Si intitola “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo” ed è il libro più atteso della stagione e pronto ad arrivare a RegTech News per approfondimenti. L’ex presidente della BCE e già premier italiano Mario Draghi, lo pubblica per Rizzoli (gruppo Mondadori) in un’operazione gestita con grande riserbo, fintanto che non è diventato di dominio pubblico.
Le prime locandine sono apparse in questi giorni al Salone del Libro di Torino, confermando l’uscita imminente e con grande meraviglia dei presenti. Il volume non è una semplice rielaborazione del celebre Rapporto sulla competitività europea che Draghi ha consegnato a Ursula von der Leyen nel 2024. Si tratta invece di un testo più ampio e personale, che riprende quel rapporto e gli articoli scritti per il Financial Times, arricchendoli con riflessioni nuove e una visione fortemente politica.
Un po’ come aveva fatto Enrico Letta dopo il suo rapporto trasformato in libro. Ma più ampio.
Il messaggio centrale è netto fin dal titolo: l’Europa deve scegliere tra competere, investendo massicciamente in innovazione, energia, difesa, capitale umano e completando il mercato unico, o sparire come soggetto rilevante nello scacchiere globale, schiacciata tra Stati Uniti e Cina. Un vero e proprio manifesto sul futuro del continente. Draghi indica la strada per uscire dalla stagnazione, colmare i gap tecnologici e produttivi, finanziare la doppia transizione (digitale e verde) e dotarsi di una governance più efficace. Un appello urgente a un’Europa che «agisca come una sola» se vuole restare protagonista del XXI secolo. Già si lavora alle traduzioni e alla distribuzione internazionale perchè tutti siano resi edotti del lavoro del maestro del pensiero economico moderno. Dal 26 maggio sarà disponibile in libreria e siamo certi che sarà uno dei libri che segneranno il dibattito politico ed economico nei mesi a venire.
Il pensiero di Mario Draghi su questi temi è ben noto anche se in molti fanno finta di ignorarlo ancora. Come sappiamo già nel suo storico Rapporto sul futuro della competitività europea (presentato a fine 2024) l’ex Presidente Draghi delinea una vera e propria strategia di sopravvivenza per l’Unione Europea, avvertendo che senza riforme radicali l’Europa andrà incontro a una “lenta agonia”. Oggi sembrerebbe che i dati siano diversi, peggiori rispetto a quelli del 2024, perchè l’Europa non ha fatto abbastanza.
Sommario
La prefazione di Wolf, amico di Super Mario
Nel suo editoriale in prefazione del libro di Mario, interviene Martin Wolf a dirci che la sicurezza va oltre la difesa e richiede una strategia digitale unificata per contrastare il primato degli Stati Uniti, oltre a una netta riduzione della dipendenza dalla Cina per le materie prime critiche e l’energia. Wolf concorda sul fatto che l’Europa abbia perso il proprio modello di crescita e debba reagire con misure concrete, tra cui il completamento del mercato unico, il sostegno all’innovazione tecnologica, la riforma dei mercati energetici e l’attrazione di capitali privati e lavoratori qualificati.
Tuttavia queste riforme richiederanno ingenti risorse e un’integrazione molto più profonda, che parta inizialmente da un nucleo ristretto di Stati, come l’Eurozona, per dare vita a una vera unione fiscale e a una difesa comune. Richiamando le analisi di Draghi, Wolf sottolinea inoltre che le regole fiscali non possono funzionare senza una centralizzazione del potere di spesa. Per Wolf, l’Europa si trova di fronte al bivio radicale indicato da Draghi: o sceglie di pensare in grande, o rischia di scoprire che la propria casa è ormai svanita.
La diagnosi della stagnazione europea
Il gap crescente di produttività e crescita rispetto a USA e Cina, con il rischio concreto di un “lento declino” o “agonia” se l’Europa non inverte la rotta. E’ un passaggio pesante, l’arretratezza del Vecchio Continente inizia a diventare sistemica ed impattante per il lavoro, la produzione, la competitività.
