DSA e DMA rappresentano strumenti concreti per ridurre la dipendenza europea dalle grandi piattaforme americane. Nel corso di un’intervista di Wired sulla regolamentazione digitale, Simonetta Vezzoso, docente all’Università di Trento, ha affermato che «molto spesso queste imprese digitali statunitensi si basano su modelli economici che prevedono uno sfruttamento allo spasimo dei nostri dati». Secondo l’esperta, DSA e DMA sono «abbastanza robusti per minare in profondità questo modello» e creare spazio per realtà alternative. «Possono essere europee? Benissimo», ha aggiunto, «la cosa importante è che non abbiano tutto il potere che hanno adesso nei nostri confronti».
Dario Denni, fondatore di Europio Consulting, su Linkedin ha espresso pieno accordo: «Sono d’accordo con Simonetta. Le grandi piattaforme americane continuano a basarsi su uno sfruttamento intensivo dei nostri dati, creando una dipendenza eccessiva. DSA e DMA possono davvero minare questo schema e aprire spazio a realtà alternative. Per me il punto chiave è l’indipendenza digitale: l’obiettivo è ridurre questo strapotere delle piattaforme extraeuropee e recuperare maggiore autonomia».
L’Europa alla prova dei fatti: il fronte comune contro lo strapotere delle Big Tech
Il dibattito sulla sovranità digitale europea e sulla reale efficacia delle nuove regole comunitarie ha vissuto nelle ultime ore un momento di sintesi estremamente significativo. Tutto è partito dalle colonne di Wired Italia, dove Simonetta Vezzoso, docente all’Università di Trento e voce autorevole nel panorama dell’antitrust e del diritto della concorrenza, ha tracciato un bilancio dai toni piuttosto amari sulla situazione attuale. Secondo la professoressa, ci troviamo di fronte a una discrepanza evidente tra le promesse ambiziose che hanno accompagnato il lancio del Digital Services Act e del Digital Markets Act e la realtà che gli utenti e le imprese vivono quotidianamente. Nonostante l’Europa si sia dotata di quella che viene definita una regolamentazione moderna ed efficiente, Vezzoso osserva con realismo che, ad oggi, non si sono ancora visti quei cambiamenti radicali che erano stati annunciati con enfasi da Bruxelles.
Il cuore del problema risiede nel DNA economico delle grandi piattaforme statunitensi. Simonetta Vezzoso ha puntato il dito contro modelli di business che definisce senza mezzi termini basati su uno sfruttamento allo spasimo dei dati dei cittadini europei. È un’analisi che non riguarda solo la privacy, ma la struttura stessa del potere economico nel ventunesimo secolo: chi controlla il dato controlla il mercato. In questo contesto, il caso di X, la piattaforma di Elon Musk, diventa quasi un simbolo della resistenza dei giganti tech alle regole del Vecchio Continente. La professoressa non invoca chiusure ideologiche, ma auspica una trasformazione profonda che renda X un luogo più sicuro, trasparente e, soprattutto, realmente rispettoso dei diritti degli utilizzatori europei, affinché queste realtà smettano di esercitare un potere così schiacciante e asimmetrico nei nostri confronti.
Queste riflessioni hanno trovato una sponda immediata e convinta in Dario Denni, fondatore di Europio Consulting. Intervenendo su LinkedIn, Denni ha espresso una convergenza totale con l’analisi della Vezzoso, trasformando la preoccupazione accademica in una precisa istanza strategica per il sistema economico italiano ed europeo. Per Denni, la diagnosi è chiara: l’Europa soffre di una dipendenza tecnologica cronica che ha origine proprio in quell’estrazione intensiva di informazioni descritta dalla docente di Trento. Questa dinamica ha creato negli anni dei veri e propri oligopoli extra-europei che oggi dettano legge non solo sui contenuti, ma anche sugli algoritmi e sulle modalità con cui le imprese locali possono accedere ai propri clienti.
Il punto di vista di Denni aggiunge un tassello fondamentale al mosaico: la necessità di ritrovare un’autonomia che sia prima di tutto infrastrutturale. Se Simonetta Vezzoso analizza la robustezza delle leggi per minare alla base il dominio dei gatekeeper, Denni vede in queste norme l’unica via possibile per aprire finalmente dei varchi a realtà alternative, magari proprio europee, che oggi faticano a respirare sotto il peso dei giganti della Silicon Valley. Secondo l’esperto, è prioritario smettere di subire passivamente il controllo di una manciata di player globali per recuperare quella sovranità che permetta agli operatori nazionali di innovare senza dover chiedere il permesso a piattaforme che rispondono a logiche spesso estranee ai valori e alle regole europee.
In definitiva, il confronto tra i due esperti delinea una visione comune che va oltre la semplice applicazione burocratica dei regolamenti. Entrambi concordano sul fatto che lo scontro frontale e sterile non sia la soluzione migliore, ma che sia invece necessario pretendere un adattamento serio e senza sconti da parte delle multinazionali tech. La posta in gioco è altissima: da un lato la tutela della democrazia digitale e della trasparenza algoritmica difesa dalla Vezzoso, dall’altro la sopravvivenza di un ecosistema produttivo europeo capace di competere su basi eque, come auspicato da Denni. Il messaggio che emerge da questo asse tra l’università e la consulenza strategica è un richiamo alla responsabilità per i regolatori, affinché il DMA e il DSA non restino armi spuntate in una battaglia per l’indipendenza che l’Europa non può permettersi di perdere.



