Anselm Küsters, responsabile della digitalizzazione presso il Centre for European Policy, presenta nel suo libro Small is Beautiful 2.0 una prospettiva che sfida il dibattito dominante sulla sovranità tecnologica europea. Mentre molti invocano la creazione di giganti continentali, gigafactory di intelligenza artificiale o campioni europei capaci di rivaleggiare con gli hyperscaler americani come Google, Amazon e Microsoft o con le potenze cinesi, Küsters rifiuta questa logica di scala titanica.

Nel contesto digitale odierno, secondo l’autore, sarebbe possibile fare appello alla decentralizzazione tecnologica come antidoto alla dipendenza da pochi attori dominanti. Il ragionamento parte da un’analisi lucida della situazione delle piccole e medie imprese tedesche, in particolare dei cosiddetti campioni nascosti, leader mondiali in nicchie specializzate. Queste realtà hanno subito negli ultimi anni una pressione crescente proprio a causa della digitalizzazione asimmetrica: da un lato dipendono sempre più da infrastrutture cloud, modelli di intelligenza artificiale e piattaforme controllate da soggetti esterni; dall’altro rischiano di perdere autonomia, innovazione locale e capacità di differenziazione. Küsters vede in questa dinamica non solo un danno economico, ma anche un problema sociale, perché un tessuto di imprese medie e autonome distribuisce meglio ricchezza, conoscenza e resilienza rispetto a un sistema dominato da monopolî.

Contro il determinismo tecnologico che presenta lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale sempre più grandi, voraci di dati e di energia come l’unica strada percorribile, Küsters insiste sull’esistenza di alternative concrete. Molte applicazioni aziendali, dalla classificazione di richieste clienti alla moderazione di contenuti o all’analisi di dati sensibili, non sono indispensabili come si crede, spesso modelli di dimensioni ridotte, addestrabili localmente, Private AI, oppure open source o quantomeno trasparenti, garantiscono prestazioni adeguate, preservano la sovranità sui dati e riducono la dipendenza da fornitori esterni. Questa scelta tecnica diventa strategica perchè favorisce l’innovazione adattiva, abbassa i costi a lungo termine e permette alle PMI di personalizzare le soluzioni senza diventare vassalli di interfacce API proprietarie.

Küsters riconosce i benefici degli effetti di rete e dei mercati globali, ma distingue tra piattaforme che eliminano intermediari oppressivi e quelle che ne creano di nuovi, ancora più potenti e opachi. Piattaforme comunitarie o cooperative, che redistribuiscono valore in modo più equo tra chi produce e chi consuma, rappresentano un modello alternativo realistico. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: l’iniziale entusiasmo per soluzioni pronte all’uso come ChatGPT si sta trasformando in consapevolezza che la vera competitività nasce dalla capacità di adattare e controllare la tecnologia, non di subirla.

Invece di inseguire una clausola “buy European” rigida, Küsters privilegia l’open source finanziato con risorse pubbliche, attraverso un codice accessibile, modificabile, indipendentemente dall’origine geografica. Questo approccio rende possibile usare tecnologie americane senza cedere controllo, mentre impone cautela verso certi modelli cinesi per i rischi legati a potenziali backdoor o “agenti dormienti” che potrebbero alterare comportamenti in infrastrutture critiche.

L’Europa dispone già di talento accademico eccellente, corsi di qualità e istituti di ricerca all’avanguardia. Ciò che manca è un ecosistema decentralizzato, umano-centrico e aperto per consentire alle PMI europee di prosperare in modo autonomo, rafforzando al tempo stesso democrazia economica e resilienza sociale. Ha ragione? Direi proprio di si. Ma non si fa. Quindi avanti tutta su Buy European.