Il pensiero di Draghi:
La diagnosi è netta: l’Europa è bloccata in una stagnazione strutturale dovuta principalmente a una crisi di produttività. Dagli anni 2000, il divario di PIL rispetto agli Stati Uniti si è progressivamente ampliato. Draghi avverte che il vecchio modello europeo – basato sull’energia russa a basso costo, sulle esportazioni cinesi e sulla protezione militare globale degli USA – è tramontato per sempre. Se l’Europa non aumenta la sua produttività, non sarà più in grado di finanziare il suo modello sociale, il suo welfare e la transizione ecologica. La scelta non è tra fare le riforme o restare come siamo, ma tra le riforme e il “lento declino”.
Chiusura del divario tecnologico e innovazione
Come colmare il ritardo in AI, tecnologie digitali, semiconduttori e “middle technology trap”, con un programma concreto per rilanciare l’innovazione europea e la nostra sovranità. Siamo in ritardo, non si può aspettare il 2030. Occorre intervenire e adesso è il secondo migliore momento per farlo.
Il pensiero di Draghi:
L’Europa è intrappolata nella “trappola delle tecnologie intermedie”: è brava a inventare ma incapace di commercializzare e scalare le innovazioni sul proprio territorio. Draghi sottolinea che le aziende tech europee spesso si quotano negli USA o vengono acquisite da giganti americani perché il mercato dei capitali europeo è frammentato. Per colmare il gap nell’Intelligenza Artificiale e nei semiconduttori, propone di eliminare le barriere normative che frenano le startup, creare infrastrutture di calcolo comuni e standardizzare le regole sul cloud e sul computing a livello continentale.
Un piano comune per decarbonizzazione e competitività
Rendere la transizione verde un’opportunità economica (non un costo), abbassando i prezzi dell’energia e creando un piano integrato per industria e clima. Ormai la green transition è stata derubricata a freno della vecchia industria che è in affanno, quando invece è la leva principale per il rilancio storico.
Il pensiero di Draghi:
La transizione verde non deve essere una punizione per l’industria europea, ma un motore di crescita. Attualmente, le aziende europee pagano l’elettricità da 2 a 3 volte più di quelle statunitensi e il gas naturale 4-5 volte di più. Draghi sostiene che gli obiettivi climatici europei devono essere allineati a un piano industriale per evitare la deindustrializzazione. Propone di disaccoppiare il prezzo delle energie rinnovabili da quello del gas e di sostenere le industrie “hard-to-abate” (cementifici, acciaierie) con sussidi mirati, affinché la decarbonizzazione non si traduca in una delocalizzazione della produzione.
Sicurezza energetica e riduzione delle dipendenze
Strategie per l’indipendenza dalle importazioni, reti energetiche comuni e transizione verso un’economia circolare senza sacrificare la competitività. Come abbiamo detto spesso, l’indipendenza è quello che si fa per raggiungerla. Non sarà banale arrivarci ma dobbiamo muoverci adesso per ottenerla domani.
Il pensiero di Draghi:
La frammentazione delle reti energetiche nazionali rende l’Europa vulnerabile e inefficiente. Draghi spinge per una vera Unione dell’Energia, con acquisti congiunti di gas e materie prime e una rete di interconnessione transfrontaliera potenziata (soprattutto per l’elettricità e l’idrogeno). Inoltre, per ridurre la dipendenza geopolitica dalla Cina sulle terre rare e sui minerali critici necessari per le batterie, Draghi propone la creazione di consorzi europei di acquisto e partnership strategiche con paesi terzi affidabili, affiancate da una forte spinta sull’economia circolare e il riciclo.
Nuova strategia industriale europea
Politiche settoriali prioritarie (energia, materie prime critiche, tech pulite, automotive, difesa, spazio, farmaceutica) e orizzontali per scalare le imprese europee. Viviamo ancora nel nanismo esasperante delle imprese, giovani e vecchie, incapaci di scalare. La ricetta di Mario Draghi è un faro nell’incertezza dei nostri tempi.
