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TLC: UE, Alfredo Giordano (WARIAN) ‘Il Digital Networks Act tuteli la filiera digitale dal cavo al cloud’

TLC: UE, AL PARLAMENTO EUROPEO IL DIBATTITO SUL ‘DIGITAL NETWORKS ACT’ (DNA). ZINGARETTI: “SENZA INFRASTRUTTURE NIENTE SOVRANITÀ”. LABRIOLA (TIM): “SETTORE AL TRAMONTO SE NON CAMBIANO LE REGOLE”. GIORDANO (WARIAN): “L’UE DEVE GOVERNARE L’INTERA FILIERA, DAL CAVO AL CLOUD”.

BRUXELLES, 18 MAR (RegTech News) – Il futuro della competitività europea passa per i cavi della fibra e le frequenze del 5G. È questo il verdetto emerso dal forum “Verso la sovranità digitale europea”, organizzato a Bruxelles dall’eurodeputato Nicola Zingaretti (S&D). L’evento ha visto la partecipazione dei vertici delle principali telco continentali, dei regolatori e della Commissione UE, tutti riuniti per discutere il Digital Networks Act (DNA), il pacchetto legislativo che punta a riscrivere le regole del gioco per le telecomunicazioni nei prossimi dieci anni.

Intervista ad Alfredo Giordano, CEO di Warian

(RegTech News) – A valle dell’evento abbiamo intervistato Alfredo Giordano, CEO di WARIAN, che ha partecipato all’evento ed ha espresso preoccupazione per un’armonizzazione che rischi di “comprimere la diversità” degli operatori sul mercato. Secondo Giordano, meno pluralismo industriale significa “meno capacità industriali indipendenti e meno resilienza per l’intero sistema”. Il manager ha messo in guardia contro la “stratificazione delle competenze” che affida le infrastrutture in appalto ai grandi system integrator, sostenendo invece la necessità di imprese che governino l’intera filiera, “dal cavo al cloud fino all’applicazione”.

Qual è il suo giudizio complessivo sulla proposta del Digital Networks Act presentata dalla Commissione?

Alfredo Giordano: Penso che il Digital Networks Act debba essere giudicato non per le sue intenzioni, ma per i suoi effetti concreti. Sebbene in linea di massima l’impostazione iniziale possa sembrare positiva, specialmente per i servizi che offre una realtà come Warian, è necessario valutare con estrema attenzione le conseguenze pratiche della sua applicazione.

Uno degli obiettivi del DNA è l’armonizzazione del mercato europeo. Lei vede dei rischi in questo processo?

Alfredo Giordano: Certamente. Il rischio principale è che l’armonizzazione finisca per comprimere la diversità. Se ciò accadesse, l’Europa farebbe un passo indietro. Una riduzione della diversità comporterebbe un minore pluralismo industriale, che non si traduce semplicemente nell’avere meno operatori sul mercato, ma in qualcosa di più profondo.

Quali sono le conseguenze di questa riduzione del pluralismo a cui fa riferimento?

Alfredo Giordano: Significa avere meno capacità industriali indipendenti e meno infrastrutture sotto il proprio controllo diretto. Questo indebolimento della struttura industriale porta, in ultima analisi, a una minore resilienza per l’intero sistema europeo.

Lei ha citato anche il pericolo di una “stratificazione degli appalti e delle competenze”. Può spiegarci meglio questo concetto?

Alfredo Giordano: È una direzione che il DNA rischia di accelerare e che considero non banale: il rischio è che l’intera infrastruttura venga affidata in appalto ai grandi system integrator. È un modello che porta con sé diverse implicazioni critiche, e basta guardare a quanto accade in Italia per comprenderne le criticità.

Quale dovrebbe essere, secondo lei, il modello di impresa digitale su cui l’Europa dovrebbe puntare?

Alfredo Giordano: Credo fermamente che l’Europa abbia bisogno di imprese capaci di comprendere e governare l’intera filiera, partendo dal cavo fisico per arrivare al cloud e fino all’applicazione finale. È solo attraverso questo controllo completo della catena del valore che le tecnologie possono svilupparsi davvero, mantenendosi ed evolvendosi nel tempo a beneficio del continente.

Warian si configura come un autorevole Managed Infrastructure Provider (MIP) e operatore infrastrutturale italiano, fondato nel 2010 con sede a Mercato San Severino. L’azienda ha consolidato la propria posizione nel mercato delle telecomunicazioni attraverso la progettazione di soluzioni su misura ad alta affidabilità, evolvendosi da pioniere nel superamento del digital divide a partner strategico per il settore B2B e wholesale. Grazie a una rete indipendente con proiezioni internazionali in Europa e America Latina, Warian offre infrastrutture resilienti, servizi di cloud ibrido e sistemi avanzati di mitigazione DDoS, operando con una logica di piena sovranità digitale.

