Non è propriamente ingegneria sociale, se per ingegneria sociale si intende il pretesto, la telefonata, il badge contraffatto. È più banale e più efficace. È persuasione dentro una cornice legale: si occupa prima il vocabolario, poi il questionario, poi il contratto. Quando la politica arriva, scopre di parlare già la lingua di chi vende lo stack. L’equivoco dura da anni. Si cerca il complotto e si perde il verbale.
I colossi digitali americani non hanno bisogno di “hackerare” un dirigente europeo. Hanno bisogno che quel dirigente, in buona fede, ritenga competente chi sa distinguere un H100 da un acceleratore qualsiasi, chi misura il rischio in livelli di assurance, chi chiama sovranità la residenza dei dati a Francoforte. Il resto è procedura. La procedura, in Europa, è lenta. Il ciclo di prodotto no.
Sommario
Prima la narrazione, poi il mercato
Due storie girano in contemporanea e sembrano contraddirsi. La prima è l’apocalisse AI: modelli incontrollabili, disoccupazione di massa, fine del lavoro cognitivo. La seconda è il miracolo: tre o quattro decimi di punto di produttività all’anno, data economy da 800 miliardi, AI come unica leva di crescita. Non è necessario che una delle due sia vera. Basta che occupino lo spazio prima della scelta. Tra la paura e la fretta si inserisce l’offerta di chi ha già i cluster, i pesi e i contratti di energia. Non è un fenomeno occulto.
È agenda-setting. Chi possiede i modelli definisce cosa è “frontiera”, cosa è “ritardo”, cosa è “realistico”. L’Europa ha prodotto regolamenti — DMA, DSA, AI Act — e adesso un tentativo di inquadrare il cloud pubblico. Ha anche prodotto un lessico di resa: partner, interoperabilità, risk-based approach, vast majority of the market remains open. Ogni parola è corretta. L’insieme dice: non costruiremo lo stack, classificheremo quello esistente.
Il punto non è che le aziende americane inventino la paura. La paura c’è, i rischi ci sono. Il punto è chi viene autorizzato a venderne l’antidoto. Se l’antidoto è un hyperscaler con regione europea e clausola di “non interferenza”, la terapia è il prolungamento della malattia sotto altro nome.
Lo slang come barriera all’ingresso
Si sottovaluta la lingua. Non è ornamento. È criterio di ammissione. Un ministero che discute in dollari di capex, in watt di PUE, in generazioni di GPU, ha già deciso chi siede al tavolo. Chi non parla quello slang è “non tecnico”. Chi lo parla troppo bene è spesso chi lo ha esportato. Lo stesso vale per i questionari di gara.
Aumentare la concorrenza “facendo entrare nuovi attori” è una formula nobile. Se i nuovi attori devono esibire certificazioni, referenze su carichi già migrati, integrazioni native con identità e suite che dominano la PA, il questionario non apre: filtra. Filtra a favore di chi è già dentro.
Microsoft non vince solo perché lobby. Vince perché Office, directory e mail sono già lo scheletro dello Stato. Cambiare scheletro costa una legislatura. Firmare un rinnovo costa un pomeriggio. Qui la persuasione legale è quasi elegante. Nessuno chiede di violare il codice degli appalti. Si chiede di scrivere “qualità”, “continuità”, “sicurezza certificata”. Poi si scopre che quei predicati hanno un solo soggetto capace di declinarli in tempo utile. Non è un complotto. È path dependence con ufficio affari istituzionali. Il lobbying a Bruxelles non è un dettaglio folkloristico.
L’industria digitale spende cifre da record, ha più lobbisti a tempo pieno che eurodeputati, incontra la Commissione con frequenza da ministero parallelo. Le porte girevoli — dall’antitrust al dipartimento compliance del regolato — non sono automaticamente corruzione. Sono osmosi. Dopo un po’ il regolatore e il regolato condividono i verbi. Quando i verbi coincidono, la norma nasce già pronunciabile da chi dovrà subirla di meno.
«I dati sono un bene comune. Dateceli»
Che i dati — certi dati — siano un bene collettivo è argomento serio. I registri pubblici, i corpus culturali, i dati sanitari anonimizzati in ambienti fidati, le lingue minoritarie che il mercato non paga: lì un commons ha senso. Giorgio Parisi, che del lessico del bene comune si serve senza imbarazzo, non ne trae «aprite i silos e fateci il pre-training». Ne trae il contrario: se un’azienda addestra sul patrimonio di tutti, sta usando un bene comune e deve restituire — ricavi, conoscenza, controllo. Altrimenti, ha detto, è un furto con circostanze storiche inedite.
