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Elly Schlein su Intelligenza Artificiale e lavoro

L’intervento di Elly Schlein si configura come un manifesto programmatico per una governance democratica del’intelligenza artificiale, segnando il passaggio da una postura di ricezione passiva dei modelli di sviluppo americani ad una di guida strategica dell’innovazione. La tesi centrale è chiara: l’intelligenza artificiale, se abbandonata alle sole dinamiche di mercato, agisce come un catalizzatore di asimmetrie di potere e un moltiplicatore di diseguaglianze.

È necessaria, dunque, una politica industriale proattiva che utilizzi lo Stato come attore strategico per correggere le distorsioni del capitalismo estrattivo digitale. Questa visione non si limita alla difesa dell’esistente, ma ambisce a governare la transizione attraverso un quadro di interventi organici. Per comprendere l’efficacia di questa proposta, è fondamentale analizzare i dieci pilastri tematici che compongono l’architettura strategica del Partito Democratico.

I dieci temi centrali della relazione di Schlein

La proposta politica del PD sull’intelligenza artificiale non emerge da suggestioni isolate, ma da una visione sistemica che integra economia, etica e diritti sociali, ed in particolare Elly Schlein:

  1. Critica la Legge Meloni sull’IA: Si rileva una preoccupante fragilità normativa dovuta all’assenza di investimenti reali (“invarianza finanziaria”). La critica si concentra sull’eccessivo accentramento della governance presso la Presidenza del Consiglio, proponendo invece un modello basato su un’autorità indipendente e terza.
  1. Il Divario Digitale tra Imprese: I dati denunciano un chiaro fallimento del mercato: mentre il 53% delle grandi imprese adotta l’IA, solo il 16% delle PMI riesce a farlo. Il gap è passato da 20 a 37 punti in soli due anni, minacciando la tenuta del tessuto produttivo italiano.
  2. Politica Industriale e Stato: Si rivendica un ruolo attivo dello Stato per sostenere i distretti industriali e le PMI, garantendo che l’innovazione non resti un privilegio per pochi campioni nazionali ma un’opportunità diffusa.
  3. Sostituzione del Lavoro e Tutele: Il riferimento al caso dei licenziamenti tecnologici di Marghera funge da monito: l’IA non deve diventare un grimaldello per l’espulsione di massa dei lavoratori, ma un supporto per l’accrescimento del valore umano.
  4. Riduzione dell’Orario di Lavoro: La proposta di legge sulla sperimentazione della riduzione dell’orario a parità di salario mira a redistribuire socialmente l’aumento di produttività generato dall’IA, rafforzando la contrattazione collettiva.
  5. Trasparenza Algoritmica: Viene riaffermato il diritto di lavoratori e sindacati di accedere alla “scatola nera” degli algoritmi che gestiscono tempi, carichi di lavoro e valutazioni, per contrastare forme di sfruttamento digitale.
  6. Formazione Permanente: L’investimento nei saperi non è visto come assistenza, ma come un’infrastruttura immateriale necessaria per rendere la forza lavoro resiliente ai cambiamenti tecnologici.
  7. IA nella Pubblica Amministrazione: L’analisi evidenzia potenzialità nel recupero dell’evasione fiscale tramite l’interoperabilità dei dati e nel potenziamento della telemedicina per l’assistenza domiciliare.
  8. Etica e Umanesimo Digitale: Schlein costruisce una coalizione morale citando la “Magnifica Humanitas di Papa Leone”, denunciando come la concentrazione di potere tecnologico in poche mani neghi la “destinazione universale dei beni”.
  9. Sovranità Tecnologica Europea: Il supporto alla creazione di un “CERN europeo per l’intelligenza artificiale” è presentato come l’unica via per l’autonomia strategica del continente rispetto agli oligopoli di USA e Cina.

Questa architettura tematica trova la sua forza comunicativa in una retorica studiata per mobilitare l’elettorato attraverso messaggi chiari e diretti.

Analisi dei “Virgolettati” di Elly

Il linguaggio di Schlein opera una “de-tecnicizzazione” dell’IA, trasformandola in una questione di puro conflitto politico e partecipazione democratica.

“L’intelligenza artificiale non riduce le diseguaglianze tra le imprese ma le amplifica”

  • Analisi: È la condanna della logica del “laissez-faire”. In assenza di correttivi, la tecnologia favorisce gli oligopoli estrattivi, marginalizzando le piccole realtà che non possiedono capitali e dati.

