Non si può chiamare semplificazione perchè sono 300 pagine di testo e innumerevoli modifiche al quadro regolamentare europeo nelle telecomunicazioni. Il Digital Networks Act rappresenta il progetto della Commissione Europea per rivoluzionare il settore delle telecomunicazioni e dare una scossa agli investimenti tecnologici nel continente. La novità principale di questa proposta, risiede in una scelta strategica: invece di obbligare i giganti del web a pagare direttamente per l’utilizzo delle reti con il Fair Share, l’Europa punta su un modello di cooperazione volontaria. I grandi gruppi tecnologici non saranno soggetti a tasse forzate sulla rete, ma verranno invitati a partecipare a tavoli di discussione mediati dalle autorità di regolamentazione per trovare soluzioni condivise sulla gestione del traffico e sulla resilienza delle infrastrutture.

Per rendere l’Europa più competitiva, il DNA prevede interventi profondi sulla gestione dello spettro radio, ovvero le frequenze su cui viaggiano i dati mobili. L’idea è quella di concedere licenze d’uso a tempo indeterminato per dare agli operatori la stabilità necessaria a pianificare investimenti miliardari senza il timore di perdere i diritti d’uso dopo pochi anni. Per evitare però che le aziende accaparrino le frequenze senza usarle davvero, verranno introdotte regole rigide: se una risorsa non viene sfruttata o condivisa, la licenza potrà essere revocata. Questo sistema detto USE IT OR LOOSE IT dovrebbe favorire anche la nascita di un mercato secondario dove le aziende possono affittare o scambiare le frequenze in modo più fluido. In questo caso si parla di USE IT OR LEASE IT. A mio avviso cambia la cogenza delle norme, oggi forse più chiare, ma non si realizza una vera semplificazione. Somiglia ad un aiuto alle grandi Telco europee, ma lo spettro è una risorsa scarsa e quindi non sembra una misura a favore dell’innovazione o dei nuovi entranti sul mercato.

La riforma tocca anche il tema del potere di mercato, quei pochi che restano. Le autorità europee vogliono essere più incisive nel colpire le posizioni dominanti, estendendo i controlli anche a settori collegati a quelli dove un’azienda è già troppo forte. Questo comporterà obblighi di trasparenza e prezzi controllati per evitare abusi. Storicamente è stato questo il ruolo delle autorità nazionali. Tuttavia, almeno in Italia, il mercato è profondamente cambiato quindi si fa fatica a mio avviso individuare una dominanza effettiva perchè a mancare è principalmente il mercato. Un altro punto delicato riguarda la transizione dalle vecchie reti in rame alla fibra ottica o meglio LO SWITCH OFF DEL RAME. Sebbene l’obiettivo resti il 2030, la Commissione si mostra disposta a concedere proroghe ai governi che dimostreranno di non essere pronti, garantendo una flessibilità che finora era mancata. Non sembra avere senso una data fissa, tuttavia quella pensata è ben oltre ogni possibile immaginazione. Si fa fatica a pensare a connessioni ADSL nel 2035 e l’idea che ci sia una data limite fa pensare che l’ipotesi di un ulteriore mantenimento non sia propriamente campata in aria. Forse qualcuno ci sta pensando?

Nonostante l’entusiasmo di chi vede in questo atto la nascita di un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni, appare chiaro anche in questo DNA, il tentativo di centralizzare il potere a Bruxelles, come accadde col DSA e il DMA, ma in questo caso ad essere impattata sembra la gestione delle frequenze come una competenza statale fondamentale che finirà per essere ceduta a Bruxelles. Allo stesso tempo, le organizzazioni che difendono i diritti dei cittadini temono che la troppa libertà concessa agli accordi tra operatori e colossi del web possa mettere a rischio la neutralità della rete, ovvero il principio secondo cui tutto il traffico deve essere trattato allo stesso modo. Io personalmente vedo in questi accordi una fattispecie escludente degli operatori locali che non hanno potere negoziale con i fornitori di servizi e contenuti online, specialmente i colossi globali.

La gestione delle frequenze e il rinnovo delle licenze
Uno dei pilastri della proposta riguarda la gestione delle frequenze mobili. La bozza prevede una significativa semplificazione burocratica: i fornitori di rete potranno utilizzare le frequenze assegnate senza restrizioni fondamentali e, soprattutto, beneficeranno di un sistema di rinnovo automatico delle licenze. Questa misura punta a offrire stabilità a lungo termine alle imprese, incoraggiandole a pianificare investimenti su vasta scala. Tuttavia, la Commissione Europea si riserva il diritto di intervenire nei processi di assegnazione qualora dovessero emergere dubbi sulla correttezza o sull’efficienza della distribuzione, accentrando così un potere di vigilanza che finora era rimasto prevalentemente in mano alle autorità nazionali.

La transizione verso la fibra ottica
Sul fronte della connettività fissa, il piano stabilisce una tabella di marcia ambiziosa: l’Europa punta a una copertura totale in fibra ottica entro il 2035. Per facilitare questo passaggio, è previsto lo spegnimento graduale delle vecchie reti in rame. Sebbene il termine ultimo per la dismissione di queste tecnologie obsolete sia flessibile per i Paesi che necessitano di più tempo, la strategia europea è chiara: eliminare i costi di manutenzione delle doppie infrastrutture per concentrare tutte le risorse sulla banda ultra-larga.