L’Unione, invece, sta costruendo data space, Data Labs, liste di oggetti culturali «disponibili per il training». Può essere una politica industriale. Può essere un tubo. La differenza sta in tre domande che i comunicati evitano: chi tiene i pesi dopo l’addestramento; su quale compute gira l’inferenza; chi può fare fine-tuning senza chiedere permesso a una API. Se l’input è socializzato e l’output è un modello chiuso su cloud extra-europeo, avete fatto esattamente l’enclosure: avete chiamato comune ciò che diventa materia prima. I dati personali, poi, non sono un pascolo. Il “pubblico” di un post non è una licenza ontologica. Il caso Meta sui contenuti europei è il laboratorio: si sposta il confine del lecito finché il corpus cresce, e si scopre dopo che il consenso al social non copriva il foundation model. Qui la privacy fallacy — il mito del soggetto razionale che “sceglie” in un banner — non è un argomento per minimizzare i diritti.
È la diagnosi di chi ha spiegato perché il notice-and-choice è un disegno contro l’utente. Usarla al contrario, come alibi, è un altro piccolo furto semantico. Il web aperto, intanto, si chiude. Chi può ritira il consenso allo scraping. Chi ha già mangiato ha i deal editoriali e i dataset interni. Gli altri ereditano l’inverno dei dati: meno commons, più esclusiva. Un regime di bene comune servirebbe a impedire questa asimmetria, non a legalizzarla per chi è arrivato primo.
Quattro livelli, uno stack
Il Cloud and AI Development Act è il testo in cui la lingua della sovranità diventa tabella. Livello 1: i dati stanno in Unione. Geografia. Il parent americano, il CLOUD Act, il piano di controllo restano dove sono. Livello 2: personale e asset in UE, certificazione, “indipendenza” dichiarata, trasparenza sulla supply chain. Mitigazioni. Il controllo extra-UE è ancora compatibile. Livello 3: proprietà e controllo europei, con deroghe. La Commissione può riconoscere fornitori di Paesi terzi. Livello 4: niente controllo di un Paese terzo, certificazione alta, controllo effettivo sui componenti software. Qui lo stack non è un affitto. La Commissione stima che il livello 4 riguardi circa l’uno per cento dei servizi pubblici. La «stragrande maggioranza del mercato resta aperta ai partner». Non è una fuga di notizie. È la frase di accompagnamento. Allora il questionario chiede: scrivete il livello di sovranità.
Chi controlla hypervisor, identità, firmware, toolchain ed eventuale interruzione del servizio non ha bisogno di vincere il livello 4. Gli basta che “sovrano” sia un aggettivo applicabile al livello in cui è già conforme. Nascono le offerte battezzate sovereign: regione europea, società locale, joint venture con un operatore nazionale. Il marchio cambia. Lo stack — chi scrive il codice che nessuno vede, chi decide la patch, chi può essere costretto da una legge extraterritoriale — no. Non è da disprezzare la gradualità.
Un’Europa che pretendesse il livello 4 su ogni protocollo di un Comune scoprirebbe di non avere alternative e si fermerebbe. Il problema è un altro: se il livello alto è definito raro per non dover costruire la catena del valore, la scala non è uno strumento di ascesa. È un certificato di residenza. GAIA-X aveva già recitato questa commedia. Si voleva un’infrastruttura; si ottennero standard, comitati e l’ingresso degli hyperscaler nel club che doveva contestarli. Anni guadagnati per chi già vendeva capacità. Non è detto che CADA finisca allo stesso modo. È detto che il rischio è lo stesso, e che il testo lo ha già prezzato.
Anticorpi, e perché non bastano
Esistono resistenze. Non è vero che «non abbiamo sviluppato anticorpi». Abbiamo multe, regolamenti, un contratto cloud della Commissione assegnato a fornitori europei, proposte di CERN dell’IA, inchieste sul lobbying, giuristi che smontano il consenso finto, fisici che chiedono ricerca pubblica. Abbiamo anche Stati membri che sul nucleare, sulla difesa, sull’Health Data Hub scelgono comunque chi sa fare. Gli anticorpi ci sono. Il patogeno ha più compute.