“La tecnologia deve affiancare chi lavora, non può espellerlo senza tutele”

  • Analisi: Si sposta l’asse dalla sostituzione al supporto. Il fine politico è la protezione del valore del lavoro umano contro la tentazione aziendale di ridurre i costi attraverso l’automazione selvaggia.

“Disarmare l’intelligenza artificiale”

  • Analisi: Metafora potente che invoca la sottrazione della tecnologia alla logica della competizione bellica e monopolistica. “Disarmare” significa rendere l’IA “discutibile, contestabile e quindi abitabile”, passando dal consumo passivo alla partecipazione democratica.

“Chi decide qual è la verità dentro a quei processi? (…) Se una notizia di un quotidiano nazionale vale quanto quella di un blog non verificato”

  • Analisi: Affronta il tema della neutralità delle fonti. La selezione algoritmica delle informazioni minaccia la democrazia pluralista; se l’algoritmo non distingue tra giornalismo professionale e disinformazione, il processo decisionale del cittadino è compromesso.

Questi passaggi definiscono la nuova identità della sinistra: una forza che non teme il progresso, ma pretende di controllarne gli effetti redistributivi.

La visione proposta è di alto profilo analitico e cerca di colmare il ritardo sistemico italiano. Tuttavia, la sua implementazione dovrà misurarsi con variabili macroeconomiche e resistenze politiche.

Governance Democratica dell’Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale non può essere derubricata a una mera accelerazione tecnologica di settore, ma si configura come una sfida sistemica che investe le fondamenta stesse del vivere civile e dell’organizzazione economica nazionale. Affrontare questa trasformazione richiede una direzione politica chiara e lungimirante, capace di interpretare il cambiamento come un processo da governare strategicamente, evitando che il Paese subisca la transizione anziché guidarla. In Italia, tuttavia, ci scontriamo con una fragilità strutturale del quadro normativo che rischia di compromettere la nostra sovranità digitale.

L’attuale impianto legislativo, pur vantato come pionieristico, soffre di una governance eccessivamente accentrata sulla Presidenza del Consiglio e sulle agenzie governative, sottraendo spazio a un’autorità indipendente che garantirebbe una vigilanza terza e rigorosa. Il limite più critico è rappresentato dall’invarianza finanziaria: una legge priva di risorse economiche reali non può ambire a governare una partita globale così complessa. Questa debolezza si innesta su un tessuto macroeconomico già logorato da quasi tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, una crescita che rasenta lo zero nonostante la spinta del PNRR e l’impatto di bollette energetiche tra le più care d’Europa. La mancanza di una strategia pubblica robusta sta già producendo effetti tangibili sulla struttura produttiva, approfondendo una frattura che minaccia la stessa coesione del nostro sistema industriale.

Se abbandonata esclusivamente alle dinamiche spontanee del mercato, l’intelligenza artificiale cessa di essere un volano di progresso diffuso per trasformarsi in un brutale moltiplicatore di diseguaglianze. La frattura che si sta aprendo nel tessuto imprenditoriale italiano è drammatica: mentre le grandi imprese mostrano un tasso di adozione della tecnologia superiore al cinquantatré per cento, le piccole e medie imprese, cuore pulsante dell’economia nazionale, sono ferme a un modesto sedici per cento. Il dato più allarmante, che emerge dall’analisi dei flussi industriali, è che il divario tra grandi e piccole realtà è quasi raddoppiato in soli due anni, passando da venti a trentasette punti percentuali. Ad oggi, otto medie e piccole imprese su dieci non utilizzano alcuna forma di intelligenza artificiale. Per contrastare questa erosione della competitività, è necessaria una politica industriale seria, come quella delineata nei tredici appuntamenti del Forum per le politiche industriali, che analizzi verticalmente le filiere per sostenere i distretti e gli ecosistemi delle PMI.

Solo un intervento statale consapevole può garantire che l’innovazione non diventi un privilegio esclusivo, ma un’opportunità di crescita collettiva, considerando che ogni disparità tecnologica si riflette inevitabilmente sulla qualità e sulla sicurezza del lavoro.

