Fateci caso: ogni problema generato dall’intelligenza artificiale si può risolvere solo con l’intelligenza artificiale. I data center consumano tanta energia? Con l’IA ne consumeremo meno. Gli agenti AI hanno escogitato un piano di fuga? Con altri agenti AI troveremo le falle cybernetiche. E così via.
Mentre i vertici della Silicon Valley si affrontano sui palchi internazionali ed elaborano solenni manifesti etici per imbrigliare la Superintelligenza, un’ombra sottile e monetizzabile cala sul dibattito pubblico. Da un lato abbiamo la “Dottrina Trump”, che rigetta ogni guardrail algoritmico in nome della potenza geopolitica e di un potere personale forte; dall’altro, il modello Humanist AI guidato da colossi come Microsoft, OpenAI e Anthropic, che promette di recintare l’algoritmo dentro limiti morali rigidi. Ma dietro questa apparentemente nobile contrapposizione tra deregulation totale e autoregolamentazione etica si cela un paradosso economico ben più profondo. Un circolo vizioso in cui ogni guaio prodotto dalla tecnologia diventa la giustificazione commerciale per acquistare la sua versione successiva.
Sommario
L’illusione del pompiere piromane: perché l’intelligenza artificiale non salverà se stessa
La tesi che sta emergendo con forza devastante è che ci troviamo di fronte alla massima espressione del soluzionismo tecnologico: una parabola in cui l’industria tech applica sistematicamente il modello di business del “creare il problema per poi vendere la cura”. Se la risposta a ogni criticità sollevata dall’intelligenza artificiale è semplicemente più intelligenza artificiale, allora la sfiducia nell’intero ecosistema non è un sospetto complottista, ma una lucida diagnosi di mercato.
Consideriamo la piaga delle allucinazioni, della disinformazione su larga scala e del “junk web” o quella massa informe di contenuti sintetici spazzatura che sta intasando la rete. Come rispondono i laboratori di ricerca? Non certo suggerendo un ridimensionamento della produzione o una pausa riflessiva sui volumi di output dei loro modelli di frontiera. La soluzione proposta è invariabilmente un nuovo software: sistemi di alignment, filtri automatici, agenti di verifica dei fatti e marcatori d’acqua (watermarking), tutti rigorosamente alimentati da ulteriori modelli di IA.
Il problema creato dalla prima generazione di IA diventa così il mercato di sbocco primario per la seconda. Chi ha inquinato il pozzo si presenta sulla piazza cittadina vendendo i depuratori d’acqua a un prezzo mensile d’abbonamento. In questa dinamica, l’inefficienza o il danno marginale causato dalla tecnologia non rappresentano un fallimento ingegneristico, bensì un’opportunità di sviluppo commerciale. Il rimedio finisce per generare la medesima dipendenza della causa iniziale, intrappolando le aziende e i cittadini in un ciclo di dipendenza infrastrutturale.
La geopolitica della paura
Il secondo pilastro di questo modello è la gestione strategica della paura. La narrazione dell’estinzione umana o del rischio esistenziale, ventilata ciclicamente da figure chiave del settore, svolge una duplice funzione di marketing. Da un lato, eleva l’immagine percepita della tecnologia: se un software viene descritto come potenzialmente in grado di distruggere la civiltà, il suo valore strategico, economico e militare schizza alle stelle. Dall’altro, posiziona le pochissime Big Tech capaci di addestrare questi modelli come gli unici baluardi in grado di arginare l’apocalisse.
Presentarsi come le uniche istituzioni dotate dell’esperienza scientifica per sviluppare “sistemi di sicurezza avanzati” permette a queste aziende di monopolizzare il ruolo di salvatori dell’umanità. Lo scontro politico con la visione di un’amministrazione orientata al puro nazionalismo economico accentua questa distorsione: da un lato c’è chi nega il pericolo per correre più veloce della Cina, dall’altro chi drammatizza il pericolo per vendere i protocolli di contenimento. Entrambe le narrazioni, tuttavia, convergono sull’inevitabilità della corsa agli armamenti digitali.
Il lock-in regolatorio: erigere mura protettive attorno al monopolio
Esiste poi un terzo livello, più sottile e squisitamente politico: l’uso del soluzionismo tecnologico come barriera all’ingresso nel mercato. Quando le grandi corporation caldeggiano la nascita di enti regolatori, codici etici rigidi o valutazioni di sicurezza complesse come le Humanist AI Evaluations, stanno imponendo standard operativi che solo chi possiede miliardi di dollari di capitale può sostenere.
Audit algoritmici sofisticati, simulazioni continue di fallimento deliberato e complesse reti di monitoraggio etico richiedono una quantità di potenza di calcolo e di infrastrutture dedicate che solo i giganti tecnologici possono permettersi. La richiesta di regolamentazione diventa così una forma di lock-in regolatorio: si impone per legge una “cura” talmente costosa che nessun potenziale nuovo concorrente potrà mai svilupparla in proprio. L’etica dell’IA, sbandierata come uno scudo per l’utente, rischia di trasformarsi nel più efficace dei dispositivi anti-concorrenziali.
Oltre l’illusione: verso una vera sovranità umana
Siamo dunque giunti a un punto di svolta culturale prima ancora che tecnologico. Continuare ad accettare l’idea che ogni svantaggio dell’IA debba essere compensato da un algoritmo aggiuntivo significa abdicare all’idea stessa di scelta politica e sociale. Significa accettare che il volante della civiltà non sia tenuto né dai cittadini né dai governi, ma da un ciclo infinito di aggiornamenti software.
Se l’unica risposta alla perdita di posti di lavoro, alla crisi dell’informazione e alla frammentazione sociale è l’acquisto di nuove licenze di intelligenza artificiale per “gestire la transizione”, il soluzionismo tecnologico ha vinto. Per evitare che il nostro futuro sia governato da un pompiere che trae profitto dall’alimentare l’incendio, è fondamentale ristabilire una demarcazione netta: l’IA deve rimanere uno strumento tecnico subordinato, il cui valore si misura sulla reale utilità sociale e non sulla sua capacità di generare bisogni indotti. La domanda cruciale per i prossimi anni non è quali codici etici implementare nei server, ma se avremo ancora il coraggio di dire che alcune risposte non si trovano dentro alcuna riga di codice.