La democrazia è lenta per disegno. Deve essere lenta. Il problema non è la lentezza in sé: è l’accoppiata tra lentezza normativa e dipendenza operativa. Finché la posta elettronica del ministero, l’identità del dipendente e il modello che riassume la delibera stanno sullo stesso stack, ogni regolamento arriva dopo l’uso. L’uso crea il fatto. Il fatto crea urgenza. L’urgenza compra di nuovo lo stesso fatto.
Si sogna, a volte, che imploda prima la società americana: conflitto tra titani, crisi fiscale, rigurgito democratico che “espelle le tossine”. Anche se accadesse, l’Europa non erediterebbe la sovranità. Erediterebbe gli stessi prodotti con azionisti più nervosi. La subalternità felice — servizi che funzionano, appalti che si chiudono, nessuna responsabilità di avere un’industria — è uno scenario più prosaico e più probabile del crollo altrui. Non serve un governo ombra.
Basta un think tank visibile, un rapporto letto a metà, un ex premier che scrive sul giornale giusto, e una PA che non può permettersi il fermo macchina. Draghi non è un esecutivo occulto. È un vettore di priorità: crescita, calcolo, data center, controllo sulla catena. Si può dissentire sulle ricette. Non si può fingere che siano verbali segreti. L’influenza da élite è già abbastanza potente senza mitologia. La mitologia, anzi, aiuta chi vuole liquidare la critica come complottismo. Allo stesso modo vanno ripuliti alcuni esempi che circolano nel dibattito italiano. Cofone non è l’alibi della privacy debole: è la critica al mito del consenso. Boeri sul PNRR non è l’apostolo del metaverso scolastico: è chi ha chiamato ubriacatura la digitalizzazione come panacea. Parisi non è uno strumento avverso al bene comune: è chi chiede un centro pubblico perché l’oligopolio privato gli sembra un fatto politico, non un destino tecnico. Se si vuole la tesi forte, la si deve appoggiare sui fatti giusti. Altrimenti la tesi si scredita da sola, e quello sì che fa comodo.
Cosa resterebbe da fare, se si fosse seri
Tre cose, nessuna delle quali sta in un editoriale e tutte le quali stanno fuori dal questionario. Primo: distinguere i corpus. Dati personali fuori dal training di default. Dati pubblici in commons con licenza che impone restituzione — pesi aperti, o almeno riuso simmetrico, non una sintesi da quattro pagine. Chi addestra sul comune non compra un’indulgenza: contrae un debito. Secondo: smettere di chiamare sovrano ciò che è solo residente. Se il livello 4 è l’uno per cento, si diga che l’altro novantanove è dipendenza gestita. Si può gestire la dipendenza. Non si può raccontarla come autonomia. Le joint venture vanno lette come sono: affitto dello stack con bandiera locale. Terzo: spendere dove si accumula potere, non dove si accumulano comunicati. Compute pubblico, modelli pubblici, filiera del software che non sia solo integrazione.
Senza questo, il CERN dell’IA resta una metafora e le AI Factory restano capannoni su nube altrui. L’Europa sa fare ricerca. Lo sa anche il resto del mondo, che poi assume i ricercatori. La lacuna non è il talento. È l’organizzazione che tiene insieme dato, calcolo e diritto di modificare il risultato. Niente di questo è anti-americano per vocazione. È anti-monopolio di fatto. Un oligopolio che detiene modelli, cloud e narrativa non è un alleato scomodo. È un ordinamento parallelo. Si può convivere con un ordinamento parallelo. Si deve almeno nominarlo.
Il lusso della lucidità
Il paradosso europeo è questo, siamo abbastanza sofisticati da scrivere il regolamento più fitto del pianeta e abbastanza dipendenti da non poterlo applicare dove farebbe male a chi ci tiene accesi i sistemi. La lucidità, a questo point, è un lusso a buon mercato. Non costa un data center. Costa rifiutare due frasi. La prima: «i dati sono un bene comune, quindi dateceli». La seconda: «scrivete il livello di sovranità». Dopo quelle due frasi c’è sempre un modulo. Il modulo è già la vittoria di chi ha disegnato le caselle.
Un grande analista, se serve a qualcosa, non predice l’apocalisse e non vende il miracolo. Conta le caselle e chiede chi le ha numerate. Il resto — slang, think tank, viaggi a Manhattan, re del quantum, felicità della subalternità — è letteratura utile finché non diventa alibi. L’alibi è pensare che, capito il gioco, il gioco cambi. Il gioco cambia se qualcuno costruisce un altro tavolo. Finché si gioca su questo, si può essere consapevoli e perdere lo stesso. È un progresso. Non è una strategia.

