Dario Denni: Oggi parliamo di Andre’ Gorz è morto 20 anni fa ma il suo pensiero resta attuale e aperto, un dibattito sul lavoro nell’era postmarxista turbocapitalista che vede il tramonto delle categorie tradizionali e la mancata rappresentazione dell’individuo consumatore forzato di prodotti, lasciato solo contro le multinazionali. Nelle sue proposte di inclusione, nel reddito minimo e di cittadinanza ci credeva ma forse non profondamente. Del suo esistenzialismo resta che l’uomo non e’ riducibile al suo lavoro. Un grande insegnamento. “Il filo rosso dell’ecologia” raccoglie interviste e una premessa con quattro capitoletti che per leggerli e capirli pienamente devi calarli nel suo tempo, che non è’ più il nostro ma che nel nostro resta in forma di dibattito problematico e irrisolto. Consumismo materiale nell’era dove la conoscenza immateriale non e’ misurabile.
È affascinante come, a distanza di quasi vent’anni dalla sua scomparsa, il pensiero di André Gorz non solo non sia invecchiato, ma sembri aver acquisito una nitidezza in questo 2026. Se negli anni ’80 la sua era una “profezia” filosofica, oggi è la nostra cronaca quotidiana, la materia stessa di cui sono fatti i nostri conflitti sociali. Il disaccoppiamento definitivo tra produzione di valore e lavoro umano. Nel 2026, con un’Intelligenza Artificiale che non si limita più a sostituire il braccio (l’automazione fordista del secolo scorso) ma colonizza il “cervello sociale”, ovvero la creatività, l’analisi clinica, l’intuizione estetica e persino l’empatia, la lezione di Gorz sulla liberazione dal lavoro diventa l’unica via d’uscita dall’alienazione totale.
Se non abbracciamo la sua visione, il rischio è di scivolare in un feudalesimo tecnologico dove il valore è estratto da algoritmi proprietari mentre l’umanità viene ridotta a una massa di “utenti” senza scopo produttivo ma ancora incatenati alla necessità del consumo. Ecco come leggo la sua urgenza oggi, espandendo i tre pilastri fondamentali del suo pensiero:
L’IA e la “Fine del Lavoro” tra condanna e liberazione
Gorz sarebbe stato contemporaneamente entusiasta e terrorizzato dall’evoluzione dell’IA generativa e dei sistemi autonomi che vediamo oggi. Entusiasta perché essa rappresenta il culmine tecnico e materiale della sua tesi storica, la società industriale ha raggiunto un tale livello di efficienza da poter produrre tutto ciò di cui ha bisogno (e anche di più) con un apporto di tempo di lavoro umano diretto quasi irrisorio. Terrorizzato, invece, perché in assenza di una politica gorziana di redistribuzione, l‘IA non libera tempo per la vita, ma crea una dicotomia sociale esplosiva tra una piccola elite di proprietari di asset algoritmici e una massa di “disoccupati totali” o, peggio, di “servi dell’algoritmo” (i lavoratori del clic, i micro-tasker, chi addestra le macchine per pochi centesimi).
Dobbiamo trasformare il gigantesco guadagno di produttività dell’IA in tempo liberato collettivo. Se un sistema esperto può svolgere il lavoro di dieci avvocati, programmatori o grafici, la risposta sociale non deve essere avere nove licenziati in povertà e un unico sopravvissuto iper-stressato. La risposta gorziana è sempre che dieci persone che lavorano tutte un decimo del tempo, mantenendo il medesimo tenore di vita grazie alla ricchezza prodotta socialmente dalle macchine.
Oltre il Reddito di Base, l’Autonomia Esistenziale per mantenere calmi i consumatori passivi in un mondo dove non servono più come produttori
E’ chiaro che Gorz nutriva un’ambivalenza profonda verso il reddito di cittadinanza. Oggi, nel 2026, questa ambivalenza è chiarissima. Il rischio attuale è che il reddito di base venga implementato come un “sussidio di sopravvivenza” o un “ammortizzatore di scarto” per mantenere calmi i consumatori passivi in un mondo dove non servono più come produttori. Un reddito che serve solo a pagare l’abbonamento ai servizi digitali e il cibo sintetico non è libertà, è una nuova forma di schiavitù assistita.
Per Gorz, il reddito non deve essere un traguardo di welfare, ma una base di lancio per l’autonomia. Non serve a restare chiusi in casa a consumare passivamente contenuti digitali, ma deve fornire la sicurezza materiale necessaria affinché ciascuno possa riappropriarsi di attività non mercantili: la cura dei propri cari, la cultura autodiretta, l’autoproduzione artigianale, l’impegno civile e la politica dal basso. È il passaggio rivoluzionario dal “consumatore coatto” al “soggetto sovrano del proprio tempo”.
Ecologia Politica vs. Greenwashing Digitale e Estrattivismo
In un’epoca di crisi climatica che nel 2026 sentiamo bruciare sulla pelle, Gorz ci ricorda che l’ecologia non è una questione “tecnica” o “punitiva” (mettere filtri alle ciminiere o tassare chi non può permettersi l’auto elettrica), ma una scelta di civiltà. Egli vedeva il legame indissolubile tra la crescita economica infinita e la distruzione della biosfera.
La decrescita selettiva e la razionalità economica è ricorrente in Gorz e ci interpellerebbe duramente oggi se ha senso alimentare data center che consumano intere centrali elettriche per generare bisogni fittizi, pubblicità mirata o cripto-asset speculativi mentre le risorse idriche scarseggiano La sua ecologia è una critica della razionalità economica capitalista, produrre meno, produrre cose che durano, produrre per il benessere e non per il profitto, al fine di vivere di più nel senso qualitativo del termine. Non è austerity, è liberazione dal superfluo che ci schiavizza.
Se dovessi scegliere l’aspetto più urgente del suo lascito, indicherei senza dubbio la riappropriazione del tempo. Nel 2026 siamo paradossalmente sempre connessi e, di conseguenza, sempre “al lavoro”. Anche quando non siamo in ufficio, produciamo dati per le piattaforme, curiamo il nostro personal brand sui social, addestriamo algoritmi con i nostri comportamenti di consumo. Siamo “al lavoro” anche quando riposiamo. Gorz ci sfida a reclamare un tempo che non sia né “tempo di lavoro” né “tempo di consumo indotto”, ma tempo per sé e per l’altro, tempo per il gioco, per la contemplazione e per l’azione politica. Come scriveva: “La libertà comincia là dove finisce la necessità”. Questa frase non è mai stata così concreta e urgente come oggi. Senza una riduzione drastica dell’orario di lavoro e una redistribuzione della ricchezza prodotta dall’automazione, rischiamo una società di esseri umani “superflui”.
Gorz ci offre la bussola per evitare questo scenario distopico, proponendo una società in cui l’identità di un individuo non si definisce più attraverso un contratto di lavoro o una posizione salariale, ma attraverso la propria capacità di agire liberamente nel mondo e di tessere relazioni umane non mediate dal denaro.



