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Ansia di possedere un Apple Iphone Duo

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Non c’è nulla di nuovo nella ritmica consacrazione del primo dispositivo pieghevole targato Cupertino. La sequenza è collaudata, il posizionamento di prezzo fuori scala viene rubricato a valore d’uso, il ritardo strutturale rispetto al mercato asiatico viene trasfigurato in maturità ingegneristica, e l’ennesima iterazione di un display flessibile viene descritta con gli accenti messianici riservati alle grandi svolte industriali. Chiunque osservi il settore tecnologico sa che la macchina del consenso specialistico non può permettersi la defezione. Vive del ritmo dei lanci, della prossimità con il produttore e di una narrazione che deve rimanere costantemente surriscaldata.

Ma la vera anomalia dell’iPhone Duo non risiede nella cerniera di titanio o nella resa cromatica dei pannelli. Risiede nell’assenza totale, nella critica di settore, di uno sguardo che superi la superficie del cristallo. Si analizza il millimetro di spessore, si tace sulla pressione sociale che quell’oggetto esercita.

Non ho letto bocciature del dispositivo Apple Iphone Duo. E non sarò io il primo a farlo. Del resto cosa si potrebbe eccepire? E’ in ritardo rispetto ai competitor? Costa di più? Il punto è un altro. Non si tratta solo di recensioni di tecnomaniaci o di influencer social che guadagnano con la pubblicità. C’è una tendenza elettiva a magnificare in forma iperbolica un oggetto che non è il primo telefono pieghevole, non è un elemento pubblico tangibile di una visione di Ternus, non è un hub personale unico. Non è l’oggetto in se a preoccuparmi ma quello che c’è intorno: pulsioni di spesa, ansia del possedere e di essere posseduto, riconoscimento sociale, dipendenza, esclusione. Su questi aspetti non ho letto una riga.

Un dispositivo del genere non è più un semplice strumento di calcolo o di comunicazione, ma è un dispositivo di posizionamento antropologico. In una società in cui l’infrastruttura digitale ha saturato la sfera relazionale, l’accesso al modello apicale rappresenta un meccanismo di validazione che travalica la logica dell’utilità. L’ansia da possesso non nasce da una lacuna funzionale se il telefono dell’anno precedente compie esattamente le medesime operazioni, ma dalla minaccia sotterranea del declassamento simbolico.

Il paradosso del modello pieghevole è chiarissimo dal punto di vista dell’analisi dei consumi. Se piegare il display non risponde a un’esigenza tecnica primaria, ci si dimentica che così si moltiplica la superficie di ingaggio. Non è l’utente che espande la propria capacità operativa, è l’oggetto che reclama un’ulteriore quota di attenzione, occupando uno spazio visivo ed emotivo ancora maggiore.

L’esclusione sociale non avviene per chiusura esplicita, ma per frizione progressiva, rimanere fuori da determinati standard hardware o da determinati protocolli significa accettare una forma di marginalità invisibile, particolarmente spietata nelle fasce d’età più giovani.

Continuare a valutare questi oggetti unicamente con il metro della scheda tecnica significa scambiare il sintomo per la causa. Il tema non è se l’iPhone Duo sia il miglior pieghevole sul mercato o se la visione della dirigenza Apple sia compiuta.

Il tema è la docilità con cui accettiamo che la nostra identità pubblica, la nostra presenza e persino le nostre pulsioni economiche vengano modellate attorno a un guscio di metallo, scambiando una dipendenza sistemica per il più desiderabile dei privilegi.