La settimana di Davos ha mostrato un modo semplice e un po’ rassicurante per gestire Trump e la sua strategia negoziale ormai consolidata. Ovvero lui fa minacce molto forti, ma spesso alla fine si calma o ritira. Per questo il Financial Times lo ha soprannominato TACO, che significa Trump Always Chickens Out (Trump alla fine si tira sempre indietro).
Infatti succede da tempo. Minaccia dazi altissimi all’Europa, al Canada o al Messico, poi li abbassa o li sospende. Parte con numeri enormi, alza la voce per negoziare meglio, ma quando vede resistenza o problemi si accontenta di meno. Non sembra così originale eppure sorprende sempre. Con la Groenlandia è andata così, Trump ha detto di volerla prendere a tutti i costi, ha minacciato persino la forza e dazi pesanti a chi mandava truppe o si opponeva, soprattutto paesi europei. L’Europa stavolta non ha avuto paura, sembra aver reagito anche se in modo poco curato, ma sicuramente ha risposto no grazie, ha mandato un segnale chiaro, ha minacciato contromisure e non si è piegata. Risultato? Trump ha fatto marcia indietro: ha escluso l’uso della forza, ha parlato di un possibile accordo futuro con la NATO e ha tolto le minacce di dazi all’Europa. Forse la risposta non è stata unitaria ma il messaggio è stato sicuramente efficace.
Non è stata solo la fermezza europea a fermarlo. C’è un freno ancora più forte: i mercati. Quando Trump annuncia cose estreme, le borse americane crollano e i tassi sui titoli di Stato USA salgono in fretta. Per alcuni maliziosi potrebbe essere una strategia quasi da insider trading, perchè nel frattempo il suo patrimonio personale cresce nell’ordine di billions. Insomma, tassi più alti = debito americano più caro, deficit che preoccupa, inflazione che spaventa. Trump odia quando i mercati vanno male perché rovina la sua immagine di “vincitore”, di candidato a qualsiasi cosa, dal Nobel a Board della pace. Un divo, un Cesare, un po’ strambo però. Perchè quando vede Wall Street in rosso o i rendimenti schizzare, spesso modera il tono, rinvia o cambia idea. In pratica ci siamo convinti finalmente, per “fermare” o contenere Trump non serve solo adularlo o avere paura. Funziona bene, finora, opporsi con decisione e lasciare che i mercati gli facciano male economicamente. Senza una reazione di qualche tipo i leader europei si ritrovano impotenti perfino sugli affari interni, occhiali a specchio o meno, la politica europea deve farsi sentire cercando però una voce sola. E non è facile.
La globalizzazione aiuta anche la politica dei due forni dove l’altro “alto forno” è la Cina o i paesi del Mercosur. In generale i paesi colpiti trovano altri mercati, e Trump sa che non può isolare tutti senza pagare un prezzo altissimo a casa sua. Ma possiamo davvero continuare così? Dove stiamo andando? Quale ordine mondiale si sta ridisegnando in questi mesi lo scopriremo. Il 2026 è senza dubbio un anno di cambiamenti profondi, di strategie per rimanere vivi.