In questo paradigma di automazione spinta, il lavoro deve restare il valore primario da tutelare. La tecnologia deve essere intesa come supporto e mai come sostituto escludente. Il caso dei licenziamenti a Marghera, dove i lavoratori sono stati espulsi con l’esplicita motivazione della loro sostituibilità tramite sistemi algoritmici, rappresenta un monito inquietante contro una transizione priva di tutele umane. La risposta politica a questa deriva risiede nella redistribuzione del cosiddetto dividendo tecnologico. In questa direzione si muove la proposta legislativa presentata da una coalizione che vede uniti Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verde e Sinistra per la sperimentazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Non si tratta di un nostalgico ritorno al passato, ma di una risposta moderna ed efficiente all’incremento di produttività generato dal digitale. Tale sperimentazione, mediata dalla forza della contrattazione collettiva, permette di trasformare il salto tecnologico in un miglioramento concreto della qualità della vita, assicurando che il risparmio di tempo generato dagli algoritmi non diventi disoccupazione, ma una nuova forma di organizzazione sociale più equa. Tuttavia, la tutela del lavoratore non passa solo per la gestione del tempo, ma per il controllo dei processi decisionali che governano l’intelligenza artificiale stessa.

Il nuovo equilibrio di potere interno alle organizzazioni è oggi determinato da chi controlla i dati, i tempi e le valutazioni algoritmiche. La trasparenza di questi strumenti è diventata, pertanto, una questione di democrazia e diritti civili. È indispensabile rivendicare il diritto dei lavoratori e dei sindacati alla conoscenza degli algoritmi, contrastando i recenti passi indietro normativi che hanno indebolito la trasparenza.

Questo impegno deve tradursi nell’attuazione rigorosa delle direttive europee, garantendo la presunzione di lavoro subordinato per chi opera nelle piattaforme e il diritto alla disconnessione, oggetto di specifici provvedimenti legislativi promossi da senatori e deputati. Parallelamente, l’intelligenza artificiale deve essere messa al servizio della Pubblica Amministrazione per finalità di giustizia sociale, come il recupero dell’evasione fiscale attraverso l’interoperabilità dei database pubblici, superando le resistenze politiche che ancora bloccano questo potenziale. Anche in ambito sanitario, l’IA può rafforzare il sistema pubblico mediante la telemedicina e l’assistenza domiciliare per gli anziani, a patto di mantenere una governance trasparente che metta l’essere umano al centro. La democratizzazione dei dati pubblici deve essere intesa come la premessa fondamentale per una nuova infrastruttura sociale basata sulla conoscenza.

La sfida tecnologica possiede infine una dimensione etica e globale che richiede un impegno per disarmare l’intelligenza artificiale, sottraendola alle logiche di una competizione estrema che rischia di trasformare la conoscenza in un’arma economica e cognitiva. Le riflessioni dell’enciclica Umanitas di Papale Leone evidenziano con lucidità il rischio che un potere così vasto, se concentrato in poche mani, diventi opaco e sfugga al controllo pubblico, creando nuove esclusioni. È fondamentale impedire che i proprietari delle piattaforme diventino attori politici capaci di decidere arbitrariamente il volume della voce dei propri oppositori.

Come evidenziato dal professor Parisi, la scelta delle fonti algoritmiche non è neutra: un sistema che non distingue tra un quotidiano nazionale e un blog non verificato mina le basi della verità pubblica. Per questo è vitale investire nella formazione continua e nei saperi come infrastruttura sociale, rendendo la tecnologia discutibile e contestabile. L’Italia deve farsi promotrice di un CERN europeo per l’intelligenza artificiale, un’istituzione capace di garantire una ricerca indipendente orientata al bene comune. Solo costruendo un’alternativa in cui la tecnologia sia lo strumento per allargare la partecipazione democratica potremo trasformare questa fase storica in una transizione verso una società più equa e consapevole.

La politica ha la responsabilità storica di garantire che l’innovazione non diventi un nuovo strumento di dominio. Bisogna ricordare che il welfare è stata forse la più grande tecnologia sociale che la sinistra abbia mai inventato e costruito. Oggi, la sfida è inventare una nuova “tecnologia sociale” che includa l’IA, affinché l’emancipazione collettiva non sia sacrificata sull’altare del profitto tecnologico, ma potenziata da esso.

La Tecnologia come Questione di Potere: Oltre la Neutralità Tecnica

L’intelligenza artificiale non deve essere interpretata come un destino tecnologico ineluttabile a cui l’umanità deve passivamente adattarsi, bensì come un terreno di scontro politico e valoriale di primaria importanza. La direzione dell’innovazione non è predeterminata; essa richiede un controllo democratico rigoroso e una responsabilità pubblica che ne orienti gli sviluppi verso il bene comune. In questo scenario, la neutralità tecnica si rivela un mito pericoloso: ogni algoritmo porta con sé una filosofia implicita e un sistema di valori incorporato nelle scelte di progettazione.

Pertanto, la sfida cruciale della nostra epoca non consiste soltanto nel comprendere dove la tecnologia stia andando, ma nell’identificare chi tiene saldamente il volante di questa evoluzione. Come ammonisce il Professor Parisi, la delega delle scelte alle macchine è in realtà una delega a chi quelle macchine possiede e istruisce.

