BRUXELLES, 27 APR – La sovranità digitale europea non è più una rincorsa affannosa ai giganti d’oltreoceano o asiatici, ma una partita geopolitica che l’Unione ha già le carte per vincere. È questo il cuore del manifesto politico lanciato oggi da Thierry Breton, che delinea un programma di rottura rispetto al passato per trasformare l’UE in una “potenza digitale assertiva”. Thierry Breton ha esposto questa visione strategica in un editoriale pubblicato il 27 aprile 2026 sulla testata La Matinale Européenne.

Il cuore del suo programma si fonda sull’abbandono del complesso di inferiorità verso i giganti tecnologici esteri per concentrarsi sul dominio dei dati industriali, ambito in cui l’Europa vanta un primato produttivo unico. Breton propone di trasformare il mercato unico e il rigoroso arsenale normativo dell’Unione in veri strumenti di potere geopolitico, imponendo standard europei a chiunque desideri operare nel Continente. E’ una tesi che è circolata in Italia anche da Franco Bernabè e da Federico Rampini. Non possiamo competere con troppe regole che rispettiamo solo noi. Quindi o sappiamo far valere il patrimonio regolatorio oppure dobbiamo rinunciarci per recuperare scala prima che sia troppo tardi.

Tornando a Breton sua strategia prevede inoltre la messa in sicurezza delle infrastrutture critiche sotto la giurisdizione europea e l’attivazione di un’unione finanziaria che permetta di sostenere i campioni tecnologici locali, proteggendoli così dalle acquisizioni straniere e garantendo l’autonomia decisionale di Bruxelles in un mondo segnato da crescenti rivalità tra blocchi. Non è una forma di protezionismo fine a se stesso. Ma una nuova consapevolezza che la concorrenza, come l’abbiamo pensata, si deve confrontare con nuove sfide portate avanti da chi ha accumulato potere tecnologico, economico, finanziario e militare.

“La narrazione del fallimento europeo è falsa e ci disarma”, scrive Breton, sottolineando che in un ordine mondiale segnato dalla fine della fiducia post-bellica e dal ritorno della politica di potenza, l’Europa deve smettere di agire come un “partner docile” per consolidare la propria autonomia decisionale. Anche Macron disse che suo malgrado per poter essere rispettati occorre essere temuti. Se non siamo i primi a credere nel nostro potere europeo, nelle nostre industrie, come potranno crederci gli altri?

I punti cardine del programma Breton:

  • Fine del vassallaggio tecnologico: Breton invoca il passaggio da “partner affine” a “potenza sovrana”. Secondo l’ex Commissario, la lealtà transatlantica non ha protetto l’Europa da spionaggio e pressioni unilaterali; è dunque necessario ridurre la dipendenza dalle infrastrutture e dalle garanzie di sicurezza statunitensi. La fine dell’alleanza non è la fine del mondo, probabilmente è un riequilibrio, necessario e duraturo e su questo Breton, in termini di conseguenze, tace.
  • Messa in sicurezza dei dati industriali: Se la prima fase del web è stata vinta dalle piattaforme consumer, la sfida 2025-2050 sarà sui dati industriali (energia, mobilità, produzione). In questo settore l’Europa è leader e deve proteggere questo “patrimonio ereditario” imponendo che resti sotto la giurisdizione UE. Se non proteggiamo i dati industriali, almeno tanto quanto i dati personali, non riusciremo a proteggere i nostri diritti. Quello che abbiamo ceduto non sono i dati delle nostre vite, ma il diritto su di esse. E così sta accadendo anche per le nostre industrie. L’emorragia di dati va fermata, presto.
  • L’arsenale normativo come arma: Regolamenti come l’AI Act e il DMA non sono lacci burocratici, ma strumenti per imporre le regole europee a chiunque operi nel Mercato Unico. Breton propone l’uso di “restrizioni mirate” per chi viola le norme, con impatto diretto sulle valutazioni di mercato delle aziende interessate. La capacità di far valere le norme è un momento cruciale per l’efficacia delle stesse. E’ di tutta evidenza che se i procedimenti sono lunghi, le norme troppe e poco chiare, l’efficacia di Bruxelles è compromessa.
  • Infrastrutture critiche: Il piano prevede di blindare cloud, reti 5G/6G e supercalcolo, affidandoli a operatori che rispondano al diritto europeo, garantendo così la resilienza delle funzioni sovrane dello Stato. La comunicazione mobile è traffico di qualità, il wireless è il modo con cui ci connettiamo ai servizi più diffusi e non può essere sottovalutato. Anche in questo Breton ha ragione.

La sfida finanziaria

Per Breton, l’autonomia tecnologica è irraggiungibile senza l’Unione dei Mercati dei Capitali. Il programma punta a convogliare il risparmio europeo verso i campioni dell’alta tecnologia per evitare che le eccellenze del Continente, diventino preda di acquisizioni estere. Non possiamo più tollerare che le forme di concorrenza che si affacciano sul panorama europeo finiscano fagocitate dai colossi extra europei.

“Il tempo dell’Europa apologetica è finito”, conclude Breton. Il messaggio è un chiaro invito ai leader UE: esercitare il mandato con determinazione in un mondo dove la fiducia non basta più e la tecnologia è il nuovo terreno dello scontro di potere. La figura di Breton torna centrale nel dibattito politico sulla sovranità digitale ed è opportuno che i suoi messaggi siano ampiamente diffusi e ben compresi.