Il pensiero di Draghi:
L’Europa deve smetterla di applicare le regole della concorrenza in modo dogmatico all’interno dei propri confini e iniziare a guardare alla concorrenza globale. Draghi suggerisce di favorire il consolidamento aziendale, permettendo la nascita di “campioni europei” nei settori chiave (come telecomunicazioni, difesa e farmaceutica) in grado di competere con i colossi americani e cinesi. Per l’automotive, chiede un approccio pragmatico e non ideologico che neutralizzi lo svantaggio competitivo causato dai sussidi statali cinesi alle auto elettriche.
Completamento del mercato unico e unione dei mercati di capitali
Superare frammentazione, burocrazia e ostacoli nazionali per creare un vero mercato continentale e convogliare risparmio privato verso investimenti produttivi. Bisogna crederci fino in fondo nel single market e superare la frammentazione. Lo stesso vale per il mercato unico dei capitali.
Il pensiero di Draghi:
Il risparmio privato dei cittadini europei (circa 300 miliardi di euro all’anno) fugge all’estero, soprattutto verso i mercati finanziari statunitensi, a causa della frammentazione dei mercati azionari e bancari della UE. Draghi considera l’Unione dei Mercati dei Capitali (CMU) una priorità assoluta. Senza un mercato unico dei capitali, l’Europa non riuscirà mai a mobilitare le risorse private necessarie per finanziare l’innovazione tecnologica e la transizione ecologica. Serve un unico supervisore finanziario europeo (sul modello della SEC americana) e l’armonizzazione delle leggi fallimentari e fiscali dei vari Stati membri.
Investimenti massicci e nuove forme di finanziamento
Il fabbisogno di centinaia di miliardi (l’idea degli 800 miliardi+), debito comune, regole prudenziali riviste e strumenti tipo “Inflation Reduction Act” americano. Senza una spinta forte e sovvenzioni è difficile ottenere uno slancio immediato quale quello che serve alle nostre economie continentali.
Il pensiero di Draghi:
Per non perdere la sfida globale, l’Europa ha bisogno di un “Piano Marshall” moderno: investimenti aggiuntivi pari a 750-800 miliardi di euro all’anno (circa il 4-5% del PIL della UE, una quota che non si vedeva dagli anni ’60-’70). Poiché il capitale privato da solo non basta, Draghi propone l’emissione regolare di debito pubblico comune europeo (safe assets), sul modello del NextGenerationEU, per finanziare beni pubblici transnazionali come le reti energetiche e le infrastrutture di difesa. L’Europa ha bisogno di una propria risposta coordinata all’Inflation Reduction Act americano per proteggere e attrarre gli investimenti industriali.
Colmare il gap di competenze e capitale umano
Formazione, istruzione e attrazione di talenti per sostenere innovazione e transizioni digitali/energetiche, con enfasi sull’inclusività sociale. Sembrano parole al vento ma le competenze si acquistano con la formazione e occorre indirizzare meglio i nostri talenti per evitare che fuggano all’estero esasperati dalla stagnazione economica.
Il pensiero di Draghi:
La carenza di competenze rischia di essere il vero freno a mano della crescita europea. Molte aziende non trovano lavoratori qualificati nei settori high-tech e green. Draghi sottolinea la necessità di riformare i sistemi educativi e universitari, potenziando le discipline STEM e creando programmi massicci di reskilling (riqualificazione) per gli adulti. Per evitare tensioni sociali dovute alle transizioni tecnologiche, questo processo deve essere inclusivo, garantendo che i lavoratori dei settori in declino non vengano abbandonati, ma riposizionati nelle nuove filiere industriali.
Difesa comune e resilienza geopolitica
Industria della difesa come settore strategico, maggiore coordinamento in un mondo instabile e riduzione delle vulnerabilità esterne (Cina, supply chain). E’ un punto che andrebbe esplorato per primo attesi gli sconvolgimenti geopolitici del nostro tempo. Tuttavia da esso discendono conseguenze in tutti gli altri settori dell’economia. Se non sappiamo difenderci fisicamente, sarà difficile che potremmo farlo economicamente.