Questa “rivoluzione industriale cognitiva” si manifesta in un contesto di preoccupante concentrazione del potere, definibile come uno “stack digitale autoritario”. Attualmente, l’infrastruttura di calcolo, i dati e i modelli sono controllati da un esiguo numero di colossi privati, principalmente statunitensi e cinesi. Tale controllo si traduce in un “oligopolio semantico” senza precedenti: il potere di definire il significato delle parole, di selezionare le fonti e di sintetizzare la realtà per la collettività. Quando un’intelligenza artificiale diventa l’unico filtro tra il cittadino e l’informazione, essa acquisisce l’autorità di decidere cosa è vero e cosa merita visibilità, sottraendo potere decisionale ai cittadini per consegnarlo a logiche di profitto o di controllo sociale. Questa concentrazione di forza influenza direttamente la dimensione più intima del contratto sociale: il lavoro, dove la produttività generata rischia di diventare uno strumento di espropriazione piuttosto che di benessere.

Diritti, Algoritmi e il Dividendo Tecnologico

La trasformazione del lavoro indotta dall’intelligenza artificiale rappresenta una sfida epocale che può tradursi in obsolescenza o, se governata politicamente, in un’opportunità di emancipazione. Esiste un paradosso storico inaccettabile: dal 1973 la produttività è cresciuta del 150%, mentre i salari reali sono rimasti stagnanti.

Senza un intervento correttivo, l’IA rischia di sancire quello che è stato definito il “più grande furto della storia”, dove i dati prodotti collettivamente alimentano profitti privati.

Per invertire questa rotta, la strategia si articola su cinque pilastri fondamentali. In primo luogo, la redistribuzione del “dividendo tecnologico” attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore a parità di salario. In secondo luogo, la partecipazione democratica dei lavoratori nelle scelte strategiche sull’adozione degli algoritmi. Il terzo pilastro è il riconoscimento dell’alfabetizzazione digitale permanente come un nuovo diritto all’istruzione. A supporto di ciò, è necessaria l’istituzione di un “Fondo Intelligenza Naturale” dedicato alla formazione e alla ricollocazione strutturale dei lavoratori. Infine, è imprescindibile l’audit algoritmico per garantire la piena trasparenza dei processi decisionali automatizzati.

Disarmare l’intelligenza artificiale dalla logica del profitto estremo significa trasformarla in un fattore di miglioramento della qualità della vita, garantendo che l’incremento di efficienza si traduca in tempo liberato e salari dignitosi. La tutela del lavoratore di fronte alla macchina è, per sua natura, speculare alla protezione del cittadino utente nell’ambito dei servizi pubblici. Solo attraverso un presidio democratico sulla tecnologia è possibile evitare che l’automazione diventi un pretesto per lo smantellamento dei diritti, trasformandola invece in uno strumento per rafforzare la coesione sociale e l’efficacia dei servizi erogati dallo Stato.

La Pubblica Amministrazione come Laboratorio di Equità

Lo Stato deve assumere una funzione strategica, agendo come un attore capace di utilizzare l’intelligenza artificiale per ricucire i divari sociali invece di amplificarli. La Pubblica Amministrazione può diventare un laboratorio d’avanguardia, come dimostrano gli esempi di Firenze, con il suo piano triennale basato su diritti umani, lavoro e ambiente, o quello di Roma, dove l’automazione dell’assegnazione dei posti negli asili nido ha paradossalmente portato a un aumento delle assunzioni, dimostrando che la tecnologia può liberare risorse umane per funzioni a maggior valore aggiunto.

Di particolare rilievo è il caso di Reggio Emilia, dove l’incrocio intelligente dei dati ISEE ha permesso di quadruplicare la platea dei beneficiari dei servizi sociali, raggiungendo cittadini che ignoravano di averne diritto. L’automazione deve servire a questo: liberare il medico, l’insegnante e l’amministratore dalla burocrazia per restituirli al rapporto umano con l’utente.

Per realizzare questo potenziale, l’Europa deve perseguire una “sovranità digitale” intesa come capacità tecnica e pluralismo algoritmico. Non serve necessariamente una “Ferrari” tecnologica come GPT-4 per gestire i servizi pubblici; serve quella che potremmo definire una “Pandino 4×4”: uno strumento funzionale, robusto, sovrano e trasparente che non renda lo Stato prigioniero di fornitori privati. Un servizio pubblico inefficiente rappresenta una crepa nella democrazia che alimenta la sfiducia nelle istituzioni. L’IA può sanare questa frattura attraverso l’interoperabilità dei dati come bene comune, a patto che esistano infrastrutture di ricerca che vadano oltre i confini nazionali per garantire l’autonomia del sistema pubblico.

