziende tecnologiche che controllano gli accessi alla nostra vita digitale. Immaginiamo queste aziende come i proprietari dei cancelli di accesso alle strade che collegano i consumatori ai servizi: se vuoi vendere un prodotto, scaricare un’app o cercare un’informazione, devi passare per la loro infrastruttura. Proprio per questo vengono chiamati gatekeeper, ovvero i guardiani del cancello. Di recente, la Commissione Europea ha avviato una consultazione pubblica con cui ha raccolto centinaia di pareri da parte di esperti, cittadini e imprese per capire se questa legge stia davvero funzionando, e il quadro che ne emerge è abbastanza chiaro.
Da un lato, i primi risultati concreti si iniziano a vedere e di questo dobbiamo esserne orgogliosi. Gli utenti oggi hanno più libertà rispetto a un anno fa anche se i lobbisti dei GAFAM non vogliono ammetterlo: possiamo finalmente disinstallare applicazioni che prima erano bloccate sul telefono, scegliere il browser che preferiamo, il sistema di navigazione e altre applicazioni senza essere costretti a usare quelle predefinite e, in alcuni casi, finalmente è possibile utilizzare app-store ricchi di applicazioni ma alternativi a quelli ufficiali dei produttori. Questi cambiamenti, sebbene possano sembrare piccoli dettagli tecnici, sono in realtà vittorie fondamentali per la libertà di scelta, per l’aumento dei servizi disponibili, per la concorrenza, la spinta all’innovazione e l’abbassamento dei prezzi. Il sostegno pubblico verso l’obiettivo del DMA è quindi molto solido, chiaro, perché tutti concordano sul fatto che un mercato digitale equo sia un bene per l’economia e per la democrazia. Ovviamente le grandi piattaforme americane non possono essere d’accordo visto che queste leggi sono state pensate proprio per loro ma non si limitano a protestare. Stanno ingaggiando battaglie violentissime a colpi di influenza istituzionale e politica. Vediamo come.
La critica più frequente al DMA riguarda la lentezza dei cambiamenti, dell’attuazione e dell’enforcement. Molti osservatori lamentano che l’attuazione delle regole sia troppo lenta e che i grandi colossi stiano utilizzando ogni mezzo possibile per prendere tempo, impugnare atti avviando lungaggini giudiziarie, coinvolgendo la politica internazionale ad ogni livello. Si parla spesso di tattiche dilatorie: i gatekeeper presentano documenti lunghi e complessi, pieni di ingegneria giuridica, che però non cambiano davvero il modo in cui i loro servizi operano. Chiaramente non si ravvisa finora un grande ritorno econommico tra le piccole e medie imprese, che si sentono ancora schiacciate dalla forza dei giganti e chiedono alla Commissione Europea di intervenire con maggiore severità, applicando sanzioni che non siano solo semplici multe simboliche, ma veri e propri deterrenti economici al ripetersi di fattispecie escludenti. Ma è chiaro che con i risvolti geopolitici e commerciali delle sanzioni, il livello di scontro è salito fino ad arrivare ad interessare i capi di Stato e di governo e le diplomazie.
Un punto di grande preoccupazione che rappresenta però il cardine dell’intera disciplina del Digital Markets Act, riguarda il fenomeno dell’auto-preferenza, ovvero la strategia consolidata di queste grandi piattaforme di mettere sempre i propri servizi in cima ai risultati, a discapito dei concorrenti. Questo problema sta diventando esplosivo con l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Quasi tutti gli esperti concordano sul fatto che l’IA sarà il prossimo grande terreno di scontro perchè i sistemi autonomi rischiano di essere esclusi nel momento in cui le grandi piattaforme integrano come funzione l’AI all’interno del loro vasto ecosistema di servizi digitali. Pensate all’integrazione verticale di Gemini nella suite di Google. Il timore è che i gatekeeper utilizzino la loro attuale posizione di dominio per imporre i propri modelli di intelligenza artificiale, rendendo impossibile la sopravvivenza di nuove start-up europee. Su questo punto c’è un dibattito tecnico acceso: alcuni ritengono che l’IA sia già coperta dalle leggi attuali, mentre altri chiedono regole nuove e specifiche per evitare che il mercato si chiuda prima ancora di essere sbocciato. Io credo che sarebbe sufficiente una via mediana di integrazione e specificazione delle norme esistenti, che integri il Cloud e l’Intelligenza Artificiale all’interno del DMA ma in modo più esplicito.
Dall’altra parte della barricata, i gatekeeper come Apple, Google e Meta sollevano obiezioni continue, sostenendo che le regole del DMA siano eccessivamente rigide e che metterle in pratica costi cifre enormi. La loro preoccupazione principale, e vogliamo credergli anche se facciamo fatica, riguarda la sicurezza e l’esperienza dell’utente. Aprirsi a software esterno, secondo loro, potrebbe rendere i telefoni più vulnerabili ad attacchi informatici o creare confusione per chi è abituato a un sistema semplice e chiuso. Inoltre, mettono in guardia l’Europa dal regolamentare troppo presto l’intelligenza artificiale, sostenendo che troppe restrizioni finirebbero per soffocare l’innovazione, lasciando il continente indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Le motivazioni sembrano valide ma non rappresentano cause sufficienti per lasciare il mercato alla legge del più forte. Non è chiaro esattamente in che modo la sicurezza possa essere compromessa, prova ne sia che con i primi passi fatti dal DMA stiamo raccogliendo solo risultati positivi per tutti i cittadini europei. Certo si può fare meglio.
Un altro settore che sta finendo sotto la lente d’ingrandimento è quello del cloud computing, ovvero i servizi di archiviazione e potenza di calcolo su cui poggia quasi tutto il web moderno. Anche se inizialmente il cloud non era al centro del mirino, ora la Commissione sta indagando su Microsoft e Amazon, dominanti insieme a Google nel cloud e non solo. Il problema qui è che cambiare fornitore di servizi cloud è oggi resta difficilissimo e costoso, un po’ come liberarsi da un abbraccio mortale dove tempi e costi impediscono di uscire da una nassa che cattura l’utente (sia esso pubblico o privato) e lo fa desistere ogni volta da rinunciare al suo status di preda. Gli utenti chiedono da sempre di vedersi garantita maggiore interoperabilità, ovvero la possibilità di spostare i propri dati da un fornitore all’altro senza ostacoli tecnici. Poter scegliere liberamente un cloud italiano ed europeo senza vincoli oggi imposti da un mercato dominato da soli attori extra europei serve un piano che passa attraverso il procurement digitale della PA. La strada verso un mercato digitale davvero libero resta ancora piena di ostacoli legali e tecnologici. La Commissione Europea si trova ora a dover decidere entro il prossimo maggio, con la pubblicazione della relazione finale, aumentando le risorse per i controlli e includendo ufficialmente l’intelligenza artificiale tra i settori sorvegliati speciali di questo 2026 pieno di sorprese.