La guida strategica e tecnica della società è affidata ad Alfredo Giordano, CEO e co-fondatore, la cui esperienza ventennale nel design di backbone IP ha reso Warian un punto di riferimento per gli Internet Service Provider. Giordano è una figura centrale nella community del networking europeo, come testimoniato dalla sua partecipazione attiva a consessi internazionali quali RIPE NCC e dalla sua pluriennale presenza nel board di Namex, uno dei principali Internet Exchange Point italiani. Sotto la sua direzione, e grazie al recente ingresso nel capitale da parte del gruppo quotato DHH, l’azienda persegue una visione industriale orientata alla scalabilità economica e all’eccellenza tecnologica delle reti professionali.

I cinque pilastri del Digital Neworks Act (DNA)

I pilastri del Digital Networks Act (DNA) sono:

  • Investimenti e Infrastrutture: L’obiettivo centrale è rimettere al centro gli investimenti nelle infrastrutture digitali, considerati l’unico motore possibile per l’innovazione e la sovranità tecnologica. Si punta a costruire reti solide e resilienti che richiedono un quadro regolatorio capace di attrarre capitali.
  • Integrazione del Mercato e Semplificazione: Il DNA mira a superare la frammentazione dei 27 diversi modelli nazionali che attualmente rallentano gli investimenti e riducono la competitività. Si discute della creazione di un “28esimo regime” per uniformare le regole e semplificare il sistema per gli investitori a livello europeo.
  • Autonomia Strategica e Controllo dei Dati: L’Europa intende ridurre la dipendenza tecnologica da terzi e acquisire la capacità di governare strumenti come l’Intelligenza Artificiale. Un obiettivo fondamentale è trattenere nel continente la ricchezza generata dall’immensa mole di dati prodotta, evitando che venga trasferita automaticamente altrove senza benefici diretti per i cittadini europei.
  • Sicurezza e Resilienza: La proposta legislativa si focalizza sulla sicurezza delle infrastrutture critiche e sulla modernizzazione delle norme esistenti per garantire la tenuta delle reti di fronte alle sfide globali.
  • Equilibrio tra Competizione e Grandi Player: Un pilastro delicato è il bilanciamento tra la crescita di “campioni europei” del settore e la tutela della concorrenza. Si cerca di garantire un level playing field (un campo di gioco equo) che favorisca l’accesso ai servizi passivi in fibra, stimoli la realizzazione di infrastrutture proprie e protegga gli utenti finali.

Il punto di vista di Pietro Labriola, CEO di TIM

Pietro Labriola, CEO di TIM, definisce la situazione italiana come la più drammatica all’interno del contesto europeo principalmente a causa dei prezzi dei servizi di telecomunicazione, che in Italia sono i più bassi d’Europa.

Questa dinamica genera una serie di criticità strutturali per le aziende del settore:

  • Bassa redditività: A causa dei prezzi estremamente contenuti, le imprese italiane producono margini ridotti e non generano sufficiente reddito sul territorio nazionale.
  • Impossibilità di investire: La scarsa redditività impedisce alle società di telecomunicazioni di sostenere gli ingenti investimenti necessari per le infrastrutture, che Labriola considera l’unico motore per l’innovazione e la sovranità tecnologica.
  • Pressione competitiva e frammentazione: Labriola evidenzia come in Italia si sia passati da quattro a cinque operatori, definendo “uno spreco” la presenza di troppe reti mobili separate che portano a investimenti inutili invece di favorire il consolidamento.
  • Punto di non ritorno: Il settore si trova in una fase di crisi profonda dovuta all’incapacità di ribaltare l’inflazione sui clienti finali e all’aumento dei costi, tra cui quelli energetici. A tal proposito, Labriola lamenta che, nonostante le telco siano tra i maggiori consumatori di energia in Italia, non siano ancora riconosciute come aziende energivore, perdendo così importanti agevolazioni.

Non poteva dirlo più chiaramente Pietro Labriola, l’Italia rappresenta un “caso limite” dove il calo dei ricavi e l’aumento dei debiti hanno portato il sistema a un punto di no-return, rendendo il Digital Networks Act un’occasione indispensabile per invertire la rotta. Inoltre, Labriola richiede lo status di azienda energivora per gli operatori di telecomunicazioni principalmente perché il settore è diventato uno dei maggiori consumatori di energia, ma non gode delle relative agevolazioni a causa di normative obsolete.

Le ragioni specifiche emerse dalle sue dichiarazioni sono:

  • Elevato consumo energetico: Labriola sottolinea che le società di telecomunicazioni rappresentano il secondo “spender” nazionale in Italia per quanto riguarda l’energia. Nonostante questa mole di consumi, non sono legalmente considerate energivore.
  • Definizioni normative obsolete: Secondo il CEO, l’attuale definizione europea di azienda energivora è rimasta ancorata a un approccio tipico della prima rivoluzione industriale, che non tiene conto delle moderne infrastrutture digitali e del loro fabbisogno energetico.
  • Sostenibilità economica e “punto di non ritorno”: Il settore delle telecomunicazioni si trova in una situazione critica in cui l’aumento del costo dell’energia, unito all’inflazione che non può essere ribaltata sul cliente finale, ha portato le aziende verso un “punto di no return” economico.
  • Parità di trattamento con altri settori: Labriola lamenta una disparità rispetto ad altri modelli di business fortemente capital intensive, come quelli di Terna o Enel. Egli osserva che, mentre queste società godono di una diversa considerazione da parte del mercato e dei regolatori, le telco sono penalizzate pur avendo necessità di investimento e costi operativi simili.