Il pensiero di Draghi:
L’industria della difesa europea è drammaticamente frammentata: gli Stati membri acquistano troppi sistemi d’arma diversi (spesso da fornitori extra-UE, come gli Stati Uniti) e non fanno ricerca insieme. Draghi afferma che la difesa deve diventare un settore industriale prioritario integrato a livello europeo. Propone incentivi fiscali e finanziamenti comuni per gli appalti congiunti della difesa, standardizzando gli armamenti. L’obiettivo non è militarizzare l’Europa, ma garantirne l’autonomia strategica e la capacità di deterrenza in un contesto geopolitico instabile.
Riforma della governance UE e semplificazione regolatoria
Maggiore coordinamento tra Stati, decisioni più rapide, alleggerimento della burocrazia e un’Europa che “agisce come una sola” per competere globalmente. E’ bene che ci siano ancora regole ma migliori e di numero inferiore. Se non si persegue la better regulation con semplificazioni efficaci si rischia di rimanere imbrigliati nei nostri stessi vincoli e negli auto-dazi che stiamo imponendo da soli.
Il pensiero di Draghi:
La lentezza decisionale e l’iper-regolamentazione stanno “soffocando” l’Europa. Draghi critica duramente l’eccesso di burocrazia che penalizza le PMI rispetto alle aziende americane. Per superare i veti incrociati che paralizzano l’Unione, propone di estendere il voto a maggioranza qualificata in Consiglio, eliminando il principio dell’unanimità nei settori chiave. L’Europa deve semplificare drasticamente il proprio quadro normativo e adottare un coordinamento politico centralizzato per agire in tempi rapidi: di fronte a colossi globali che decidono in pochi giorni, l’Europa non può permettersi processi decisionali che durano anni.
Tra pochi giorni il libro sarà nelle nostre mani e siamo pronti a fare una recensione dettagliata e un confronto con il rapporto precedente, per vedere se le stime sono cambiate come pensiamo, in peggio. Pensare che negli Stati Uniti la produttività sta crescendo a un ritmo molto buono, quasi il doppio rispetto agli anni 2010. Le persone producono di più sia in totale sia in ogni ora di lavoro. Per questo la Federal Reserve di Cleveland ha alzato le previsioni di crescita dell’economia americana per i prossimi anni. Gli economisti dicono che c’è circa il 40% di probabilità che siamo entrati in una fase di alta produttività, simile a quella del boom di internet alla fine degli anni ’90.
La spiegazione più ovvia è l’intelligenza artificiale, l’AI permette a tanti lavoratori di fare di più e meglio. Ma potrebbero esserci anche altri motivi, come il lavoro da casa, la nascita di nuove imprese e il fatto che più persone (compresi gli immigrati) si sono messe a lavorare. Questo boom americano sta di nuovo allargando il divario con l’Europa. Trent’anni fa, con internet, successe la stessa cosa: gli Stati Uniti corsero avanti mentre l’Europa rimase indietro, e da allora una famiglia media europea è circa il 30% più povera di una famiglia americana. Un gap enorme che non si è più chiuso. In Italia la situazione è complicata. Le nostre imprese sono spesso troppo piccole e faticano ad adottare le nuove tecnologie. Qualche anno fa “Industria 4.0” aveva funzionato bene, spingendo gli investimenti in macchinari. Poi il governo Meloni l’aveva tolta e sostituita con “Transizione 5.0”, che però è andata malissimo. Un anno fa sono tornati indietro e hanno reintrodotto gli incentivi: il primo giorno le aziende hanno già usato tutti i soldi disponibili. Il problema vero è che per sfruttare l’AI non servono solo grandi scienziati, ma tanti bravi tecnici, informatici e periti industriali. Servono più investimenti, meno regole che penalizzano chi cresce (per esempio la perdita di benefici fiscali oltre gli 85mila euro di fatturato) e una formazione pratica e veloce per i giovani.
Dunque l’America sta accelerando grazie all’AI e all’innovazione. L’Europa e l’Italia rischiano di rimanere ancora una volta indietro. È il momento di concentrarsi su cosa serve davvero alle imprese per diventare più produttive, invece di rimandare tutto alle prossime elezioni. Altrimenti il treno passerà e sarà molto difficile risalirci sopra. Draghi l’ha capito, da tempo. L’Europa ancora no.