Il dibattito sulla concorrenza
Nonostante le intenzioni di crescita, la proposta ha sollevato forti preoccupazioni riguardo alla salute del mercato. Diverse associazioni di categoria e fornitori di servizi temono che l’allentamento delle regole possa consolidare la posizione dei pochi grandi operatori già dominanti, creando dei veri e propri oligopoli. La critica principale riguarda l’accesso alle reti: senza garanzie di equità, le aziende più piccole che non possiedono infrastrutture proprie potrebbero trovarsi escluse o costrette a subire condizioni economiche svantaggiose. Secondo i detrattori, un vero mercato unico digitale dovrebbe invece favorire la pluralità e garantire che anche i nuovi entranti possano competere ad armi pari.

Il nodo dei finanziamenti: il contributo delle piattaforme
Infine, la questione più controversa riguarda i costi di espansione della rete. Per anni, il settore delle comunicazioni ha chiesto che le grandi piattaforme online, responsabili della maggior parte del traffico dati globale, contribuissero finanziariamente alla costruzione delle infrastrutture. La bozza attuale, tuttavia, sembra orientarsi verso un meccanismo di cooperazione volontaria piuttosto che su una tassa obbligatoria. Questa scelta ha deluso i proprietari delle reti, che speravano in un prelievo forzoso sulle grandi aziende tecnologiche straniere, e ha attirato l’attenzione delle associazioni dei consumatori, le quali temono che i costi della modernizzazione finiscano per ricadere interamente sulle tariffe pagate dagli utenti finali

In sintesi, l’Europa sta cercando una via di mezzo diplomatica ma sbaglia obiettivi e ci inonda di regole, regole, regole. Regole scritte male, lunghe, complesse. Non credo possano apportare benefici agli operatori europei, quei pochi rimasti. Forse anche in questo caso si è scelto di non irritare gli Stati Uniti con leggi che sembrano colpire solo le loro aziende, la Commissione ha scelto di non imporre obblighi fiscali alle Big Tech, concentrandosi invece sul rendere più moderna ed efficiente l’architettura burocratica delle reti. Il successo del DNA dipenderà dai negoziati dei prossimi mesi, che dovranno bilanciare il bisogno di innovazione con la difesa delle sovranità nazionali e dei diritti degli utenti.

Critiche del BEREC del 30 Marzo 2026 sulla gestione dello spettro radio nel DNA

Le critiche del BEREC riguardo alla gestione dello spettro radio nel Digital Networks Act (DNA) si concentrano su un radicale spostamento verso la centralizzazione, che l’organismo ritiene potenzialmente dannoso per la concorrenza e in contrasto con i principi di sussidiarietà.

Ecco i punti di maggiore criticità emersi:

1. Centralizzazione e Risorsa Comune Europea

Il DNA propone di trattare lo spettro radio come una “risorsa comune europea” sotto una competenza condivisa. Il BEREC esprime forti dubbi sull’efficacia e sulla proporzionalità di questo approccio, sottolineando come tale dinamica di centralizzazione possa non essere compatibile con il principio di sussidiarietà.

2. Diritti a Durata Indefinita e Tariffe Comuni

La proposta introduce novità sostanziali che segnano una netta rottura con l’attuale gestione:

  • Diritti di durata indefinita: Il BEREC teme che questa misura possa favorire gli attuali detentori dei diritti, indebolendo la contendibilità del mercato e ostacolando le dinamiche competitive per l’accesso alle risorse dello spettro.
  • Approccio comune per le tariffe: L’introduzione di criteri uniformi per le licenze viene vista con scetticismo in termini di reale valore aggiunto e semplificazione.

3. Il Potere di Veto della Commissione

Uno dei punti più contestati è la proposta di una procedura di mercato unico che include un potere di veto della Commissione sulle assegnazioni dello spettro. Il BEREC ritiene che questo intervento non sia né giustificato né proporzionato, poiché limita eccessivamente l’autonomia delle autorità nazionali che gestiscono le procedure di assegnazione.

4. Impatto sulla Concorrenza e l’Innovazione

Secondo il BEREC, le nuove norme rischiano di danneggiare l’innovazione e l’uso efficiente dello spettro. Favorendo le posizioni consolidate (incumbents), si potrebbero creare barriere per i nuovi entranti, con conseguenti svantaggi a lungo termine per i benefici dei consumatori.

5. Autorizzazione Satellitare e Sicurezza

Sebbene l’idea di un regime di autorizzazione satellitare gestito centralmente a livello UE abbia dei meriti teorici, il BEREC avverte che deve essere valutata con estrema cautela per le sue implicazioni nazionali, specialmente in termini di sicurezza. È fondamentale che:

  • Gli Stati membri mantengano la flessibilità necessaria per salvaguardare i propri interessi specifici.
  • Il quadro sia rigorosamente allineato con le regole ITU-R (Unione internazionale delle telecomunicazioni) per evitare di interrompere i sistemi esistenti o prolungare eccessivamente le procedure internazionali.

6. Condivisione dello Spettro e Oneri Amministrativi

Pur accogliendo con favore la codificazione della condivisione dello spettro (spectrum sharing) per massimizzare l’efficienza, il BEREC raccomanda di prestare attenzione agli oneri amministrativi che questo potrebbe imporre sia ai titolari delle licenze che alle amministrazioni pubbliche.