Il Progetto di un CERN Europeo per l’Intelligenza Artificiale

La proposta di istituire un centro europeo per l’intelligenza artificiale, modellato sul CERN di Ginevra, è la chiave di volta per una “terza via” che si smarchi dai modelli statunitense e cinese. Questa infrastruttura deve essere fisica, pubblica e indipendente, dotata di capacità di calcolo condivisa e modelli aperti. Il Professor Contucci sottolinea un parallelo storico fondamentale: nel 1770 esisteva già il motore a vapore, ma solo nel 1824, con Carnot e la nascita della termodinamica, abbiamo compreso la scienza che lo governava. Oggi l’IA è in una fase pre-scientifica; le Big Tech possiedono un “segreto alchemico” che non sanno o non vogliono spiegare. Senza una ricerca di base pubblica sulla “termodinamica dell’IA”, rimarremo consumatori passivi di scatole nere opache.

L’attuale approccio della Commissione Europea, che ipotizza un ufficio “virtuale” e frammentato, è del tutto insufficiente e rappresenta una resa all’irrilevanza. È necessario un investimento massiccio in una sede unica che attiri i talenti e permetta di aprire la “scatola nera” algoritmica, sottraendo la conoscenza al segreto commerciale. Recuperando l’eredità di Enrico Fermi e dell’informatica italiana di Olivetti, l’Europa deve capire che l’IA Act è un framework regolatorio necessario ma sterile se non accompagnato da un’infrastruttura fisica sovrana. La ricerca pubblica è l’unica garanzia per una critica indipendente e per la comprensione dei meccanismi profondi che governano la tecnologia. Questa indipendenza scientifica è il presupposto per porre limiti etici invalicabili.

L’Etica della Dignità

Il principio della supervisione umana, o “Human-in-the-loop”, deve restare il cardine etico e giuridico supremo. Nessuna macchina può replicare la compassione e la responsabilità morale umana. Su questo punto si registra una convergenza fondamentale tra la visione laica progressista e il magistero sociale espresso nell’enciclica Magnifica Humanitas. Entrambe invocano il “disarmo” dell’IA, un concetto che deve essere applicato con rigore assoluto ai sistemi d’arma autonomi (LAWS). Come ribadito nel solco del G7 e dei Lincei, la decisione di togliere la vita non può mai essere delegata a un algoritmo. È necessario un bando internazionale che tratti queste armi alla stregua di quelle chimiche e biologiche.

L’intelligenza artificiale deve essere trattata come uno strumento e mai come un’autorità. Il diritto degli esseri umani di vivere in una società dove la decisione finale spetti sempre a una persona responsabile è un pilastro non negoziabile.

La compassione e la sensibilità sono elementi irriducibili che nessuna potenza di calcolo può emulare. La politica ha il dovere di non lasciare vuoti di potere, definendo i confini entro i quali la tecnica può operare a vantaggio dell’umanità. In questo quadro, il disarmo digitale significa anche sottrarre la tecnologia ai monopoli per restituirla alla pluralità delle forme di vita e delle culture umane.

La transizione verso l’era dell’intelligenza artificiale richiede una guida politica capace di proporre un’alternativa concreta allo status quo. La sinistra e le forze progressiste devono guidare la costruzione di un’IA che sia un “bene pubblico globale”, rompendo l’incantesimo tecnologico che trasforma le nuove sorgenti di ricchezza in fonti di miseria e disuguaglianza.

L’irrilevanza europea non è un destino, ma il prezzo di una mancata unità politica e scientifica. Solo agendo come forza collettiva, l’Unione Europea potrà offrire un modello di sviluppo tecnologico che sia intrinsecamente democratico, inclusivo e orientato ai bisogni sociali come la crisi climatica e l’invecchiamento della popolazione.

Spezzare questo incantesimo significa rivendicare che la ricchezza prodotta dal sapere collettivo appartenga alla collettività. L’obiettivo finale è una società in cui la tecnica sia al servizio della polis, promuovendo un benessere universale che non lasci indietro nessuno. La sfida è lanciata: la politica deve riappropriarsi del proprio ruolo guida per garantire che la rivoluzione digitale non sia una nuova forma di sottomissione, ma il motore di una nuova stagione di emancipazione umana e democrazia sostanziale.