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Zuckerberg e la tutela dei minori sui social networks

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I guardiani del pollaio e la nostra mente: perché i social ci hanno rubato il freno a mano

C’è un vecchio detto popolare che sintetizza alla perfezione una situazione assurda: “affidare il pollaio alla cura del lupo“. Quando si parla di grandi piattaforme digitali, minori e protezione dei dati, la sensazione provata da molti è esattamente questa. Da un lato abbiamo aziende giganti che guadagnano miliardi di euro proprio grazie al tempo che le persone trascorrono incollate agli schermi; dall’altro abbiamo le stesse aziende che ci assicurano, con grandi campagne pubblicitarie e lettere aperte, di avere a cuore la salute mentale dei nostri figli e la nostra privacy.

Di recente, le istituzioni europee sono tornate a farsi sentire con forza contro Meta (la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp). Il messaggio inviato da Bruxelles a Mark Zuckerberg è stato chiaro e diretto: “Ora tutelate i nostri ragazzi nello stesso modo in cui siete costretti a farlo negli Stati Uniti”. Ma per capire davvero cosa c’è in gioco dietro questa battaglia tra politica e giganti del tech, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo guardare non solo alle leggi, ma a come funziona il nostro cervello quando prendiamo in mano uno smartphone.

Per spiegare cosa succede nelle nostre giornate digitali, ci viene in aiuto una delle teorie più famose della storia della psicologia: la struttura della mente secondo Sigmund Freud.

Le due forze dentro di noi: l’Es e il Super-Io

Freud spiegava che la nostra mente è attraversata da un continuo braccio di ferro tra forze diverse.

La prima forza si chiama Es. L’Es è la parte più antica, primordiale e istintiva del nostro cervello. Funziona secondo un meccanismo semplicissimo: il principio del piacere. L’Es vuole tutto, lo vuole subito e non sente ragioni. Non pensa al futuro, non calcola le conseguenze, non rispetta le regole. È la voce che ci dice: “Mangia tutta la torta adesso”, “Rimani a dormire e non andare al lavoro”, oppure “Guarda un altro video, solo un altro, ancora uno”.

Dall’altra parte della barricata c’è il Super-Io. Il Super-Io rappresenta la coscienza morale, il senso del dovere, le regole che ci hanno insegnato i genitori e la società. È la voce interna che ci dice: “Basta dolce, ti farà male al pancino”, “Svegliati, hai un impegno”, oppure “Spegni quel telefono perché è tardi e domani hai la verifica di matematica”.

In mezzo a queste due forze titaniche si trova l’Io, cioè noi stessi. Il compito quotidiano dell’Io è trovare un equilibrio: godersi un po’ di piacere (accontentando l’Es) senza però distruggere la propria vita o violare le regole (rispettando il Super-Io).

Come i social network hanno ingannato la nostra mente

I social media moderni sono stati progettati da ingegneri e psicologi con uno scopo ben preciso: parlare direttamente al nostro Es, bypassando completamente il nostro Super-Io.

Pensiamo a come sono fatti Instagram o TikTok.

Non c’è una fine della pagina. Esiste lo scorrimento infinito (infinite scroll): basta un piccolo movimento del pollice per far apparire un nuovo video, una nuova foto, una nuova notizia. Ogni volta che compare qualcosa di nuovo o divertente, il cervello riceve una piccola scarica di dopamina, l’ormone del piacere e della ricompensa. È un meccanismo idraulico perfetto per l’Es: piacere immediato, sforzo zero, nessuna interruzione.

In questo ambiente digitale, il nostro Super-Io fatica a fare il suo lavoro. Il finto senso del tempo che si crea quando usiamo lo smartphone indebolisce la capacità di dirci “ora basta”. E se questo è difficile per un adulto con un cervello già formato, per un bambino o un adolescente è una battaglia del tutto ad armi pari: l’Es vince quasi sempre.

Le piattaforme sanno benissimo che l’attenzione dei ragazzi è una miniera d’oro. Più tempo i minori passano sulla piattaforma, più pubblicità vedono, più dati regalano, più guadagni si generano. Ecco perché chiedere a chi ha costruito questa macchina del tempo di modificarla spontaneamente equivale, appunto, a chiedere al lupo di fare la guardia alle galline.

La politica che prova a fare da Super-Io

Ed è qui che entra in gioco l’Unione Europea. Quando la capacità di autocontrollo dei singoli individui e la guida dei genitori non bastano più di fronte ad algoritmi tanto potenti, deve intervenire una forza esterna.

L’Unione Europea sta cercando di svolgere il ruolo di Super-Io collettivo. Attraverso leggi e regolamenti severi (come il Digital Services Act), le istituzioni europee stanno dicendo alle grandi aziende americane che la ricreazione è finita. Non si può più lasciare che i ragazzi vengano catturati da algoritmi aggressivi, da notifiche continue pensate per creare dipendenza o da contenuti pericolosi per la loro salute emotiva.

Quando l’Europa dice a Meta “tutelateci come negli USA”, sta facendo notare un’ipocrisia: sotto la pressione delle commissioni d’inchiesta e dell’opinione pubblica americana, le piattaforme hanno iniziato a introdurre dei “freni” negli Stati Uniti (come account speciali per adolescenti, blocchi notturni o maggiori controlli per i genitori). L’Europa pretende che queste stesse tutele vengano applicate a tutti i cittadini europei, senza distinzioni di serie A o di serie B.

Un equilibrio da ritrovare

Non si tratta di demonizzare la tecnologia o di fare i nostalgici del tempo che fu. Gli smartphone, internet e i social media sono strumenti straordinari che offrono opportunità di connessione, studio e divertimento inimmaginabili fino a pochi decenni fa.

Tuttavia, bisogna essere consapevoli del campo da gioco su cui ci muoviamo. Lasciare la protezione della salute mentale dei minori completamente in mano alla buonavolontà di Mark Zuckerberg o degli altri dirigenti della Silicon Valley è un’illusione. Per loro, l’obiettivo primario rimarrà sempre il profitto e il coinvolgimento degli utenti.

Per proteggere i più giovani servono due cose contemporaneamente:

  1. Regole esterne e severe (il Super-Io sociale): Governi ed enti regolatori devono continuare a imporre limiti tecnologici rigidi alle aziende, multando salatamente chi usa algoritmi dannosi.
  2. Educazione e consapevolezza (il rafforzamento dell’Io): Bisogna insegnare ai ragazzi (e ricordarlo a noi stessi) come funzionano i trucchi della dopamina digitale. Capire che il nostro desiderio di scorrere ancora un altro video è solo un impulso programmato ci aiuta a riprendere in mano il telecomando della nostra attenzione.

I lupi faranno sempre i lupi, perché quella è la loro natura e il loro interesse. Sta a noi, come società e come individui, costruire recinti abbastanza forti da permettere a tutti di vivere nel mondo digitale in modo sicuro, liberi da dipendenze invisibili.