Il ruolo dell’Italia in questo nuovo quadro normativo

Nel nuovo quadro normativo del Digital Networks Act (DNA), l’Italia ricopre un ruolo di primo piano, sia come promotrice del dibattito politico sia come uno dei Paesi che più necessitano di questa riforma per superare criticità strutturali interne. L’Italia ha agito come motore politico per la discussione sul DNA a Bruxelles. L’incontro chiave sulla sovranità digitale europea è stato promosso da Nicola Zingaretti, capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo, e ha visto la partecipazione del vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Raffaele Fitto. Fitto ha sottolineato l’importanza di superare la frammentazione dei 27 modelli nazionali attraverso un “28esimo regime” che semplifichi la vita agli investitori e aumenti la competitività europea.

Tuttavia secondo Pietro Labriola, CEO del Gruppo TIM, l’Italia si trova in una situazione più difficile rispetto agli altri Stati membri. Il Paese è caratterizzato da:

  • I prezzi dei servizi di telecomunicazione più bassi d’Europa.
  • Una conseguente bassa redditività delle aziende del settore, che impedisce loro di investire quanto necessario nelle nuove infrastrutture. Per questo motivo, l’Italia vede nel DNA l’occasione fondamentale per rimettere al centro gli investimenti, considerati l’unico motore per l’innovazione e la sovranità tecnologica.

La voce delle imprese (Iliad e Fastweb) e dei regolatori (Agcom)

Le aziende italiane e l’autorità di regolazione nazionale (AGCOM) stanno contribuendo attivamente a definire i dettagli tecnici della norma attraverso:

  • Investimenti infrastrutturali: Walter Renna (Fastweb) preme affinché il DNA favorisca l’accesso ai servizi in fibra per stimolare gli operatori a costruire infrastrutture proprie, superando la dipendenza dalle vecchie reti in rame.
  • Concorrenza equa: Benedetto Levi (Iliad Italia) insiste sulla necessità di un “level playing field” (campo di gioco equo) affinché la competizione generi benefici reali per utenti e imprese.
  • Equilibrio regolatorio: Giacomo Lasorella, presidente dell’AGCOM, pur accogliendo favorevolmente il DNA, vigila affinché i nuovi obiettivi di competitività non vadano a scapito della concorrenza a lungo termine e della protezione degli utenti finali.

E’ chiaro che per l’Italia il Digital Networks Act non è solo una sfida regolatoria, ma una necessità strategica per risollevare un settore industriale in difficoltà e garantire che la ricchezza prodotta dai dati rimanga a beneficio dei cittadini italiani ed europei.

La posizione dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), espressa dal presidente Giacomo Lasorella, evidenzia la necessità di un delicato equilibrio nel perseguire gli obiettivi del Digital Networks Act. I principali rischi per la concorrenza che l’Autorità intende prevenire sono:

  • Indebolimento della competizione infrastrutturale: Il rischio è che la spinta verso la creazione di “grandi campioni europei” e nuovi obiettivi di competitività possa compromettere i presidi sulla concorrenza infrastrutturale di lungo periodo. L’AGCOM sottolinea che tali presidi devono rimanere intatti per garantire un mercato dinamico.
  • Riduzione delle tutele per i consumatori: Un altro timore riguarda la protezione degli utenti finali, che non deve essere sacrificata in nome della semplificazione normativa o della ricerca della competitività a livello globale.
  • Rendite di posizione: Sebbene citato specificamente dal CEO di Fastweb ma nel contesto del medesimo dibattito a cui ha partecipato AGCOM, emerge il rischio che il mantenimento delle vecchie reti in rame possa generare rendite di posizione, ostacolando il passaggio alla fibra e la realizzazione di infrastrutture proprie da parte di diversi operatori.

Il Presidente Lasorella ha dichiarato che per l’AGCOM la sfida del DNA consiste nel promuovere la crescita e l’integrazione del mercato europeo senza però smantellare le regole che finora hanno garantito la concorrenza equa e i benefici per i cittadini.

L’evento si è chiuso con un appello comune: l’Europa deve passare dal ruolo di “arbitro” che sanziona a quello di “allenatore” che abilita lo sviluppo. Anche Mari-Noëlle Jégo-Laveissière (Orange) ha ribadito che senza un quadro normativo semplice e capace di attrarre capitali privati, l’ambizione della sovranità digitale rimarrà una chimera. Il DNA rappresenta l’ultima chiamata per un settore che chiede a gran voce di poter tornare a investire e crescere.